Classe da vendere, tiro preciso e potente, Beniamino non era fisicamente in grado di sostenere sempre al massimo l'intera stagione calcistica così andava inevitabilmente incontro ad un rendimento altalenante... 12esimo preziosissimo alla JUVE fu determinante in Coppa delle Coppe coi bianconeri

Pubblicato da Smarso mercoledì 20 novembre 2019 10:47, vedi , , , , , , , , , , , | Nessun commento

Beniamino Vignola
Data di nascita:12/06/1959
Luogo di nascita:Verona
Nazionalità:Italiana
Ruolo:Centrocampista
Altezza:172 Cm
Peso:64 Kg
Posizione:
CARRIERA DA ALLENATORE/DIRIGENTE +   -   =
 SquadraStagioneSeriePartiteRuolo 
Mantova1993 - 1994C1-Direttore Sportivo 
San Martino Buonalbergo
Hotel Catullo
1990 - 1991LND-Giocatore e Allenatore 
LEGENDA: LND=Lega Nazionale Dilettanti (Promozione)

CARRIERA DA GIOCATORE +   -   =
 SquadraStagioneSeriePartiteGoal 
Mantova1991 - 1992C2285 
San Martino Buonalbergo
Hotel Catullo
1990 - 1991LND-- 
Empoli1989 - 1990C131 (+1CI)9 (+1) 
Empoli1988 - 1989B37 (+1PO)3 (+0) 
Juventus1987 - 1988A13 (+1SU +10CI +3CU)0 (+0 +1 +1) 
Juventus1986 - 1987A15 (+7CI +3CdC)1 (+1 +1) 
Hellas Verona1985 - 1986A19 (+9CI +2CdC)2 (+2 +0) 
Juventus1984 - 1985A27 (+9CI +4CdC)1 (+2 +2) 
Juventus1983 - 1984A25 (+4CI +7CC)5 (+1 +3) 
Avellino1982 - 1983A30 (+7CI)7 (+3) 
Avellino1981 - 1982A30 (+4CI)3 (+1) 
Avellino1980 - 1981A28 (+6CI)6 (+3) 
Hellas Verona1979 - 1980B37 (+3CI)2 (+0) 
Hellas Verona1978 - 1979A6 (+2CI +1IC)0 (+0 +0) 
Hellas Verona1977 - 1978A00 
Giovanili Hellas Verona1970 - 1978--- 
LEGENDA: CI=Coppa Italia, IC=Intertoto Cup (Ex Mitropa Cup), CC=Coppa delle Coppe, CdC=Coppa dei Campioni, CU=Coppa UEFA, SU=Spareggio per accesso alle coppe europee, PO=Playout, LND=Lega Nazionale Dilettanti (Promozione)

NEWS E CURIOSITÀ +   -   =
Talento tutto veronese il buon Beniamino, pur molto dotato tecnicamente, non era fisicamente in grado di sostenere sempre al massimo l'intera stagione calcistica così andava inevitabilmente in contro ad un rendimento altalenante ma quel tiro preciso e potente (leggenda narra che una traversa cedette nell'impatto con un pallone sparato dal suo violentissimo destro nei campetti della periferia veronese in cui è cresciuto), quella classe cristallina e quell'intelligenza calcistica che lo contraddistinguevano, lo rendevano un'arma micidiale in campo soprattutto in una squadra come la JUVENTUS dove fu subito 'adottato' da PLATINI e dove mister TRAPATTONI lo impiegò saggiamente come il dodicesimo titolare per mettere in campo sempre una qualità alta anche con l'inevitabile sopraggiungere della stanchezza nell'arco dei 90 e più minuti.

Peccato per quel ritorno-flop al VERONA scudettato di fresco che non andò come i tifosi gialloblù speravano: 'La carica positiva dell’anno prima che aveva condotto allo scudetto si era quasi esaurita - ricorda Beniamino in un'intervista - A fine stagione c’erano i Mondiali in Messico, magari per qualcuno è stato anche un condizionamento. Nel mio ruolo poi c’era Di Gennaro e anch’io, onestamente, non ho dato il massimo'.
Seguirono un altro paio di stagioni in tono minore in bianconero, poi l'EMPOLI in cadetteria e la discesa in C1 con i toscani che significò per il centrocampista di scuola scaligera anche l'oblio dal grande calcio a soli trent'anni...


SCUOLA HELLAS
Nato a Verona e cresciuto tra le fila del ACDC CADIDAVID (qui una sua foto di quando giocava con i Giovanissimi del '72) entra nelle giovanili dell'HELLAS all'età di 11 anni: Nessuno si aspetta che quel frugoletto biondo con gli occhi chiari diventerà uno dei più bei prodotti della scuola calcistica scaligera.
Dopo il debutto in prima squadra e in Serie A nel 1978 a 19 anni, Beniamino (nomen omen verrebbe da dire) affronta con i gialloblù la Serie B da titolare nella stagione successiva agli ordini di mister VENERANDA in un VERONA in cui PAESE fa da secondo all'intoccabile SUPERCHI, il 20enne TRICELLA impara l'arte della difesa da ODDI e ROVERSI e in mediana figurano i BERGAMASCHI, i FEDELE, i FRANZOT e i PIANGERELLI mentre capitan MASCETTI è coadiuvato nel reparto offensivo da CAPUZZO e D'OTTAVIO con un Bobo BONINSEGNA a fine carriera in più...

MIGRANTE AL CONTRARIO
Insomma non è un brutto HELLAS sulla carta ma lo stesso, a fine stagione, si piazza solo al 13esimo posto, ben lontano dalla zona promozione ma il campionato di VIGNOLA impressiona gli emissari dell'AVELLINO che dalla Serie A lo chiamano in Campania sborsando un miliardo e mezzo di vecchie lire: Beniamino fa le valige e parte nonostante i Lupi partano con un handicap di 5 punti (a causa di una delle tante vicende del calcio-scommesse che negli anni hanno colpito l'italico calcio) perchè vuole giocarsi le sue carte nella massima serie in una squadra in cui potrà essere titolare.

CON LA JUVE VINCE TUTTO
Nonostante il disastroso terremoto e la penalizzazione gli irpini si salvano bene e VIGNOLA diventa il perno di centrocampo anche per le successive due stagioni in Serie A prima che la JUVENTUS di BONIPERTI 'soffi' il giocatore alla FIORENTINA nello spazio di tempo che va da quando Beniamino prende l'auto da Verona per tornare ad Avellino a fine vacanze a quando effettivamente ci arriva.
In bianconero ha finalmente la possibilità di vincere qualcosa ma nel suo ruolo c'è l'inamovibile fuoriclasse transalpino PLATINI col quale Beniamino instaurerà un ottimo rapporto; la prima stagione a Torino corrisponde anche al miglior periodo in carriera per il facitore di gioco veronese che sarà decisivo nella finale di Coppa delle Coppe con il PORTO grazie ad un gol (strepitoso) ed un passaggio profondo illuminante per la rete della vittoria di Zibi BONIEK.
Dopo lo Scudetto, la Supercoppa UEFA, e la Coppa delle Coppe VIGNOLA vince nella stagione successiva anche una Coppa dei Campioni con le Zebre prima di tornare in gialloblù.

RITORNO-FLOP AL VERONA
'Mi chiamò Mascetti con cui avevo giocato a inizio carriera. Mi ero sposato da poco con Nicoletta, alla Juventus mi sentivo un po’ chiuso, insomma il ritorno nella mia città mi parve una cosa buona. Invece fu un flop. La carica positiva dell’anno prima che aveva condotto allo scudetto si era quasi esaurita. A fine stagione c’erano i Mondiali in Messico, magari per qualcuno è stato anche un condizionamento. Nel mio ruolo poi c’era Di Gennaro e anch’io, onestamente, non ho dato il massimo. Peccato perché pensavo che l’aria di casa mi avrebbe dato una spinta in più' ...E invece i freschi Campioni d'Italia, dopo essere stati eliminati in maniera scandalosa agli Ottavi di Finale di Coppa dei Campioni proprio da parte della JUVENTUS, terminarono la stagione con uno scialbo decimo posto.

ANCORA JUVE, POI IL DECLINO A SOLI 30 ANNI
Tornato alla JUVE nel 1986-87, Beniamino venne utilizzato meno anche se partecipò alle Coppe Europee e rimase in bianconero un altro paio di stagioni prima di accettare la corte dell'EMPOLI in cadetteria, retrocedere in C1 coi toscani e terminare la carriera al MANTOVA in C2.

Trovate qui il suo profilo FaceBook (che non viene aggiornato da un bel po').

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ANEDDOTI & ALTRO DA RICORDARE +   -   =


  • La legge del Partenio Il play di scuola gialloblù raccontò al 'Guerin Sportivo' di alcune particolarità che rendevano il Partenio uno stadio ostico anche per le grandi 'A parte il fatto che il campo, prima delle partite, veniva sempre bagnato. Il terreno era pesantissimo. Questo sfavoriva le squadre più tecniche, ma anche me. Poi c’era quel corridoio sotterraneo, stretto e lungo, che collegava gli spogliatoi al campo. Ogni tanto, chissà perché, si spegnevano le luci. Ricordo ancora di un giocatore dell’Inter, espulso, che attese la fine della partita per tornare nello spogliatoio insieme ai compagni'
  • Quello schiaffo da SIBILIA... VIGNOLA fu uno dei giocatori più forti nell'AVELLINO neopromosso in Serie A prima di arrivare al grandissimo calcio con la JUVE. Oltre allo spavento per il terremoto del 23 Novembre 1980 la mezzala ricorda molto bene anche la cinquina che gli assestò Antonio SIBILIA, in quegli anni patròn dei Lupi 'Non stavamo giocando al meglio e negli spogliatoi lui imprecava contro di me. Io gli risposi: “ Se non le vado bene, mi dia i soldi che avanzo e mi venda”. Gli mancai di rispetto, secondo lui. Boh, forse sbagliai a pormi in quel modo. Di certo oggi non lo rifarei'. Anni dopo gli chiedono dell'episodio anche alla Domenica Sportiva 'Fortunatamente mi mossi più veloce che in campo e riuscii in parte a ridurre gli effetti del colpo' dice sorridendo
  • FEDELE il mio angelo custode Più semplice giocare se c'è chi in campo ti guarda le spalle e, considerata la sua struttura fisica, anche Beniamino 'Il fisico non mi ha aiutato, nonostante la tecnica fosse molto buona. L’allenatore della svolta è stato Ferruccio Valcareggi, che nei suoi anni a Verona, dava un occhio anche al settore giovanile. Mi ha valorizzato, mi ha fatto fare allenamenti specifici per irrobustire la muscolatura. Gli devo molto... E i miei compagni, vista la mia struttura fisica, presero le mie difese per tutelare ginocchi e caviglie. È Adriano Fedele il mio angelo custode principale. Era agli ultimi anni di carriera, giocava dietro di me sulla fascia sinistra. “Tu vai e non ti preoccupare di niente. In tutti i sensi”'
  • All'HELLAS undicenne con un sogno... VIGNOLA racconta l'ingresso nelle giovanili scaligere: 'Entrai nel vivaio del Verona a undici anni con in tasca il sogno di diventare calciatore. La scuola mi ha sempre appassionato poco, anche se il diploma di geometra alla fine l’ho preso. Andavo allo stadio accompagnato da mio padre che lavorava in Comune e che faceva la “maschera” al Bentegodi. Le prime scarpette me le hanno date lì a Verona. Poi me le feci fare da un artigiano e le portai fino a che non si bucarono'


Beniamino Vignola
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Beniamino Vignola (Verona, 12 giugno 1959) è un imprenditore ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista.

Caratteristiche tecniche
Fu una mezzala molto tecnica, dal fisico minuto, inizialmente paragonato a Gianni Rivera.

Carriera
- Club
Cresciuto calcisticamente nella squadra della sua città, il Verona, esordì in Serie A nelle file degli scaligeri nel 1978. L'anno dopo passò all'Avellino, con cui giocò per tre stagioni consecutive mettendosi in luce assieme ad altri elementi, quali Tacconi e Favero, che ritroverà poi alla Juventus.

Nell'estate 1983 fu infatti acquistato dal club bianconero, su suggerimento di Michel Platini del quale divenne la prima riserva: «Temevo di marcire in panchina, ma riuscii lo stesso a graffiare. [...] mi godo il ricordo di essere stato il vice-Platini e di averci più volte giocato assieme. Non è poco». Nonostante le gerarchie prestabilite, sul finire della stagione 1983-1984 divenne titolare contribuendo alla conquista di scudetto e Coppa delle Coppe; contro l'Udinese siglò una doppietta, e fu assoluto protagonista nella finale di coppa disputata il 16 maggio a Basilea contro il Porto, vinta 2-1 grazie alla sua iniziale segnatura nonché al suo successivo assist per il decisivo gol di Boniek.

Vestì la maglia bianconera fino al 1988, eccetto una parentesi ai campioni d'Italia in carica del Verona nell'annata 1985-1986, che lo acquistarono per 4,8 miliardi di lire. Con i bianconeri vinse nel 1984 il succitato double continentale, nonché una Coppa dei Campioni e una Supercoppa UEFA l'anno successivo. Si accasò quindi all'Empoli, in Serie B, retrocedendo in C1 al termine del campionato 1988-1989.

Chiuse la carriera professionistica nel 1992, in Serie C2, con la maglia del Mantova, squadra per la quale diventò poi direttore sportivo nel corso della stagione 1993-1994. Dopo il fallimento della squadra lombarda e un'esperienza da calciatore-allenatore nel San Martino Buon Albergo, squadra dilettantistica veronese, lasciò definitivamente il calcio.

- Nazionale
Vanta cinque presenze e due reti in nazionale Under-21, con la quale partecipò al torneo olimpico di Los Angeles 1984 chiuso dagli azzurri al quarto posto.

Palmarès
- Club
   Competizioni nazionali
      Campionato italiano: 1 Juventus: 1983-1984

   Competizioni internazionali
         Coppa delle Coppe: 1 Juventus: 1983-1984
         Supercoppa UEFA: 1 Juventus: 1984
         Coppa dei Campioni: 1 Juventus: 1984-1985

FONTE: Wikipedia.org


Briaschi e l’elogio a Vignola: «Una manna dal cielo per gli attaccanti»
Massimo Briaschi ha elogiato Beniamino Vignola a margine dell’evento al JOFC Marsala dedicato a Gaetano Scirea

Di Redazione JuventusNews24 - 17 Ottobre 2019
© foto www.imagephotoagency.it

(dal nostro inviato) – Evento al JOFC Marsala dedicato a Gaetano Scirea, nel quale Massimo Briaschi e Beniamino Vignola hanno raccontato alcuni ricordi dell’ex campione della Juve. Briaschi, poi, ha elogiato anche l’ex compagno di squadra Vignola, dando una descrizione importante. Di seguito riportate le sue dichiarazioni.

VIGNOLA – «Un grande giocatore. Anche un top a volte. C’erano dei grandi campioni allora: Beniamino è stato un centrocampista che per gli attaccanti era una manna dal cielo».

FONTE: JuventusNews24.com


Che fine ha fatto Vignola, il piccolo Platini
Tifava Milan, con un suo gol fece vincere la coppa Coppe alla Juve
Il nome Beniamino in realtà valeva solo per almanacchi e addetti ai lavori, per gli amici Vignola è sempre stato Franco. «È il mio secondo nome, anche se non ce l’ho sui documenti. Ma fin da piccolo mi hanno sempre chiamato così. E Franco sono anche per Nicoletta, mia moglie e per i ragazzi che lavorano con me in azienda». Così disse al Guerin Sportivo. L’azienda è la Vetrauto, fondata dal papà di Nicoletta oltre mezzo secolo fa, di cui lui oggi è amministratore insieme al cognato.

IL PRESENTE – «Quando ho smesso con il pallone, ho colto l’opportunità che mi offriva mio suocero. Operiamo nel campo dell’after–market. Ricambi e riparazioni dei vetri delle vetture. Ci sono entrato in punta di piedi e grazie agli insegnamenti di chi mi ha preceduto ho imparato il mestiere. Nel lavoro ho messo un po’ delle mie esperienze sportive: il gioco di squadra, l’importanza del gruppo. Ci sono anche le multe simboliche per chi arriva tardi o le brioches da portare al sabato per chi fa qualche danno». Di multe lui da giocatore però non le prendeva. Partito dalla sua città natale, Verona (ma tifava Milan “tenevo anche per il Verona. Tra l’altro ero in gradinata quel 20 maggio 1973, il giorno del famoso 5–3, con la grande delusione del popolo rossonero per lo scudetto della stella sfuggito all’ultima giornata. Ci rimasi male anch’io, ma fui contento per l’Hellas”), fu all’Avellino che si impose questo centrocampista dai piedi delicati, dotato di una classe limpidissima e di un tiro preciso e potente. In Irpinia vive il dramma del terremoto dell’80 («23 novembre 1980. A me andò bene, la palazzina dove vivevo tremò e basta. Ma per il resto fu un dramma incredibile. Il Partenio, fu trasformato in una tendopoli. Noi riuscimmo a dare alla gente un sorriso con le nostre prestazioni»).

IL BIVIO – Lo notano tutti ma nel 1983–84 lo prende la Juve. Che supera la Fiorentina: «Dopo i tre anni ad Avellino, il mio nome è gettonato e il presidente vuole fare giustamente cassa. Sono a Verona, a casa. Mi chiama la società, mi dice che è tutto fatto con la Fiorentina. “Quando vieni giù fermati a Firenze per parlare con il direttore generale della società Allodi e con l’allenatore De Sisti”. Ci incontriamo, parliamo, tutto bene. Non c’è nulla di firmato, ma mi sento un giocatore della Fiorentina. Riprendo la macchina e arrivo ad Avellino. Mi vedo con il presidente Sibilia, gli riferisco tutto e lui mi fa: “Anche noi abbiamo chiuso. Ma con la Juventus. Questo è il numero di Boniperti, aspetta una tua telefonata”. Ho chiamato. “Sei contento di venire alla Juve?” Gli rispondo di sì, ma che non me l’aspettavo. Per la prima volta potevo competere per lo scudetto e le coppe, invece che giocare per la salvezza».

LA COPPA – E la coppa la vince, quella delle Coppe. Proprio con un suo gol (più assist per il gol di Boniek) come ricordò a La Repubblica: «Juve-Porto, finale di Coppa delle Coppe a Basilea, 16 maggio 1984: una squadra di mostri più uno normale, io. A volte rivedo il filmato, sento la voce di Nando Martellini che dice il mio nome e non ci credo: mi trovavo lì. Io giocavo poco, quasi sempre per sostituire Platini, però poi ero diventato titolare al posto di Penzo. Nella mia carriera alla Juve sono stato bravo perché ho segnato i gol giusti, quella doppietta in rimonta all’Udinese, il rigore alla Fiorentina al 90′ la volta che Platini aveva la febbre, lui che accidenti non si ammalava mai. Nel cassetto conservo la maglia di quel giorno, bianconera e col 10 perché allora i numeri non erano personali. Bellissima, di lana con lo scudetto e le stelle gialle cuciti a mano in rilievo, ogni tanto vado a guardarmela. Quando pioveva, pesavamo due chili in più».

LUI E TACCONI – Grande amico di Tacconi («Sì, da sempre. E i sabato notte erano un tormento. Si parlava, ci scambiavamo emozioni. Mi fumava addosso non so quante sigarette. E ogni tanto si placava con qualche “amaro”: Non ti dico il periodo in cui è stato fuori squadra. Una lotta. Era fatto così. Era il compagno più veloce a fare la doccia. Così poi usciva e andava incontro ai giornalisti. Sai quante volte gli ho detto, Stefano, aspetta, stai buono qui nello spogliatoio. Niente») ma poi nell’estate del 1985 lascia la Juve e va a Verona.

LA SCELTA – «Alla Juventus mi sentivo un po’ chiuso. Nel mio ruolo poi c’era Di Gennaro e anch’io, onestamente, non ho dato il massimo. Peccato perché pensavo che l’aria di casa mi avrebbe dato una spinta in più. Altro errore. Non ritornerei alla Juventus nel 1986. Non c’era più Trapattoni, ma mister Marchesi. Platini era al suo ultimo anno, ma aveva già staccato. Anch’io avevo perso un po’ di magia. La fiamma si era spenta. E nell’autunno 1988 eccomi a Empoli in B, per poi finire in C1 la stagione seguente. Poi smetto. Per Nicoletta acquistiamo una farmacia che è poi anche il presente delle nostre figlie Chiara e Giulia. Ed io metto i ricordi in bacheca e accetto la proposta di mio suocero di lavorare per la sua azienda».

MAGLIA GIALLA – In bacheca c’è anche altro: «La maglia gialla col numero 7 della Juve stava anche lei nel cassetto, poi l’ho regalata al museo della Juve e quando vado a Torino faccio sempre un salto e me la guardo. Ci sono persone che scattano una foto davanti al cimelio e poi me la mandano, e io sono felice. ». Il calcio è solo il passato: «Molti miei colleghi di allora lavorano in tv, ma io non ho tempo per prepararmi bene e se non ti prepari fai brutte figure, non sai cosa dire. A pallone gioco poco, dieci minuti ogni tanto, venti al massimo, poi penso: e se mi faccio male? Quanto ci metto a recuperare? Qualche volta gli amici mi chiamano e io chiedo: si gioca sull’erba o sul sintetico? Perché il campo sintetico non profuma e questo per me è essenziale, l’odore di un prato quando ci corri sopra, a calcetto non gioco perché non sa di niente».

SPORTEVAI | 03-10-2019 13:29

FONTE: Sport.Virgilio.it


NEWS
20 settembre 2019 - 09:04
Vignola: “Per fare punti con la Juve serve il Verona più bello”
L’ex centrocampista: “I bianconeri sono fortissimi, ma l’Hellas può provarci”

di Redazione Hellas1903

Beniamino Vignola, doppio ex di Hellas e Juventus, parla della gara tra i gialloblù e i bianconeri, intervistato dal “Corriere di Verona” oggi in edicola.

Dice, tra l’altro: “La Juve? Restano i più forti d’Italia, in Europa hanno iniziato bene, per quanto il 2-2 di Madrid susciti rammarico. Il Verona può e deve andare a Torino con la testa libera, senza farsi schiacciare dal pensiero di chi avrà di fronte. Difendendo bene e innescando il contropiede potrà pungere questa Juve fortissima, ma che si sta assestando. Servirà un Hellas ancora più bello di quello che ha messo in crisi il Milan. Auspicando che il finale sia tutto diverso rispetto a domenica”.

FONTE: Hellas1903.it


mercoledì 12 giugno 2019
Beniamino VIGNOLA

Nato a Verona il 12 giugno 1959, cresce nella squadra scaligera e dall’organico gialloblu, dopo aver debuttato in Serie A, si separa nell’estate del 1980 per accasarsi all’Avellino. La Juventus, battuta una nutrita concorrenza, si assicura le prestazioni del biondo rifinitore per il campionato 1983–84. Dotato di una classe limpidissima e di un tiro preciso e potente che usa con una discreta disinvoltura, Vignola difetta di continuità essendo fisicamente molto fragile; abbastanza veloce e reattivo, con un discreto dinamismo ma poco solido nei contrasti, necessita spesso di pause quasi fisiologiche, tanto è vero che Brera lo definisce il nuovo abatino (ogni riferimento a Rivera è puramente voluto).

«Credo che, nel calcio, questi paragoni lascino il tempo che trovano, capisco la necessità di scrivere sempre qualcosa di nuovo, di stimolare la fantasia dei tifosi e, riconosco, di avere qualche punto di affinità con Rivera, ma vado avanti per la mia strada, senza lasciarmi suggestionare. Vorrei essere soltanto Vignola, con i suoi pregi e difetti», afferma.

Vignola dimostra, comunque, grande intelligenza riciclandosi come dodicesimo uomo, in modo da mettere a frutto le sue non trascurabili qualità e dando un valore aggiunto tutte le volte che viene chiamato in campo, mascherando, nel contempo, i propri difetti: «Ad Avellino sono maturato ed ho acquisito esperienze in quello che è il mio ruolo specifico e, cioè, di centrocampista che ordina e inizia il gioco. Sono, in pratica, un regista in vecchio stile, se mi è concesso di usare ancora questo termine. Sono arrivato alla Juventus per giocare, questo è assodato, ma mi basterebbe lottare alla pari con gli altri per un posto da titolare».

In bianconero vive il suo miglior momento nella seconda parte della stagione 1983–-84 nella quale il fantasista, con i suoi goal, è decisivo nella favolosa accoppiata scudetto e Coppa delle Coppe. Da ricordare il goal su rigore all’ultimo minuto contro la Fiorentina o la doppietta al Comunale contro l’Udinese; soprattutto, resta nella memoria quel bellissimo goal al Porto, nella finale di Coppa delle Coppe. A Torino si ferma anche per la successiva stagione, caratterizzato dalla conquista della Coppa dei Campioni. Viene ceduto al Verona nell’estate 1985, per poi tornare alla Juventus l’anno successivo, ma il fuoco è oramai spento per cui lentamente, ma inesorabilmente, si chiude il sipario. Alla fine totalizza 127 presenze con diciotto goal.


GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” MAGGIO 1984
Beniamino. Mai, forse, nome è stato più azzeccato, più consono al personaggio. Che, in effetti, beniamino è diventato, a tempo di primato, e ben prima, si badi, che il supporter bianconero avesse la prova del valore, dell’importanza anche strategica del campione.
Vignola, insomma, è un predestinato. Al successo, alla gioia, all’essere oggetto di attenzioni speciali da parte dei tifosi, senza distinzioni di settori dello stadio, tribuna o curva pari sono. Certo, è facile, oggi, tessere le lodi di Beniamino Vignola. Ci sono episodi recenti, e financo recentissimi, che testimoniano del ruolo che il veronese è stato capace di conquistare nella squadra chiamata Juventus, che ci sia o che manchi quel grandissimo, impagabile fuoriclasse a nome Michel Platini. Diciamo allora che, da pochissimo tempo, e segnatamente da quel Juventus–Fiorentina del primo di aprile, abbiamo potuto verificare pienamente il talento e l’importanza fin prospettica di Vignola, messo lì, nel cuore della squadra, a dimostrare quanto valga in realtà non come staffetta o pedina tattica a gioco in corso, ma come uomo squadra, giocatore a tutto tondo, campione completo. Ed è stata, crediamo per tutti, scoperta piacevole e fin esaltante.

Essere predestinati può anche voler dire assomigliare, non per volontà propria, certamente, a qualcun altro, magari grandissimo campione, magari simbolo addirittura di un’epoca. E Vignola, voce di popolo, è stato subito, all’inizio della sua carriera, avvicinato nientemeno che a Gianni Rivera. Paragone grande, inquietante. Non esatto, si capisce, perché le somiglianze son sempre un fatto relativo, approssimativo, tremendamente soggettivo. Paragone, comunque, calzante. Beniamino, a Verona e ancor più nella piena maturazione avuta ad Avellino, ha impreziosito un repertorio già ricco di altri particolari tecnici e tattici significativi. Ha imparato, lui così minuto e perbene, così poco loquace e insomma timido, a essere trascinatore, uomo squadra, tutto. Conta la classe, la grinta, non la chiacchiera. E Vignola, che ha iniziato da subito ad applicare questa elementare massima, non poteva che finire nella Juve, dove i fatti sono da sempre regola di vita. Abbiamo fatto un breve passo indietro, ma ci voleva. Adesso torniamo rapidamente al presente.

Vignola, nella squadra bianconera, si presenta senza far proclami e con quella modestia che non va mai confusa con rassegnazione. E dire che, in un contesto dove vi sono campioni assoluti come Platini e Tardelli, tanto per citarne un paio, sarebbe fin plausibile per un ragazzo nuovo venuto a subire una sorta di sudditanza, accusare il salto dalla provincia dove si diventa pedine del gran gioco. Ma qui salta fuori il carattere, e magari la predestinazione di cui si diceva in apertura. Perché Vignola, oltre al talento di primissimo ordine, ha uno di quei caratteri tagliati con l’accetta. E non mollerebbe neppure se il suo antagonista di maglia fosse Pelè più Sivori più Eusébio, altro che storie. Del resto, il Trap ha subito ben chiaro quale può essere la funzione tattica del ragazzo. Nelle mille pieghe che può prendere una partita ci sono soluzioni a bizzeffe che consentono l’impiego di Vignola. L’importante è poter disporre di un campione duttile, che sappia lavorare, oltre che con i piedi, anche con il cervello. E Vignola è l’uomo giusto, lo si capisce di primo acchito. I tifosi lo invocano, non per polemizzare con diverse scelte di partenza del mister, ma proprio a sottolineare come l’ingresso, a gioco in corso, di Beniamino, possa rappresentare una svolta del match. Il che, puntualmente, avviene. Il Trap getta nella mischia un talento capace di sconvolgere qualunque piano tattico, con un contributo di estro e di fantasia che in pochi hanno.

Nasce sul campo e fuori un’intesa Platini–Vignola che ha del portentoso, se si considera che, secondo molti addetti ai lavori, i due hanno le medesime caratteristiche e quindi dovrebbero tendere a sovrapporsi, creando addirittura inconvenienti seri alla squadra.
In realtà, i due parlano un linguaggio molto simile, che li porta a costruire insieme alcuni dei fraseggi più spettacolari e al tempo stesso essenziali del campionato. Ricordiamo Udinese–Juventus, con triangolo lungo tra Michel e Beniamino e palla di ritorno al francese, che fulmina in goal. Ma non dimentichiamo neppure Milan-Juventus, con giocata rapsodica di Platini finalizzata per il tocco vincente di Vignola. Per non parlare di Haka–Juventus in quel di Strasburgo, dove il copione di Milan–Juventus viene ripetuto con pochissime varianti. Abbiamo lasciato al fondo, e non a caso, il goal di coppa, per cogliere un rilievo non soltanto statistico. Vignola, a Strasburgo, segna il goal partita, su imbeccata di Platini, al novantesimo spaccato. È un goal di enorme valore simbolico, perché cancella tutte le paure, tutte le delusioni di un pubblico meraviglioso accorso a vedere una Juve forzatamente un po’ svagata, a corto di concentrazione. Un goal all’ultimo minuto denota sempre freddezza estrema, nervi saldissimi, insofferenza allo stress, alla fatica di una gara che volge al termine.

La riprova clamorosa di queste doti, Beniamino la fornisce qualche settimana dopo. È storia di ieri. Juventus-Fiorentina si decide con un rigore. Vignola, a tempo pieno uomo squadra in una formazione orfana di Platini influenzato, stavolta non è soltanto il jolly che scombussola i piani dell’avversario. Può diventare, e di fatto diventa, l’uomo partita. La sua freddezza diventa proverbiale. E il rigore che aggiunge un altro tassello al mosaico di un professional esemplare, che ha appena cominciato a mostrare compiutamente tutte le sue doti. Nasce nella Juve un campione inedito, universale. Ne ha bisogno la squadra bianconera, al presente e ancor più per il futuro. Beniamino, di nome e di fatto.


NICOLA CALZARETTA, “GUERIN SPORTIVO” FEBBRAIO 2017
Da anni oramai fa l’imprenditore. Così lo qualifica anche Wikipedia aggiungendo che è anche un ex calciatore di ruolo centrocampista. Scrive che è nato a Verona il 12 giugno 1959 e che si chiama Beniamino Vignola. Non ci dice però, perché non lo sa, che in famiglia e per gli amici è Franco. «È il mio secondo nome, anche se non ce l’ho sui documenti. Ma fin da piccolo mi hanno sempre chiamato così. E Franco sono anche per Nicoletta, mia moglie e per i ragazzi che lavorano con me in azienda».

L’azienda è la Vetrauto, fondata dal papà di Nicoletta cinquanta anni fa, di cui è amministratore insieme al cognato. «Quando ho smesso con il pallone, ho colto l’opportunità che mi offriva mio suocero. Operiamo nel campo dell’after–market. Ricambi e riparazioni dei vetri delle vetture. Ci sono entrato in punta di piedi e grazie agli insegnamenti di chi mi ha preceduto ho imparato il mestiere». L’azienda è cresciuta, adesso c’è anche la Vetrocar, con decine di filiali in tutta Italia. «Nel lavoro ho messo un po’ delle mie esperienze sportive: il gioco di squadra, l’importanza del gruppo. Ci sono anche le multe simboliche per chi arriva tardi o le brioches da portare al sabato per chi fa qualche danno».

È allegro e sorridente Vignola. Seduto alla sua scrivania, alle spalle un collage di immagini del calcio perduto che lo ha visto protagonista dal 1979 al 1992 con Verona, Avellino, Juventus, Empoli e Mantova. Le ultime consegne di lavoro, poi telefono silenziato, mentre da una busta ecco comparire una maglia bianconera: scudetto sul petto e numero dieci. La mostra con orgoglio. È una cosa preziosa, al pari di una perla. E non a caso la sede della sua azienda è in Via del Perlar, l’albero delle perle, per l’appunto. «Erano anni che non la riprendevo tra le mani. È una bella sensazione. È l’unica maglia che ho conservato. L’altra, quella gialla con il numero sette con cui ho conquistato la Coppa delle Coppe nel 1984, l’ho donata al Museo della Juventus. E tutte le volte che penso che qualcosa di mio è in un museo mi vengono i brividi».

Sei d’accordo che la perla più preziosa delle tue stagioni alla Juve è il goal di Basilea del 16 maggio 1984?
«Sì. Segnare una rete in una finale internazionale, penso sia il sogno di tanti. Se poi è anche quella che ha contribuito alla vittoria finale, beh, diciamo che è proprio una bella perla».

Ci racconti l’azione?
«Fu un goal strano. Ricevo palla da Platini, sono sulla tre–quarti avversaria e punto verso la porta, allargandomi leggermente a sinistra. Attendo il movimento dei miei compagni, però più avanzo, più non vedo “gialli” da servire. Quindi mi allargo ancora un po’ e, a quel punto, dal limite carico a tutta forza il sinistro per incrociare al massimo il tiro. Il portiere non si tuffa nemmeno, mentre il pallone accarezza il palo e finisce in rete».

Sono passati tredici minuti, 1–0 per la Juve. Segue tua esultanza.
«Non stavo nella pelle, non mi sembrava vero. Alzo le braccia e poi mi metto in ginocchio. Il primo ad arrivare è Cabrini che mi sventola davanti il pugno, mi abbraccia e mi tira su insieme a Boniek».

C’è il tuo zampino anche nel 2–1 finale siglato dal polacco.
«Il lancio in verticale per Zibì era uno schema ricorrente in quella Juve. La mia imbucata fu suggerita dal suo perfetto inserimento in area. Poi ancora oggi non so come fece a beffare portiere e difensore con quel tocchetto di destro in anticipo su tutti (sorride)».

Al 90’ la Coppa delle Coppe è bianconera.
«E Trapattoni, che mi aveva appena tolto, mi stringe il viso con le sue mani e poi mi abbraccia con tutta la sua forza, euforico. Poi la gioia dei miei compagni, quasi tutti reduci dalla grandissima delusione di Atene dell’anno prima. C’era voglia di rivalsa, di rivincita immediata. Sembra impossibile, ma quello fu soltanto il secondo successo internazionale della Juve dopo la Coppa Uefa del 1977».

E tu che cosa provasti?
«Volavo su una nuvola. Alla mia prima stagione alla Juve, dopo aver vinto anche lo scudetto, non potevo chiedere di più. Ma come sempre accade, nel momento non riesci a cogliere appieno tutte le emozioni. Comprendi ciò che ti è successo dopo, col tempo, con i ricordi, riparlandone come stiamo facendo adesso».

Sapevi di giocare dal primo minuto?
«Sì. Nella parte finale della stagione il Trap mi aveva utilizzato spesso dall’inizio al posto di Penzo. Da lui ho ereditato il “sette”, che poi era l’unico numero libero (ride). Evidentemente l’idea del mister era proprio quella di partire con me anche nella finale secca con il Porto dove c’era più bisogno di copertura a centrocampo e magari di qualche inventiva in più».

Torniamo indietro di alcuni mesi: estate 1983. Come sei arrivato alla Juventus?
«In maniera rocambolesca. Anche perché, in pratica, ero già della Fiorentina. Dopo i tre anni ad Avellino, il mio nome è gettonato e il presidente vuole fare giustamente cassa. Sono a Verona, a casa. Mi chiama la società, mi dice che è tutto fatto con la Fiorentina. “Quando vieni giù fermati a Firenze per parlare con il direttore generale della società Allodi e con l’allenatore De Sisti”. Ci incontriamo, parliamo, tutto bene. Non c’è nulla di firmato, ma mi sento un giocatore della Fiorentina. Riprendo la macchina e arrivo ad Avellino. Mi vedo con il presidente Sibilia, gli riferisco tutto e lui mi fa: “Anche noi abbiamo chiuso. Ma con la Juventus. Questo è il numero di Boniperti, aspetta una tua telefonata”. Ho chiamato. “Sei contento di venire alla Juve?” Gli rispondo di sì, ma che non me l’aspettavo. E lui: “Vieni su a Torino, fai le visite e si parte” Vado, faccio le visite, presentazione, ritiro. Tutto bello, ma nel frattempo del contratto nulla».

E quando ne avete parlato?
«A Villar Perosa, come tradizione. Il primo giorno faceva i big. Il secondo i giovani. Firma in bianco e la speranza di vincere molto perché c’erano dei bei premi, ma belli davvero».

Sinceramente: eri contento di essere andato alla Juve o avevi qualche dubbio di avere pochi spazi?
«Chiaro che andavo in una squadra di fuoriclasse. Nel mio ruolo poi c’era Michel Platini, il “Professore”. Però avevo ventiquattro anni e la possibilità di giocare in una delle società più prestigiose del mondo. Per la prima volta potevo competere per lo scudetto e le coppe, invece che giocare per la salvezza».

Come è stato il tuo impatto con il mondo bianconero?
«Sono entrato in punta di piedi, con il massimo rispetto. Ho osservato molto. Ho cercato di capire. E ho visto una squadra composta da grandi campioni da prendere ad esempio per la serietà e l’impegno. E un gruppo di ragazzi veramente eccezionale che mi ha accolto con molta amicizia e altrettanto rispetto. Ho impiegato pochissimo tempo a integrarmi».

Facile, eri sponsorizzato da Platini! (sorride)
«Michel aveva dichiarato che Vignola era uno dei giovani più interessanti del campionato. Certo, con una candidatura così la strada per arrivare alla Juve si è fatta più in discesa. A parte le battute, al di là di tutto c’erano anche dei motivi tecnico–tattici alla base delle preferenze di Platini. Da un lato le mie qualità tecniche. E per gente come Platini che amava il palleggio era sicuramente più piacevole giocare. Tatticamente la mia presenza gli consentiva di poter stare più avanti, più vicino alla porta. Cosa che lui amava moltissimo, non solo per segnare di più, ma anche per non doversi preoccupare della marcatura».

Chi era Michel Platini?
«Un fuoriclasse. Senza se e senza ma. A fine allenamento ci si fermava per tirare in porta dal limite dell’area. Io a destra e lui dall’altra parte. Calciava forte, collo pieno, con la palla ferma. La traiettoria era perfetta e andava dove voleva lui, con effetto o senza. Gli chiedevo come facesse a tirare in quel modo. E lui, candido: “Calcio il pallone!”. Con me aveva un rapporto particolare, una volta gli detti anche un suggerimento per le punizioni. Gli dissi: “Oramai tanti ti conoscono, il portiere si prepara a tuffarsi sul lato coperto dalla barriera e, magari, fa in anticipo un passo verso il centro della porta. Prova a tirarla bassa, sul suo palo”. Mi ascoltò e qualche domenica dopo beffò così Castellini, numero uno del Napoli».

Si fidava molto di te.
«C’era molta stima. E complicità. Spesso mi chiedeva informazioni su chi lo avrebbe marcato. E allora gli dicevo, questo è tosto, quest’altro non ti molla mai, oppure questo qui è uno che ti lascia giocare. Ma di lui, in realtà, c’è un aspetto che pochi conoscono. Pare impossibile, ma era uno che aveva bisogno di essere rincuorato, rasserenato, talvolta incoraggiato. Succedeva spesso e capitò anche nella finale di Basilea. Guarda le immagini: squadre schierate a centrocampo, si vede che lui si gira verso di me e parliamo. Era in cerca delle ultime rassicurazioni».

E tu cosa gli hai detto?
«Michel, questa partita ce la devi far vincere tu».

Era già capitato di avergli dato questo “ordine”?
«Successe nel derby di ritorno del campionato 1983–84. Eravamo sotto di un goal, allora io e Bonini ci avvicinammo a lui e glielo dicemmo: “Ora ci devi portare alla vittoria” Così fu, due goal, di cui il primo di testa da vero centravanti».

Guarda caso dopo una manciata di minuti dal tuo ingresso in campo.
«Era una soluzione a cui Trapattoni ricorreva spesso. Ero realmente il dodicesimo titolare, partivo dalla panchina, ma ero quasi sicuro che avrei giocato. Il mister mi vedeva bene, sia quando la partita meritava una svolta, sia quando c’era da aumentare il numero a centrocampo. Col Toro si doveva recuperare la partita. Entro io e Platini gioca più avanti. Quella volta uscì Prandelli, ma spesso era una punta a lasciarmi il posto. E Paolo Rossi e Boniek non erano per niente felici di uscire. Pablito si accigliava, e magari sbottava in differita. Zibì, invece, si incazzava in tempo reale con corredo di parolacce».

Come facevi a entrare subito nel vivo della partita?
«Intanto non avevo bisogno di molto riscaldamento. Poi c’è il fattore mentale: andavo in panchina carico e concentrato, come se fossi già in campo. In più avevo una certa facilità di lettura della gara, il che mi aiutava molto. Infine ero alla Juve e con certi compagni a fianco è molto più semplice giocare, anche se si entra a partita in corso. Con una terminologia moderna, direi che sono stato il primo “intenso” nella storia del calcio in Italia (ride)».

Adesso ti butto lì una data:1 aprile 1984, al Comunale si gioca Juventus–Fiorentina.
«Ed io quel giorno ho il dieci sulle spalle. Ed era la prima volta. Il “Professore” aveva la febbre. Timori? Beh, insomma. Sostituire Michel non è semplice. Sentivo di avere la fiducia di tutti. Fu molto bella l’intervista nel pre–partita di Tardelli. Giampiero Galeazzi gli fa notare che alla Juve manca Platini e lui risponde: “C’è Vignola”».

Cosa ricordi di quella domenica primaverile?
«Ricordo tutto, in particolare quello che successe all’ultimo minuto sullo 0–0. Contatto in area tra Pecci e Boniek. Zibì cade e l’arbitro fischia il rigore. Non so perché, ma prendo subito il pallone in mano e lo poggio sul dischetto. È un gesto istintivo, di pancia. Adesso, mi vengono i brividi al pensiero della responsabilità che mi presi. Va detto che intorno a me non c’era la fila per battere il rigore. E sì che in campo c’era gente come Cabrini, Paolo Rossi, lo stesso Boniek. Non ho pensato all’esecuzione. Ad Avellino i rigori li tiravo io, insomma, mi presi un bel rischio, ma non ero certamente sprovveduto, anche se Boniek si tiene le mani nei capelli. Rincorsa, collo interno, forte a incrociare. Giovanni Galli da una parte e pallone dall’altra. Un boato. Viene giù lo stadio, mentre io corro verso la curva. È il goal che vale la partita e consolida il nostro primato in classifica».

Continuiamo il gioco delle date: 21 aprile 1984, Juventus–Udinese, giornata numero ventisette.
«Ero in panchina quella domenica. Vantaggio nostro con Paolo Rossi. Verso la fine del primo tempo ci fu l’uno–due dell’Udinese. Prima Mauro e poi Zico, 2–1 per loro in un minuto. Nell’intervallo Trapattoni mi dice di prepararmi, esce Boniek. Fa caldo, io sono già pronto. Sto veramente bene e sento la fiducia di tutti. Sono momenti magici, difficile dire di più. Segno due volte, è la prima doppietta con la Juventus. Il goal del controsorpasso lo faccio addirittura di destro. Si rivince e si vola a più quattro sulla Roma quando mancano tre giornate alla fine. Per lo scudetto manca solo la matematica».

La slot machine delle date si ferma al 6.5.84.
«Una domenica fantastica. Giochiamo in casa contro il mio Avellino. A noi basta un punto e quello arriva. Sono felice anche i miei ex compagni che con il pareggio sono salvi. E poi c’è l’omaggio a Beppe Furino che entra a fine gara e conquista così il suo ottavo scudetto. Per me è invece il primo, e sono il ritratto della felicità».

Dieci giorni dopo c’è il trionfo di Basilea.
«Una doppietta fantastica, come accadde nel 1977. Ma dal giorno dopo iniziammo a pensare solo alla Coppa dei Campioni».

E tu che pensieri avevi: credevi di essere tra i primi undici o no?
«Ci speravo. La Juve acquistò Briaschi al posto di Penzo. Partì benissimo, il tandem con Paolo Rossi funzionava a meraviglia. Il Trap mi voleva fisso a centrocampo, e per questo, complici anche alcuni infortuni dei nostri difensori, spostò Tardelli come terzino destro. L’esperimento non durò. Marco non sposò mai l’idea, i risultati non furono incoraggianti e per me ci fu un passo indietro».

L’andamento incerto in campionato costò il posto anche al tuo amico Tacconi.
«Ci si conosceva bene. Dopo i tre anni di Avellino, siamo passati tutti e due alla Juventus. Portiere fortissimo, carattere spavaldo, ma dietro alla maschera di guascone, c’era più di un pensiero. Specie il primo anno alla Juventus si sentiva osservato, sempre sotto esame. La maglia di Zoff pesava e avrebbe schiacciato chiunque».

Condividevi la camera con lui?
«Sì, da sempre. E i sabato notte erano un tormento. Si parlava, ci scambiavamo emozioni. Mi fumava addosso non so quante sigarette. E ogni tanto si placava con qualche “amaro”: Non ti dico il periodo in cui è stato fuori squadra. Una lotta».

Se ne uscì anche con critiche verso la dirigenza e l’allenatore.
«Che gli costarono anche tanti bei soldi di multe. Era fatto così. Era il compagno più veloce a fare la doccia. Così poi usciva e andava incontro ai giornalisti. Sai quante volte gli ho detto, Stefano, aspetta, stai buono qui nello spogliatoio. Niente».

Per la finale di Coppa dei Campioni il Trap gli ridà la maglia da titolare.
«Tacconi era un portiere di avvenire e un capitale per la società. L’unico grande dispiacere, non solo mio, ma di tutta la squadra, fu il ritorno di Bodini in panchina. Era un peccato, perché ci aveva comunque portati lui alla finale. Grande Luciano, il fratellino di Gaetano Scirea».

Mi dici la tua sull’Heysel?
«Una tragedia assurda. Sbagliammo anche noi giocatori. Certi atteggiamenti andavano evitati. Una pagina veramente triste e dolorosa per tutti».

Perché nell’estate del 1985 vai a Verona?
«Mi chiamò Mascetti con cui avevo giocato a inizio carriera. Mi ero sposato da poco con Nicoletta, alla Juventus mi sentivo un po’ chiuso, insomma il ritorno nella mia città mi parve una cosa buona. Invece fu un flop. La carica positiva dell’anno prima che aveva condotto allo scudetto si era quasi esaurita. A fine stagione c’erano i Mondiali in Messico, magari per qualcuno è stato anche un condizionamento. Nel mio ruolo poi c’era Di Gennaro e anch’io, onestamente, non ho dato il massimo. Peccato perché pensavo che l’aria di casa mi avrebbe dato una spinta in più».

A che età sei entrato nel vivaio del Verona?
«A undici anni. Con in tasca il sogno di diventare calciatore. La scuola mi ha sempre appassionato poco, anche se il diploma di geometra alla fine l’ho preso. Andavo allo stadio accompagnato da mio padre che lavorava in Comune e che faceva la “maschera” al Bentegodi».

Le prime scarpette vere quando le hai avute?
«Me le hanno date lì a Verona. Poi me le feci fare da un artigiano e le portai fino a che non si bucarono».

Tacchetti fissi o intercambiabili?
«I tredici fissi di gomma di una volta. La scarpa era più morbida, sentivi meglio il pallone. Anche Platini le preferiva. Ricordo sempre le incazzature del Trap, specie quando si attraversava il corridoio all’interno del Comunale: “Voglio sentire il rumore dei tacchetti!”. Ma per quello c’erano i difensori: Gentile, Cabrini, Brio: loro avevano sempre i tacchetti in alluminio».

Di quale squadra eri tifoso?
«Del Milan e di Gianni Rivera. Ovvio, tenevo anche per il Verona. Tra l’altro ero in gradinata quel 20 maggio 1973, il giorno del famoso 5–3, con la grande delusione del popolo rossonero per lo scudetto della stella sfuggito all’ultima giornata. Ci rimasi male anch’io, ma fui contento per l’Hellas».

È stata dura debuttare in Prima Squadra?
«Il fisico non mi ha aiutato, nonostante la tecnica fosse molto buona. L’allenatore della svolta è stato Ferruccio Valcareggi, che nei suoi anni a Verona, dava un occhio anche al settore giovanile. Mi ha valorizzato, mi ha fatto fare allenamenti specifici per irrobustire la muscolatura. Gli devo molto».

E finalmente nel 1978–79 il tuo debutto in A con il Verona.
«La prima partita fu Perugia–Verona 1–1 del 7 gennaio 1979, poi feci altre cinque gare, compresa quella contro il Milan a San Siro. Finito il primo tempo, eravamo in vantaggio 1–0. Segnò Calloni, ex con il dente avvelenato. I rossoneri si stavano giocando lo scudetto, noi praticamente eravamo già retrocessi. Nell’intervallo ci vennero a bussare. Io ero alle prime armi, ero in disparte, ma questa cosa mi disorientò. Alla fine vinse il Milan 2–1 e in me è rimasta una sensazione sgradevole».

L’anno dopo rimani a Verona, in B.
«E faccio una buona stagione. Gioco titolare e divento un punto fermo della squadra. Ho anche la mia prima figurina Panini e quando viene il fotografo, io sfacciato, gli chiedo un album dei “Calciatori” completo. E fui accontentato».

A Verona sei una pedina fondamentale.
«E i miei compagni, vista la mia struttura fisica, prendono le mie difese per tutelare ginocchi e caviglie. È Adriano Fedele il mio angelo custode principale. Era agli ultimi anni di carriera, giocava dietro di me sulla fascia sinistra. “Tu vai e non ti preoccupare di niente. In tutti i sensi”».

Estate 1980. Da Verona all’Avellino che parte da –5: perché?
«Perché alla società davano, come hanno dato, un miliardo e mezzo, molti soldi in più rispetto a Como, Bologna e Inter che erano interessate a me. Io ci vado perché l’Avellino fa la Serie A e capisco che posso giocare titolare».

Immagino fosse la prima volta che ti muovevi da casa.
«Sì. Mia madre nemmeno sapeva dove si trovasse Avellino. Avevo ventuno anni e un bel po’ di incoscienza. Tanto che dico che certe scelte vanno fatte a quella età lì, perché dopo non le fai più. Col senno di poi feci bene ad accettare Avellino. Sono arrivato che sapevo dare solo di fioretto. Sono ripartito che ho imparato anche a usare la sciabola».

A pochi mesi dal tuo arrivo in Irpinia, hai vissuto l’esperienza del terremoto.
«23 novembre 1980. A me andò bene, la palazzina dove vivevo tremò e basta. Ma per il resto fu un dramma incredibile. Il Partenio, fu trasformato in una tendopoli. Noi riuscimmo a dare alla gente un sorriso con le nostre prestazioni. Al Sud il calcio si vive in maniera totalitaria. Nelle condizioni in cui si trovarono molti dei nostri tifosi, la partita diventò ancora più importante come momento di distrazione».

Anche ad Avellino avevi il tuo angelo custode?
«Ce ne erano diversi. Da capitan Di Somma a Cattaneo, quindi Beruatto, Valente. Gente tostissima. Io ebbi la fortuna di partire alla grande tra amichevoli, Coppa Italia e prime giornate di campionato. Allora i dubbi su di me svanirono e diventai il passerottino da proteggere. Ma Avellino era veramente un ambiente ai confini della realtà. A parte il fatto che il campo, prima delle partite, veniva sempre bagnato. Il terreno era pesantissimo. Questo sfavoriva le squadre più tecniche, ma anche me. Poi c’era quel corridoio sotterraneo, stretto e lungo, che collegava gli spogliatoi al campo. Ogni tanto, chissà perché, si spegnevano le luci. Ricordo ancora di un giocatore dell’Inter, espulso, che attese la fine della partita per tornare nello spogliatoio insieme ai compagni».

A completare il quadro c’era poi il presidente Antonio Sibilla. Ma è vero che una volta ti ha preso a schiaffi?
«Ci ha provato, ho tentato di scansarmi e comunque non mi ha mai chiesto scusa. Non stavamo giocando bene. Ci fu un faccia a faccia. Lui imprecava contro di me. Io gli risposi: “Se non le vado bene, mi dia i soldi che avanzo e mi venda”. Mi dette una sberla che tentai di schivare. Gli mancai di rispetto, secondo lui. Boh, forse sbagliai a pormi in quel modo. Di certo oggi non lo rifarei».

Cosa altro non rifaresti?
«Non ritornerei alla Juventus nel 1986. Non c’era più Trapattoni, ma mister Marchesi. Platini era al suo ultimo anno, ma aveva già staccato. Anch’io avevo perso un po’ di magia. La fiamma si era spenta. E nell’autunno 1988 eccomi a Empoli in B, per poi finire in C1 la stagione seguente».

E allora lì che succede?
«Prendi atto che devi cambiare rotta. Anche se mi erano arrivate proposte, perfino dal Canada, ti metti a sedere con la famiglia e decidi per il futuro. Per Nicoletta acquistiamo una farmacia che è poi anche il presente delle nostre figlie Chiara e Giulia. Ed io metto i ricordi in bacheca e accetto la proposta di mio suocero di lavorare per la sua azienda».

Ti sei mai chiesto il perché del tuo precoce declino?
«No. Forse ho pagato tutto il “bello e subito” della mia prima stagione alla Juventus. Ma guarda, io sono più che contento così. Non ho rimpianti. Anzi, sono felice di aver lasciato il segno alla Juventus e di essere ancora oggi un “beniamino” del popolo bianconero».

FONTE: IlPalloneRacconta.BlogSpot.com


GLI EROI BIANCONERI
Gli eroi in bianconero: Beniamino VIGNOLA
Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia

12.06.2019 10:33 di Stefano Bedeschi
Nato a Verona il 12 giugno 1959, cresce nella squadra scaligera e dall’organico gialloblu, dopo aver debuttato in Serie A, si separa nell’estate del 1980 per accasarsi all’Avellino. La Juventus, battuta una nutrita concorrenza, si assicura le prestazioni del biondo rifinitore per il campionato 1983–84. Dotato di una classe limpidissima e di un tiro preciso e potente che usa con una discreta disinvoltura, Vignola difetta di continuità essendo fisicamente molto fragile; abbastanza veloce e reattivo, con un discreto dinamismo ma poco solido nei contrasti, necessita spesso di pause quasi fisiologiche, tanto è vero che Brera lo definisce il nuovo abatino (ogni riferimento a Rivera è puramente voluto).

«Credo che, nel calcio, questi paragoni lascino il tempo che trovano, capisco la necessità di scrivere sempre qualcosa di nuovo, di stimolare la fantasia dei tifosi e, riconosco, di avere qualche punto di affinità con Rivera, ma vado avanti per la mia strada, senza lasciarmi suggestionare. Vorrei essere soltanto Vignola, con i suoi pregi e difetti», afferma.

Vignola dimostra, comunque, grande intelligenza riciclandosi come dodicesimo uomo, in modo da mettere a frutto le sue non trascurabili qualità e dando un valore aggiunto tutte le volte che viene chiamato in campo, mascherando, nel contempo, i propri difetti: «Ad Avellino sono maturato ed ho acquisito esperienze in quello che è il mio ruolo specifico e, cioè, di centrocampista che ordina e inizia il gioco. Sono, in pratica, un regista in vecchio stile, se mi è concesso di usare ancora questo termine. Sono arrivato alla Juventus per giocare, questo è assodato, ma mi basterebbe lottare alla pari con gli altri per un posto da titolare».

In bianconero vive il suo miglior momento nella seconda parte della stagione 1983–-84 nella quale il fantasista, con i suoi goal, è decisivo nella favolosa accoppiata scudetto e Coppa delle Coppe. Da ricordare il goal su rigore all’ultimo minuto contro la Fiorentina o la doppietta al Comunale contro l’Udinese; soprattutto, resta nella memoria quel bellissimo goal al Porto, nella finale di Coppa delle Coppe. A Torino si ferma anche per la successiva stagione, caratterizzato dalla conquista della Coppa dei Campioni. Viene ceduto al Verona nell’estate 1985, per poi tornare alla Juventus l’anno successivo, ma il fuoco è oramai spento per cui lentamente, ma inesorabilmente, si chiude il sipario. Alla fine totalizza 127 presenze con diciotto goal.

FONTE: TuttoJuve.com


NEWS
Vignola: “Verona scostante ma la speranza c’è sempre”
L’ex centrocampista gialloblù ha commentato la stagione dell’Hellas in vista del finale di campionato

di Redazione aprile 30, 2019 - 10:00

Beniamino Vignola, ex centrocampista dell’Hellas Verona, ha parlato a L’Arena:

“Con Veneranda in quella stagione fu il finale a rovinarci. Avevamo una bella squadra, un po’ come quella di Grosso. Fatta di giovani interessanti, pensate solo a Tricella e gente esperta come Mascetti, Gentile, Bergamaschi e Boninsegna. Purtroppo il Verona mi è apparso troppo scostante e con due attaccanti che hanno reso meno delle loro possibilità. I motivi non li conosco. Però adesso c’è la possibilità di raggiungere i play off e giocarsi la Serie A. La speranza c’è sempre”.

FONTE: CalcioHellas.it


EXTRA
26 FEBBRAIO 2019
Beniamino Vignola
FRANCESCO DI CASTRI

Tutte le grandi squadre hanno i cosiddetti “cicli”, cioè periodi in cui vanno a vincere trofei in modo abbastanza costante. Penso al Real degli anni tra il 1955 e il 1966 o all’Ajax del periodo ’68-’73 oppure al Liverpool degli anni ‘75-’84. Ma anche al Milan ’87-’94 o al Barcellona del recente decennio 2005-2015.

Esattamente come un essere vivente, una squadra di calcio ha un suo ciclo vitale. La maggior parte dei “top club” è di costituzione antica, quindi non considero la cosiddetta “nascita”. Ma tutti hanno (avuto) una “crescita”, una “maturità”, una “vecchiaia” e qualche volta una “rinascita”.

I tempi delle fasi variano in base alla grandezza, anche economica, di un club. Le squadre più ricche avranno delle rinascite più brevi, o avranno delle crescite più veloci e una fase di maturità più lunga.

Ma nessun club può evitare tutte queste fasi. È una legge che governa ogni mondo, incluso quello del calcio.

Anche la Juve ha avuto i suoi cicli, quasi in ogni decennio. Negli anni ’30 del ventesimo secolo, i famosi 5 scudetti consecutivi; negli anni ’50, il periodo del trio Boniperti-Charles-Sivori; nel decennio 1976-86, con la guida di Giovanni Trapattoni; poi la Juve di Lippi, nel periodo ’94-’99; infine la attuale, con 7 scudetti consecutivi (più altre coppe qua e là).

Noi pensiamo che questo ciclo non finirà mai, e in effetti, almeno in Italia, si fa fatica ad immaginarne una fine. Ma un giorno finirà. Per dare vita a un nuovo ciclo, chiaramente.

Tornando alle squadre del passato, per chiare ragioni anagrafiche io sono molto legato alla Juve di Agnelli (l’Avvocato), Boniperti e Trapattoni. Ma non solo per una questione di età. Erano gli anni in cui il Presidente multava i giocatori che avevano un comportamento non da Juve, come rilasciare dichiarazioni o avere dei comportamenti sopra le righe. Il cosiddetto “Stile Juve”.

Quegli anni furono anni ricchi di trofei, in Italia e all’estero. Oltretutto, l’8 dicembre 1985, a Tokyo, battendo ai calci di rigore i campioni sudamericani dell’Argentinos Juniors, la Juve divenne il primo e l’unico club al mondo a vincere tutte le competizioni ufficiali a livello internazionale. Altro che triplette o doppiette.

Figura 1- La Targa UEFA

Di quella partita non fece parte, perché appena ceduto, un giocatore che, pur essendo stato relativamente poco alla Juve, le ha dato molto: Beniamino Vignola.

“Vignolino”, come lo chiamava Platini, nativo di Verona, mosse i primi passi nelle giovanili della sua città, per esordire nel calcio che conta già a 19 anni. Nonostante il fisico minuto e poco atletico, aveva un piede che lasciava stupiti gli spettatori e, il più delle volte, anche gli avversari.

L’anno seguente, in B, diventò titolare nel Verona alla guida di mister Veneranda. Squadra giovane, che faceva un bel calcio, ma che a fine anno raccolse meno di quanto sperato, rimanendo nella serie cadetta.

Ma Beniamino era già pronto per il salto e quando arrivò l’offerta dell’Avellino, ci andò senza pensarci. Le squadre provinciali degli anni ’80, in particolare Avellino e Ascoli, con i padri padroni Sibilia e Rozzi (altro che Preziosi e Zamparini…), furono apprezzato serbatoio per le grandi squadre di quegli anni.

Basti pensare che la Juve prese da quell’Avellino Tacconi, Favero e appunto Vignola. In tre stagioni all’Avellino infatti Beniamino si era segnalato come uno dei giovani italiani di maggior talento (6 presenze e 3 gol con l’Italia Under 21), mettendo a segno 16 gol in 88 gare.

Arrivò a Torino come vice Platini, tant’è vero che lui stesso raccontò:

“Io giocavo poco, quasi sempre per sostituire Platini, però poi ero diventato titolare al posto di Penzo. Eravamo una squadra strana, fortissima: Paolo Rossi unica punta, i campioni del mondo di Madrid con Tacconi in porta perché Zoff aveva smesso e pure Bettega, Bonini in mediana, i due stranieri più forti del pianeta cioè Platini e Boniek, e il sottoscritto. Giocavo regista dietro Michel e ogni tanto lui si scambiava di posto con me.”

Figura 2 – Beniamino Vignola in bianconero

È scudetto al primo colpo, vinto anche grazie ad alcune sue prodezze, come il rigore decisivo contro la Fiorentina e una fantastica doppietta contro l’Udinese partendo dalla panchina, proprio nel momento clou della stagione.

Sulla partita con i viola Beniamino raccontò:

“Ricordo il rigore alla Fiorentina al 90′, quella volta che Platini aveva la febbre, lui che accidenti non si ammalava mai. Nel cassetto conservo la maglia di quel giorno, bianconera e col 10 perché allora i numeri non erano personali. Bellissima, di lana con lo scudetto e le stelle gialle cucite a mano in rilievo, ogni tanto vado a guardarmela. Quando pioveva, pesavamo due chili in più.

Quell’anno però non ci fu solo lo scudetto: si aggiunse la Coppa delle Coppe, disputata in virtù della Coppa Italia conquistata l’anno prima. Contro il Porto, a Basilea, Vignola titolare, con la maglia numero 7, e protagonista. Al 13′ del primo tempo segnò, e nel secondo tempo, dopo il pareggio del Porto realizzato da António Sousa (rimbalzo beffardo davanti a Tacconi con il portiere bianconero trafitto), tirò fuori dal cilindro un lancio lungo per Zibì.

“A volte rivedo il filmato, sento la voce di Nando Martellini che dice il mio nome e non ci credo: mi trovavo lì. Come nell’azione del primo gol: lancio di Platini, io anticipo il movimento del portiere e segno nell’angolino. L’assist a Boniek arrivò dopo una corsa cominciata a centrocampo, fine della partita e Scirea che alza il trofeo.”

L’anno seguente, con lo scudetto a Verona, la Juve vinse la Supercoppa Europea (la finale col pallone rosso, per l’eccezionale nevicata che ci fu a Torino), ma Beniamino non giocò, mentre era entrato a due minuti dalla fine nella tragica finale di Coppa dei Campioni vinta dalla Juventus sempre contro il Liverpool allo stadio Heysel il 29 maggio ‘85.

Alla fine della stagione Vignola tornò a Verona. Il suo acquisto, avvenuto a pochi giorni dalla fine del mercato per tacitare i tifosi irrequieti dopo le partenze di Garella, Fanna e Marangon, si rivelò inutile per gli scaligeri, che lo impiegarono poco.

L’anno dopo tornò alla Juve, ma l’unione delle due parabole discendenti, quella della squadra, ormai a fine ciclo, e quella personale di Beniamino, non fece che accelerare la sua uscita dal calcio che conta.

Dopo due stagioni da comprimario alla Juve, passò nell’autunno dell’88 all’Empoli, in Serie B, per poi chiudere la carriera al Mantova, in C2, a soli 33 anni.

Qualcuno mi paragonò a Rivera, esagerando. Forse per il fisico, per qualche mio movimento però non scherziamo. Ho avuto la fortuna di vedere quei fuoriclasse da vicino, Platini specialmente che aveva un dono, trasformava le cose più difficili in facilissime. I campioni giocavano a memoria, io cercavo di tenere il passo, avevo istinto e forse leggerezza. Sapevo che non sarebbe durata in eterno, dalla Juve comunque ho avuto più di quello che speravo e anche dal mio mestiere, penso all’Avellino, al Verona, a quella volta che affrontai proprio la Juve in Coppa dei Campioni a porte chiuse, all’errore dell’arbitro, anche allora succedeva ma non si faceva tutto questo cinema, e anche allora la Juve era la più forte.”

Dopo aver lasciato il mondo del calcio iniziò la carriera di imprenditore, gestendo una ditta specializzata nel commercio di vetri per auto e veicoli commerciali. Sempre con stile “Juve”.

“Mentalità vincente ma anche educazione. Una volta c’erano regole severe, un presidente come Boniperti voleva gente che sapesse giocare a calcio ma che conoscesse anche i buoni princìpi. La Juve non è stata solo vittorie e scudetti, certi successi partono da molto lontano. Nascono fuori dal campo, com’era all’epoca anche per società come il Verona”.

Nell’era dei social, dei capitani sfasciati, delle heat map, delle statistiche, del (della?) VAR, quello che forse più manca sono proprio i buoni princìpi e le persone come Beniamino Vignola da Verona.

FONTE: JuveATreStelle.it


FOCUS
L'Arena: cinque domande a... Beniamino Vignola
19.05.2018 17:00 di Anna Vuerich
Fonte: L'Arena
Ormai di casa a Torino. La Juventus convoca spesso Beniamino Vignola per le sue serate allo Stadium. Bianconero cresciuto nell’Hellas, vice di Platini con uno scudetto, una Coppa delle Coppe ed una Coppa dei Campioni in bacheca ai tempi di Trapattoni.

Vignola, più facile che il Verona torni subito in A o che la Juventus vinca l’ottavo scudetto di fila? «Di sicuro la Juve ha già tutto per continuare su questa strada, il Verona è ancora in divenire. Vincere non è mai facile, ma se hai quattro o cinque top player, uno dei migliori allenatori al mondo ed una società al livello di Barcellona e Real Madrid male che ti vada a fine stagione arrivi secondo. Adesso invece l’Hellas è una scommessa».

Il primo passo? «Ricreare il feeling con la città, la società deve avere molta più considerazione dei tifosi. Il Verona viene da un’annata in cui hanno sbagliato tutti. Dalla società all’allenatore, fino ai giocatori. Adesso serve una programmazione seria».

L’ultima sua volta allo Juventus Stadium? «In Champions contro il Real Madrid. Vedere una squadra fortissima è bello, vederne due una di fronte all’altra è impareggiabile. Impressionato da Modric e Isco, al gol in rovesciata di Ronaldo non potevo far altro che alzarmi in piedi. Ero seduto fra Cabrini e Bettega, in quei momenti come fai a non applaudire un gesto così?».

Cos’è stata la Juve per lei? «Mentalità vincente ma anche educazione. Una volta c’erano regole severe, un presidente come Boniperti voleva gente che sapesse giocare a calcio ma che conoscesse anche i buoni principi. La Juve non è stata solo vittorie e scudetti, certi successi partono da molto lontano. Nascono fuori dal campo, com’era all’epoca anche per società come il Verona».

La ricetta giusta per l’Hellas di oggi? «Formare una squadra forte e di cuore, che sappia legarsi al Bentegodi e trascinarlo. D’accordo il bel gioco, ma spesso l’estetica è un inganno. E ve lo dice un ex numero dieci. Ma un obiettivo, che sia lo scudetto o una promozione, si raggiunge vincendo le partite».

FONTE: TuttoHellasVerona.it


PARLA L'EX GIALLOBLU'
Vignola: Società deve riavvicinarsi ai tifosi
08/05/2018 16:55
“Prima di tutto bisogna ricreare un ambiente fiducioso. Quest’anno, e in parte anche lo scorso, si è evidenziata una frattura tra il Verona e la sua gente. Non si può non tenere conto del rilievo che la piazza ha per l’Hellas. Riavvicinarsi ai tifosi deve essere un punto principale per la dirigenza. Quanto alle scelte, metto al centro di qualsiasi programma l’allenatore. É il tecnico a determinare l’identità di una squadra e, in questo modo, a poter condurre a cogliere dei risultati”.

Così Beniamino Vignola parla a "La Gazzetta dello Sport" sulla crisi dell'Hellas.

FONTE: TGGialloBlu.it


NEWS
27 aprile 2018 - 10:14
Vignola su Danzi: “Ha iniziato bene, adesso continui”
L’ex centrocampista, anche lui uscito dal vivaio del Verona: “Mi hanno detto che mi somiglia”

di Redazione Hellas1903

Andrea Danzi ha debuttato tra i professionisti con il Sassuolo ed è stato confermato tra i titolari con il Genoa.
Del centrocampista dell’Hellas parla, intervistato dal “Corriere di Verona” oggi in edicola, Beniamino Vignola, anche lui uscito dal vivaio gialloblù e poi affermatosi in A con Avellino e Juventus.

Dice Vignola a proposito di Danzi: “Ha cominciato nel modo giusto, adesso deve continuare. Gli auguro di avere le mie stesse fortune da giocatore, visto che gli inizi sono del tutto analoghi“. Continua l’ex giocatore: “Tempo fa delle persone mi hanno detto che nel vivaio dell’Hellas c’era un giovane che mi somigliava per caratteristiche, che gli addetti ai lavori lo definivano il “nuovo Vignola”. Ho capito che si riferivano a Danzi“.

FONTE: Hellas1903.it


Beniamino Vignola
di Riccardo Cannavale
I campioni dell'Avellino Calcio. Intervista a Beniamino Vignola

E’ stato uno dei più grandi numeri “10” che abbia calcato il manto erboso del “Partenio” con la casacca biancoverde. A distanza di anni Beniamino Vignola è ancora ricordato come uno dei migliori talenti transitati in Irpinia. Ed il biondo centrocampista il suo debito di riconoscenza con la piazza che lo ha lanciato verso i grandi palcoscenici del calcio nazionale ed internazionale non lo dimentica.

Vignola giunse ad Avellino, poco più che ventenne, nell’estate nel 1980, proveniente dalla sua Verona. Quel ragazzino dal sinistro vellutato attirò l’attenzione di Antonio Sibilia, vero maestro nello scovare talenti dalle serie inferiori. In biancoverde rimase tre stagioni, disputando 88 gare e mettendo a segno 16 gol che lo lanciarono nell’Olimpo del calcio alla corte della Vecchia Signora, dove in quattro anni vinse uno scudetto, una Coppa delle Coppe (sua la rete decisiva nella finale), una Coppa dei Campioni ed una Supercoppa Europea.

“Avellino – ricorda – è stata una tappa fondamentale nella mia carriera di calciatore. Arrivai in un anno in cui sembrava impossibile riuscire a salvarsi: era la stagione della penalizzazione, di quel –5 che avrebbe spezzato le gambe a chiunque. Solo l’incoscienza giovanile poteva spingermi ad accettare quell’offerta. Col trascorrere dei mesi, invece, ci rendemmo conto di quanto eravamo forti. Era la squadra di Beruatto, Di Somma, Criscimanni, Juary, Massa, Valente, De Ponti con Vinicio allenatore. Quell’anno riuscimmo a superare ogni difficoltà e a salvarci con una giornata di anticipo. E poi – continua nei suoi ricordi - fu l’anno della tragedia del terremoto, un evento che se da un lato ci costrinse a giocare diverse gare lontano dal “Partenio”, dall’altro ci legò in maniera indissolubile al tessuto sociale di tutta la provincia”.

E proprio la stretta sinergia tra la città ed i calciatori è il ricordo più forte che trapela dalle parole di Vignola.
“Lo stadio era sempre una bolgia, non ho mai visto le gradinate vuote ed è per questo che mi risultava difficile immaginare un “Partenio” deserto quando leggevo che, negli ultimi anni, le cose non andavano proprio benissimo. Ora so che sembrano ritornati i tempi di una volta e mi fa immenso piacere. La gente di Avellino – osserva sincero - è davvero splendida: spesso racconto alle mie figlie i giorni trascorsi lì ma le parole non bastano per capire certe emozioni, per vivere certi sentimenti. Ad Avellino sono cresciuto, mi sono temprato, ho imparato a soffrire e quell’esperienza mi ha aiutato tantissimo anche a Torino, una piazza in cui bisognava solo vincere”.

A Torino Vignola ebbe la sfortuna di trovare il passo ostruito dall’ingombrante presenza di “le roi” Michel Platini. Eppure si ritagliò il suo spazio, giungendo alle porte della Nazionale e mettendo a segno gol importanti, come quello realizzato nella finale di Coppa delle Coppe contro il Porto.

“Quel gol è stato inserito tra i cento gol più belli nella storia del calcio italiano – afferma – ma posso assicurare che in maglia biancoverde ne ho realizzati di più spettacolari come contro la Pistoiese il primo anno e contro il Perugina nella stagione successiva. Il ricordo più bello è però legato all’ultima giornata di campionato quando affrontammo la Roma che lottava per lo scudetto e la bloccammo in casa sull’ 1-1. In città fu festa grande”.

Da quando ha smesso di giocare Vignola ha chiuso definitivamente con la palla di cuoio. Segue una squadra dilettantistica di Verona più per hobby, essendosi riscoperto ottimo dirigente d’azienda alla “Vetrauto”, la società di famiglia che opera nel settore della produzione di parabrezza per automobili.

“La mia scelta di lasciare il calcio – dice - è stata dettata dalla contingenza. Avevo la possibilità di lavorare nell’azienda di famiglia e, credo, come chiunque avrebbe fatto al posto mio, non ho avuto dubbi a scegliere. Credo anche, però, che per chi come me ha vissuto grandi emozioni in campo è difficile riviverle dalla panchina o da dietro una scrivania”.

Tra i tanti aneddoti che legano il nome di Vignola all’Avellino, il più famoso resta senza dubbio quello dello schiaffo assestatogli dal presidente Sibilia. Un episodio che fece molto discutere e che il diretto interessato ricorda ancora.

FONTE: AgendaOnLine.it


CALCIO
10 dicembre 2018 - 8:00
Calcio Avellino, Beniamino Vignola a la DS: “Ricordo lo schiaffo di Sibilia. Il terremoto lo ricordo ancora oggi”
Le parole dell’ex centrocampista dell’Avellino ospite ieri sera a la Domenica Sportiva


Uno dei più forti giocatori passati per Avellino, negli anni d’oro della Serie A è senza dubbio Beniamino Vignola. Il giocatore, poi passato alla Juventus, contribuì in quella incredibile stagione 1980-81 (quella de terremoto e dei 5 punti di penalizzazione), alla salvezza dell’Avellino, rimanendo nella storia del lupo per sempre.

Ospite ieri sera a La Domenica Soportiva su Rai 2, Vignola ha raccontato alcuni episodi della sua carriera, una carriera che lo ha visto vicino alla morte per ben due volte: una quando un treno deragliò (e vide la morte di diverse persone) e l’altra nella sera del 23 novembre 1980 ad Avellino. E dal ricordo del terremoto che parte il racconto di Vignola di quegli anni ad Avellino, dove ha ricordato, l’episodio dello schiaffo che ha ricevuto dal presidente Antonio Sibilia, quando il giocatore si recò da lui a chiedere un aumento di salario.

Poi la Juventus con Michel Platini che lo volle fortemente. Le Roi ci vide bene, Vignola era davvero il suo sostituto ideale. Nel video, le parole di Vignola e il suo racconto dei suoi anni ad Avellino.

Marco Costanza
@MarcoCostanza5

FONTE: SportAvellino.it


SERIE A
ESCLUSIVA TMW - Vignola: "Verona, sensazione di resa. Poche idee in estate"
27.01.2018 00:15 di Lorenzo Marucci
Veronese, ha esordito in A proprio nella squadra gialloblù. Beniamino Vignola non può che essere deluso dal rendimento della squadra veneta, sempre più in crisi e a forte rischio retrocessione. Peraltro adesso sono sul piede di partenza anche tre giocatori di spessore come Pazzini, Bessa e Bruno Zuculini. "Sono brutti segnali perchè adesso ci sarebbe bisogno di riunire le forze per cercare di fare qualcosa di buono. Stiamo parlando - dice a Tuttomercatoweb.com - dei tre giocatori che avevano più qualità degli altri. Così facendo significa quasi arrendersi. Pensare di fare qualcosa di buono anche senza questi giocatori è complicato".

Come se la spiega?
"Credo che ci sia una sola indicazione: il problema è economico, non ci sono soldi nelle casse e c'è bisogno di monetizzare attraverso la cessione di questi calciatori".

Già in estate la campagna acquisti aveva lasciato molti dubbi...
"Si era capito che c'erano delle difficoltà economiche. E forse ci sono state anche poche idee. Anche se hai a disposizione pochi soldi bisogna saperli spendere".

E domani contro la Fiorentina è una gara segnata?
"E' dura. Mi auguro che il Verona possa prendere qualche punto ma è molto difficile pensare di poter arrivare a 35-36 punti. Ci sono state rimonte incredibili come quella dell'anno passato del Crotone ma servirebbe un altro organico e un entusiasmo che adesso non c'è".

FONTE: TuttoMercatoWeb.com


FIGURINE: BENIAMINO VIGNOLA
3 Gennaio 2018

Aspettando Juve – Inter.
Sottotitolo: “Storie e pensieri, sul calcio e i calciatori di una volta (o quantomeno quelli che mi ricordano la mia infanzia)”.

Se penso a Beniamino Vignola lo confondevo sempre con Massimo Bonini. Non era come oggi con i nomi sulle maglie, all’epoca i giocatori li si conosceva davvero fisionomicamente altrimenti erano guai, soprattutto per i tele e radio cronisti.

Se penso a Beniamino Vignola me lo ricordo sempre con la seconda maglia della Juve, quella maglia gialla riproposta da Adidas nella stagione 2017/18.

Se penso a Beniamino Vignola ricordo il gol nella finale di Coppa delle Coppe 1983/84 contro il Porto a Basilea e un suo assist a Boniek per il 2 – 1 definitivo.

Indossavano la maglia gialla, quella sera di maggio in Svizzera, la Juve campione.
Lo volle “Il Professore” Platini: tutti pensavano che avrebbe fatto la riserva e invece…, e invece divenne titolare di quella Juve.
Mezzala di qualità e quantità, piedi buoni, forse un sentore del “avrebbe potuto meritare di più” – e per far capire quanto fosse preso in considerazione dai campioni di quella Juventus -, da un’intervista al Guerin Sportivo: “Adesso ti butto lì una data: 1 aprile 1984, al Comunale di Firenze si gioca Juventus – Fiorentina.”

“Ed io quel giorno ho il dieci sulle spalle. Ed era la prima volta. Il “Professore” aveva la febbre. Timori? Be’, insomma. Sostituire Michel non è semplice. Sentivo di avere la fiducia di tutti. Fu molto bella l’intervista nel prepartita di Tardelli. Giampiero Galeazzi gli fa notare che alla Juve manca Platini e lui risponde: “C’è Vignola”.”
Ecco chi era Beniamino Vignola.

WRITTEN BY: MABEL
Fumettara. Disegno per passione e per lavoro (soprattutto). Amo raccontare, leggere, scrivere e disegnare sopra ogni cosa.

FONTE: MabelMorri.it


EX VERONA
Vignola: “Verona non competitivo ora, ma…”
L’ex centrocampista: “Il campionato non è finito. Le colpe non sono di uno solo”

di Redazione Hellas1903, 12/09/2017, 15:20

Beniamino Vignola, centrocampista cresciuto nell’Hellas, parla dei gialloblù, intervistato dal “Corriere di Verona” oggi in edicola.
Commenta: “Le responsabilità non sono da addebitare in via esclusiva alla società o al tecnico, piuttosto che ai giocatori. Sono diffuse, ma soprattutto va compreso che la Serie A è un altro contesto rispetto a quello in cui era il Verona l’anno scorso”.

Poi: “È lampante che sul mercato sia stato fatto poco, cosa che è dovuta alle ridotte disponibilità economiche e che non è una sorpresa, e non c’è dubbio che ci siano delle carenze che si sono palesate per intero nella partita con la Fiorentina: così com’è, l’Hellas non è competitivo, il che non significa che non possa essere più adeguato con il passare delle giornate. Il campionato non è finito domenica”.

FONTE: Hellas1903.it


VIGNOLA AL GUERIN SPORTIVO: AVELLINO UN AMBIENTE AI CONFINI DELLA REALTÀ
di REDAZIONE
11/2016

Estate del 1980. Nel vortice del Calcioscommesse che ha scosso la serie A ci finisce anche l’Avellino. La società irpina al termine del processo riesce a mantenere la categoria, ma deve iniziare il campionato 1980/81 con 5 punti di penalizzazione. Ascoltato dal Guerin Sportivo, Vignola, nella lunga intervista rilasciata a Nicola Calzaretta, ricorda il periodo in biancoverde: «Mia madre nemmeno sapeva dove si trovasse Avellino. Avevo 21 anni e un bel po’ di incoscienza. Tanto che dico che certe scelte vanno fatte a quella età lì, perché dopo non le fai più. Col senno di poi feci bene ad accettare Avellino. Sono arrivato che sapevo dare solo di fioretto. Sono ripartito che ho imparato anche a usare la sciabola». Sibilia mette sul piatto un miliardo e mezzo per accaparrarsi il giovane centrocampista classe ’59, Vignola, però, ha all’attivo solo 6 presenze in A, oltre a 37 gare in Serie B con la maglia del Verona: «All’Avellino davano, come hanno dato, un miliardo e mezzo, molti soldi in più rispetto a Como, Bologna e Inter che erano interessate a me. Io ci vado perché l’Avellino fa la Serie A e capisco che posso giocare titolare». La squadra di Vinicio impiega cinque partite per annullare il gap della penalizzazione. Si arriva, così, a quel maledetto 23 novembre 1980. L’Avellino ha appena battuto l’Ascoli (4-2), quando un violento terremoto colpisce l’Irpinia: «A me andò bene, la palazzina dove vivevo tremò e basta. Ma per il resto fu un dramma incredibile. Il Partenio, fu trasformato in una tendopoli. Noi riuscimmo a dare alla gente un sorriso con le nostre prestazioni. Al Sud il calcio si vive in maniera totalitaria. Nelle condizioni in cui si trovarono molti dei nostri tifosi, la partita diventò ancora più importante come momento di distrazione».

Squadra tosta quella irpina che, nonostante tutte le difficoltà come penalizzazione e terremoto, riesce a conquistare una splendida salvezza. Per Vignola un campionato da incorniciare chiuso con 28 presenze e 6 reti: «Ad Avellino avevo diversi angeli custodi. Da capitan Di Somma a Cattaneo, quindi Beruatto, Valente. Gente tostissima. Io ebbi la fortuna di partire alla grande tra amichevoli, Coppa Italia e prime giornate di campionato. Allora i dubbi su di me svanirono e diventai il passerottino da proteggere. Ma Avellino era veramente un ambiente ai confini della realtà».

Sono quelli gli anni che danno il via alla famosa “Legge del Partenio”: «A parte il fatto che il campo, prima delle partite, veniva sempre bagnato. Il terreno era pesantissimo. Questo sfavoriva le squadre più tecniche, ma anche me. Poi c’era quel corridoio sotterraneo, stretto e lungo, che collegava gli spogliatoi al campo. Ogni tanto, chissà perché, si spegnevano le luci. Ricordo ancora di un giocatore dell’Inter (Caso, ndr), espulso, che attese la fine della partita per tornare nello spogliatoio insieme ai compagni». Nel rewind di Vignola non può mancare un pensiero per l’ex presidente Sibilia. Siamo nella stagione 1982/83, l’Avellino di Giuseppe Marchioro parte male in campionato. Sibilia sbotta e accusa il numero dieci di scarso impegno. Tra i due volano parole grosse e non solo: «Non stavamo giocando bene. Ci fu un faccia a faccia. Lui imprecava contro di me. Io gli risposi: “Se non le vado bene, mi dia i soldi che avanzo e mi venda”. Mi dette una sberla che tentai di schivare. Gli mancai di rispetto, secondo lui. Boh, forse sbagliai a pormi in quel modo. Di certo oggi non lo rifarei. Ho tentato di scansarmi e comunque non mi ha mai chiesto scusa». Dopo tre anni chiusi con 88 presenze e 16 reti in campionato, per quello che sarà il secondo miglior marcatore in Serie A, dietro solo a Diaz, arriva il salto di qualità per l’estroso centrocampista.

Nell’estate del 1983 arriva il passaggio alla Juventus: «Mi ritrovai bianconero in maniera rocambolesca. Anche perché, in pratica, ero già della Fiorentina. Dopo i tre anni ad Avellino, il mio nome è gettonato e il presidente vuole fare giustamente cassa. Sono a Verona, a casa. Mi chiama la società, mi dice che è tutto fatto con la Fiorentina. “Quando vieni giù fermati a Firenze per parlare con il direttore generale della società Allodi e con l’allenatore De Sisti”. Ci incontriamo, parliamo, tutto bene. Non c’è nulla di firmato, ma mi sento un giocatore della Fiorentina. Riprendo la macchina e arrivo ad Avellino. Mi vedo con il presidente Sibilia, gli riferisco tutto e lui mi fa: “Anche noi abbiamo chiuso. Ma con la Juventus. Questo è il numero di Boniperti, aspetta una tua telefonata. Ho chiamato. “Sei contento di venire alla Juve?”. Gli rispondo di sì, ma che non me l’aspettavo. E lui: “Vieni su a Torino, fai le visite e si parte”. Vado, faccio le visite, presentazione, ritiro. Tutto bello». Nel suo primo anno alla Juve vince subito il campionato. La gara che sancisce definitivamente la vittoria dello scudetto è proprio Juventus-Avellino, 29° giornata: «Una domenica fantastica. Giochiamo in casa contro il mio Avellino. A noi basta un punto e quello arriva. Sono felice anche i miei ex compagni che con il pareggio sono salvi». Beniamino Vignola, uno dei talenti più cristallini visti all’ombra del Partenio.

FONTE: Avellino-Calcio.it


Calcio e terremoto, Vignola: «Avellino la mia Amatrice»
Toccante tuffo nel passato per l'ex centrocampista di Hellas Verona ed Avellino

venerdì 16 settembre 2016 alle 11.40

Avellino.
Hellas Verona - Avellino non è una partita come le altre. È una sfida dal sapore antico, quello delle storiche sfide in Serie A degli anni ottanta, quando calcavano i manti erbosi dei templi del calcio tricolori calciatori come Beniamino Vignola: doppio ex; talento esploso in Irpinia, acquistato dalla Juventus e poi rientrato tra le fila degli scaligeri. L’ex centrocampista dei lupi ha rilasciato una splendida intervista i colleghi de “L’Arena” alla vigilia del match in programma domani (ore 15) allo stadio “Bentegodi”. Non solo calcio, ma anche ricordi dolorosi tornati a galla con i tragici accadimenti verificatisi nelle ultime settimane nel Centro Italia: quello del terremoto è un trauma senza memoria.

«Il 23 novembre 1980 ero proprio ad Avellino città, al quarto piano di un palazzo. Avevamo appena battuto l'Ascoli. Stavo guardando il secondo tempo in tv di una partita dell'Inter. All'improvviso, il dramma. La terra si è messa a tremare. E sembrava che la scossa non finisse mai. Ho fatto in tempo a scendere dalle scale e arrivare all'uscita. Vivevo in un palazzo di costruzione recente. Non ci fu crollo. Ma appena fuori, trovai la devastazione. Ho vissuto anch'io la mia Amatrice.» - ha esordito Vignola, che nella foto di apertura è immortalato in quella che è la sua nuova quotidiana, nell’azienda di famiglia - «Le immagini di pochi giorni fa che ci arrivavano dal Centro Italia mi hanno scosso. Mi sono riaffiorati mille pensieri. Ricordo che dopo il sisma per un paio di giorni dormii in macchina. Eravamo tutti traumatizzati, nessuno aveva il coraggio di rientrare nelle case. Tutto attorno si era creato un paesaggio di silenzi e devastazione. Ma si sono doveva in qualche modo andare avanti. La società decise di portarci in ritiro a Montecatini Terme. Avevano in programma due trasferte consecutive contro Pistoiese e Udinese. Perdemmo entrambe le partite, eravamo in trance. Ma quella fu anche l’occasione per cercare di metterci alle spalle quello che era successo. Quel tragico evento ebbe l’effetto di creare una grande unione tra di noi. Eravamo consapevoli di essere rimasti l'unica gioia della gente irpina. Per un'ora e mezzo i nostri tifosi venivano allo stadio e pensavano solo al calcio. Lo stesso stadio che era diventato tendopoli per la gente rimasta senza tetto. Ci regalammo tante soddisfazioni. E a Avellino vissi tre stagioni intense giocando con Juary, Di Somma, Favero, Tacconi, ragazzi di grande valore e di grande qualità».

Immancabile un altro tuffo nel passato per un episodio diventato leggenda: lo schiaffo del mai dimenticato commendatore Antonio Sibilia. «Un ceffone che io in qualche modo cercai di schivare.» - ha proseguito Vignola - «Era un momento difficile per tutti. Non si andava bene. Io potevo essere ceduto. E forse, con il presidente, esagerai usando parole che non dovevo usare per farmi cedere. Lui mi disse: Beniamino devi dare di più. Io gli risposi: se non è contento può sempre cedermi. È lì il presidente partì di istinto. Ma la cosa si risolse. Ci volevamo bene, lui era come un padre. Inizialmente, dopo quell'episodio scese il gelo tra di noi. Ma poi si trovò il modo di tornare a parlare. E recuperammo il rapporto. Vissi stagioni esaltanti ad Avellino, poi arrivò la Juve».

In chiusura una “benedizione” per il tecnico del Verona, Fabio Pecchia: «Come me, è stato ad Avellino e pure alla Juve. Ha vissuto il calcio come deve essere giusto. Ora è a Verona, e in certo senso può chiudere il cerchio. Lo considero la persona giusta per questo Verona».
Marco Festa

FONTE: OttoPagine.it


SERIE A
TMW RADIO - Vignola: "Pjanic perfetto per la Juve. A Torino crescerebbe"
09.05.2016 13.21 di Lorenzo Di Benedetto Twitter: @Lore_Dibe88
Durante la trasmissione Stile Juventussu TMW Radio è intervenuto l'ex giocatore bianconero Beniamino Vignola che vanta anche 62 presenze con la maglia dell'Hellas: "Quella di ieri è stata una bella serata, che non cancella la stagione disastrosa del Verona ma che ha regalato una gioia al popolo gialloblu".

Luca Toni?
"A Verona ha lasciato un segno indelebile, anche se quest'anno, con il suo infortunio all'inizio della stagione, ha compromesso il suo campionato. Se le cose fossero andate in maniera diversa avrebbe anche potuto continuare. È stato un giocatore indimenticabile per i gialloblu".

[...]

FONTE: TuttoMercatoWeb.com


Vignola: “Verona, pensa al futuro, ma prima salva la dignità”
L’ex gialloblù: “Non è ancora il momento del rompete le righe: si onori il finale di campionato”

di Redazione Hellas1903, 25/03/2016, 11:12

Beniamino Vignola, ex gialloblù (cresciuto nel settore giovanile, in Prima Squadra per tre stagioni), commenta il momento del Verona ai microfoni di www.hellas1903.it.

Dice: “Ci sono otto giornate da giocare. Ormai la B è certa, anche se manca la matematica certezza della retrocessione. L’Hellas deve pensare a salvare la dignità: non è l’ora del rompete le righe. Se qualcuno lo pensasse sarebbe un fatto grave per la tifoseria, i colori e la città”.

Prosegue Vignola: “D’altro canto, serve iniziare subito a programmare il futuro. Il Verona di domani nasce oggi. La dirigenza saprà che scelte fare per rilanciare la squadra. Già adesso è possibile effettuare le prime mosse per la prossima stagione”.

FONTE: Hellas1903.it


SERIE A
ESCLUSIVA TMW - Vignola: "Empoli ideale per Giampaolo. Verona in sospeso"
24.02.2016 19.30 di Lorenzo Marucci
Beniamino Vignola ha giocato negli anni Ottanta, tra le altre, con Verona e Empoli. Per parlare del futuro di queste due squadre abbiamo fatto una chiacchierata con l'ex centrocampista mancino nativo proprio di Verona [...]

Parliamo del Verona: salvezza ancora possibile?
"Sarebbe miracolosa ma Delneri ha portato qualcosa di nuovo. E ha potuto recuperare giocatori che prima non erano al meglio, come Toni e Pazzini. Davanti hanno rallentato, ma la strada è ancora in salita. Domenica per la squadra gialloblù ci sarà un bivio, il match con l'Udinese. La salvezza passa da quella partita, la fiammella comunque è accesa".

Delneri lo terrebbe anche in caso di retrocessione?
"E' un uomo di calcio, ha fatto bene al Chievo e adesso sta tentando di risollevare il Verona. Bisogna vedere come finirà il campionato. Stabilirlo adesso è difficile"

FONTE: TuttoMercatoWeb.com


Figli di un dieci minore: Beniamino Vignola, il vice di Platini
Di Paolo Chichierchia - 11 settembre 2015

Allo Juventus Museum, tra le varie memorabilia della storia bianconera, fa mostra di sé una maglia gialla con il numero 7, appartenuta al giocatore bianconero che risultò decisivo, la notte del 16 maggio 1984, al Sankt Jacob Park di Basilea, quando i bianconeri il secondo trofeo europeo della propria storia.
La indossava Beniamino Vignola, numero 10 naturale, ma nell’occasione cedente maglia a “Le Roy”, Michel Platini. Di quella notte, Beniamino Vignola fu assoluto protagonista.

Beniamino Vignola nacque a Verona nel 1959 e con la maglia scaligera debuttò tra i professionisti, disputando due stagioni in A e poi in B, prima di passare ad Avellino. Fu con la maglia dei lupi irpini che Vignola iniziò a farsi conoscere dal grande pubblico, come mezzala e rifinitore.

Regista dotato di un’ottima predisposizione tecnica, possedeva una classe naturale ma risultava piuttosto minuto fisicamente, sia per peso sia per altezza (soli 1.72 cm). Tra i primi a formulare un paragone illustre su di lui, ci fu Gianni Brera, che lo definì il “Nuovo Rivera”. Il decano dei giornalisti tuttavia, che non aveva mai lesinato critiche all’ “abatino” rossonero, con quella definizione intendeva illustrarne sia i talenti che i limiti fisici del numero dieci dell’Avellino.

Ma Vignola si mostrò impermeabile ai paragone, dimostrando sul campo il proprio valore. Ad Avellino trascorse tre stagioni, contribuendo da protagonista alla permanenza nella massima serie della provinciale campana. In 88 gare andò a segno 16 volte. In quella squadra di temperamento e talento giocavano anche il portiere Tacconi, il difensore Favero nonché il carneade Limido. Tutti compagni che ritroverà poi in maglia bianconera.
Nell’estate del 1983 giunse alla Juventus, dopo che anche lo stesso Platini aveva pubblicamente lodato il giocatore dell’Avellino. Evidentemente Platini, che nel centrocampo francese giostrava con talenti come Tigana e Giresse, ambedue più dotati tecnicamente che fisicamente, non disdegnava l’idea di duettare in campo con un calciatore dai piedi buoni, quale era Beniamino. Inoltre, la sua presenza gli avrebbe assicurato di poter tirare il fiato, con maggior tranquillità.

E’ lo stesso Vignola a definire l’esperienza in bianconero: “Temevo di marcire in panchina, ma riuscii lo stesso a graffiare”. Durante la stagione acquistò un minutaggio crescente, fino a diventare titolare nell’ultima parte. Nella corsa allo scudetto contro la Roma di Liedholm, apportò un contributo importante, in particolare nella sfida vinta contro la Fiorentina, quando giocò al posto di Platini, realizzando all’ultimo minuto un rigore decisivo, sia nella partita contro l’udinese. In quell’occasione, i friulani, tra le cui fila militava un certo Zico, stavano mettendo in difficoltà la Juventus, avendo rimontato dapprima il vantaggio siglato da Paolo Rossi con una rete di Massimo Mauro ed andando poi in vantaggio con il loro fuoriclasse brasiliano. Subentrato dalla panchina, Vignola mise a segno la doppietta che decise l’incontro e allontanò gli spettri aleggianti sul campo.
Fu il vero dodicesimo uomo, tanto da collezionare alla fine ben 25 presenze. Va tenuto presente che ai tempi erano permesse solo due sostituzioni e che il campionato, da 16 squadre, prevedeva 30 giornate.

Ma la vera notte di gloria per Vignola, giunse a fine stagione, nella sopra ricordata finale di Basilea, contro il Porto di Magalhaes e Jaime Pacheco. Quella volta, Vignola giocò da titolare. E fu lui, con una rete di pregevole fattura, a sbloccare il risultato dopo poco più di un quarto d’ora. Ricevuta palla in posizione centrale, appena dopo il centrocampo, Vignola si girò e scartò in velocità sul lato sinistro, giungendo fino al limite dell’area. Da lì, approfittando dello spazio preso agli avversari, lasciò partire un tiro arcuato a incrociare sul palo opposto, imparabile per tempismo e precisione. E dopo il pareggio di Sousa per il Porto, fu ancora Vignola a servire l’assist a Zibì Boniek, per il gol della vittoria bianconera.

Nella stagione successiva disputò 27 partite ma il suo contributo iniziò ad essere meno determinante. Fu presente anche lui alla sciagurata notte dell’Heysel, subentrando all’89°. Nella stessa stagione, la sua Juve vinse anche la Supercoppa UEFA.

Attratto dalla possibilità di giocare di più, nella stagione successiva lasciò la Juventus e si trasferì nella sua Verona. I gialloblu avevano appena conquistato lo scudetto e avrebbero anche disputato la Coppa dei Campioni (fu la stessa Juventus ad eliminarli). Ma la squadra di Bagnoli era stata rivoluzionata e Vignola non riuscì ad attestarsi ai livelli sperati.
Tornò alla Juve, dove però il suo minutaggio andò sempre riducendosi e concluse poi la carriera scendendo di categoria, con l’Empoli prima e infine con il Mantova.

Il suo rapporto con l’azzurro si limitò a 5 presenze e 2 reti in Under 21, ma ebbe anche la soddisfazione di far parte della Nazionale Olimpica che prese parte al torneo di Los Angeles 1984. In quella squadra, che sfiorò il bronzo, perdendo in semifinale con il Brasile e poi anche nella finale per il terzo posto contro la Jugoslavia, militavano anche Vierchowod, Bagni, Baresi e Massaro.

Finché l’equilibrio tra talento e prestanza fisica resse, Vignola riuscì a mostrare il proprio valore, poi, inevitabilmente, iniziò a percorrere la parte discendente della parabola calcistica. Una volta lasciato il calcio, uscì dall’ambiente e divenne imprenditore.

Forse Vignola avrebbe potuto giocarsi meglio alcuni snodi della carriera, in particolare il poco proficuo passaggio al Verona. E tuttavia il vice di Platini, come testimonia la maglia esposta in quel museo, ha lasciato comunque la propria traccia, come “hero, just for one day”.

FONTE: MondoSportivo.it


12.12.2014
Adesso Vignola fa gol al MotorShow
Dai campi di calcio al Motorshow, la nuova vita di Beniamino Vignola

Il vice di Platini adesso fa il mediano. Lontano dal calcio, al di là di qualche partita dell'amato Hellas vista dal vivo al Bentegodi. Beniamino Vignola ha preso la strada di Bologna, l'aspetta il MotorShow ma non per partecipare ad un raduno di vecchie leggende del pallone. Semplicemente per mettere in vetrina la sua VetroCar, azienda tutta italiana specializzata nella sostituzione di cristalli auto che da vent'anni esatti è la sua nuova vita, lontano dalle luci della ribalta, di chi ha vissuto una vita calcistica col dieci sulle spalle, compagno di squadra anche del grande Michel Platini.

Strade diverse, scelte diverse, una volta appese le scarpe al chiodo. Poco pallone, per non dire niente, senza una panchina su cui ha provato a sedersi all'epoca del San Martino, nei dilettanti, quando oltre a qualche indicazione tattica ci scappavano, da giocatore, anche parecchie punizioni dal limite che finivano puntualmente all'incrocio dei pali. «La passione è quella di sempre, mi ha accompagnato da giocatore e adesso nel mondo del lavoro», racconta Vignola, uno dei più grandi talenti prodotti dal Verona ma anche persona di livello superiore per umiltà ed equilibrio. Una volta i suoi compagni erano Platini e Boniek, adesso sono VetroCar e Vetrauto, azienda di famiglia specializzata nel commercio nazionale ed estero di vetri auto e veicoli commerciali.

I suoi dipendenti lo tartassano ogni lunedì, quando il Verona vince ma soprattutto quando non tutto funziona come dovrebbe. Come nelle ultime settimane per esempio. Domande e suggerimenti da girare a Mandorlini, a Toni, a Saviola. Le risposte arrivano fra un caffè ed un ordine, fra un aneddoto dei suoi anni fra Verona e Juventus ed un'auto da sistemare in tempo reale. Adesso Vignola ha scelto un altro palcoscenico, si è alzato il sipario sulla passerella del MotorShow per dare un segnale al mercato, presentandosi sotto una nuova veste organizzativa e con l'obiettivo di diventare il primo network italiano specializzato nella sostituzione di vetri auto. Ambizioso, ma convinto. Come quel sinistro maligno del 16 maggio di 22 anni fa a Basilea, nella finale di Coppa delle Coppe vinta dalla Juve contro il Porto. Due a uno alla fine, col gol di Boniek e l'esultanza di Giovanni Trapattoni con la Vecchia Signora anche dei Cabrini, Gentile, Scirea, Tardelli, Rossi. Una festa insieme a tanti campioni.

Vignola è quello di sempre. «Nel 2015 ripartiremo col sorriso», lo slogan per la sua mission aziendale, senza perdere di vista i ricordi del passato. Protagonista negli stadi di tutta Europa così come al padiglione 42, stand 50, del Motorshow di Bologna. Lo troverete fino a domenica, si potrà parlare di auto, cristalli ma anche di Hellas e Juve. In forma come ai tempi della Vecchia Signora o del Verona che l'ha visto crescere. Pronto come sempre all'assist vincente. Stavolta per VetroCar e Vetrauto. Come succedeva con Platini e Boniek.

FONTE: LArena.it


Amarcord, Beniamino Vignola e i suoi tre anni ad Avellino
30 Settembre 2014
Intervista di Michele Pisani

Altro giro, altra corsa. Continua e senza alcuna sosta il “fantastico” viaggio attraverso i ricordi degli anni più belli della gloriosa storia del sodalizio biancoverde. Battezzato e melanconicamente “amarcord”, per le interviste ai protagonisti del decennio della massima serie, allorquando si viveva, senza dubbio alcuno, il lungo è favoloso periodo che regalò a tutti gli sportivi una favola, quella della provinciale che seppe conquistare l’Italia tutta. C’era una volta e nemmeno tanto tempo fa una squadra che lottava alla pari delle grandi. C’era una volta e nemmeno tanto tempo fa un tifo stupendo, colorato, unico ed inimitabile.

C’era una volta e nemmeno tanto tempo fa un supporter orgoglioso di essere irpino.In attesa di tempi migliori e nel tentativo di scorgere un futuro radioso da un presente che comunque promette bene ci rituffiamo e magari impunemente in un passato glorioso. Questa settimana siamo diretti al nord, nel laborioso veneto e precisamente nella città di Giulietta e Romeo. Oltre ad ispirare la casa automobilistica del biscione e dare vita alla storia d’amore più triste in assoluto la città di Verona sale alla ribalta, almeno per noi irpini, per aver dato i natali all’indimenticato Beniamino, quello con la lettera maiuscola, di tutti i tifosi avellinesi. Cinquantacinque anni, affermato imprenditore nel ramo degli accessori auto, l’ex calciatore di Verona, Juventus ed Avellino.

Tre anni in Irpinia, dal 1980 al 1983. ottantotto presenze e ben sedici reti. Un metro e settantadue per sessantaquattro chili. Fisico agile ma dotato di un tiro al fulmicotone. Beniamino Vignola appena ci sente parlare della città irpina e della squadra biancoverde ferma letteralmente il tempo e contravvenendo ad una delle regole fondamentali del bravo imprenditore si concede una pausa fuori dal previsto, in barba al ministro Brunetta. Non è una semplice pausa caffè ma è la storia di una scelta di vita. E’ la storia di due innamorati e di un amore eterno è non quella celebre e romanzata di origine veronese. E’ la storia che ha commosso il popolo irpino. Da una parte un giovane di appena diciannove anni, fisico gracile e faccia da bravo ragazzo e dall’altra una intera tifoseria. Da Baiano ad Ariano passando per Solofra, tutti matti per il lupo. “Mi avete riportato di nuovo ad Avellino, almeno con il cuore sono li con voi”. Il suo esordio al telefono è una emozione indescrivibile. Faccio a cazzotti con la paura di rimanere bloccato e non riuscire a parlare, a stento riesco a trattenere le lacrime che lui di rimando. “Ancora vi ricordate di me?”. Caro Vignola noi non ci siamo mai dimenticati di lei e la cosa se permette è diversa.

“Ho passato tre anni stupendi, i più importanti della mia vita. La prima volta che lasciavo casa per venire al Sud. Solo l’incoscienza dell’età poteva permetterlo ma a distanza di tanti anni vi dico una cosa. Lo rifarei altre mille volte. Siete nel mio cuore, non vi dimenticherò mai”. Ci racconti qualche aneddoto, qualche curiosità. “La sensazione più bella era salire le scale che portavano al campo. Vedere tanta gente innamorata e perdutamente di una squadra mi dava una carica che non ho mai provato in vita mia. Ricordo che il campo era sempre pesante. Io che fisicamente non ero un granatiere dovetti imparare a conviverci ma le altre squadre ne soffrivano e noi giù a legnarle tutte. Erano i tempi della legge del Partenio, le squadre avversarie lo sapevano che non avevano scampo ed al massimo qualche grande poteva pareggiare ma era un lusso concesso solo a Juventus ed Internazionale”. Tutte cose belle ma possibile che non ricorda nulla di “cattivo” dei tifosi irpini? “Quando si vinceva era un piacere stare per strada, non si passava inosservati e si respirava un’aria tipica della grande famiglia….” Basta cosi ? quando si perdeva ? “Era meglio restare a casa…”

Chi ricorda con maggiore affetto di quel periodo? “Tutti. Dal primo all’ultimo ma permettetemi di citare su tutti Don Antonio Sibilia. Per me è stato come un padre. Come sta? Me lo salutate? Anche Di Somma è stato come un fratello maggiore, un vero leader e sempre pronto ad aiutarci, dentro e fuori dal campo”. Una domanda gliela pongo a titolo personale. Come faceva a tirare quelle bombe ? “E’ una questione di precisione.

Cercavo di metterla nel punto più lontano, la velocità e la forza erano naturali conseguenze”. In attesa che tornino i tempi migliori ci limitiamo a ricordare quelli che furono. Che ne dice se riportiamo i grandi campioni di una volta e tutti assieme in una partita al Partenio? “Contate su di me. Lo ripeto e con piacere; Avellino è una parte importantissima della mia vita e sapere che ancora adesso vi ricordiate di me mi rende felicissimo. Chiudo abbracciandovi forte tutti, mi mancate e non vi dimenticherò mai. Forza lupi, viva Avellino e speriamo che presto possiate giocare nella categoria che vi compete ossia la serie A”. Un uomo umile e disponibile. Un campione dentro e fuori dal campo, i giocatori di oggi saranno anche dei campioni ma tra vent’anni saranno come Beniamino Vignola ? Altro giro, altra corsa. Non perdeteci di vista, potreste pentirvene.

FONTE: FootballWeb.it


ESCLUSIVA TJ - Beniamino Vignola: “Per vincere ci vuole anche un pizzico di fortuna: la Juve in Champions non ne ha avuta”
04.02.2014 21:30 di Redazione TuttoJuve per tuttojuve.com
Fonte: intervista realizzata da Deborah Schirru
La Juventus si prepara a giocare la sfida con il Verona di Mandorlini, un match che potrebbe riservare non poche sorprese. Si può affermare, infatti, che il club scaligero sia la rivelazione di questo campionato e, storicamente, il Bentegodi non è mai stato uno stadio facile da espugnare. La redazione di tuttojuve.com ha intervistato, in esclusiva, un grande ex di Verona e Juve: Beniamino Vignola che, cresciuto nella squadra gialloblu, si trasferisce in bianconero per il campionato 1983/84. A Torino si ferma anche per la stagione successiva, 1984/85, che culmina con la vittoria della Coppa dei Campioni per la Juve di Trapattoni. È ceduto al Verona nell’estate del 1985, per poi tornare alla Juventus l’anno successivo.

Che sfida sarà quella del Bentegodi tra Verona e Juve?
“Sicuramente, per il periodo in cui si gioca questo match, mi auguro di vedere una sfida avvincente. Il Verona è in un grande momento, stanno capitalizzando tutto ciò che hanno fatto di buono negli ultimi anni ed è una buonissima squadra. La Juventus, sicuramente, ha la rosa più forte del campionato ma incontra gli scaligeri in un momento di massima serenità e questo fattore può essere un’arma a doppio taglio per la squadra di Conte che potrebbe pensare di trovarsi davanti un avversario abbordabile, quando invece il Verona è tutt’altro che questo”.

[...]

FONTE: TuttoJuve.com


15.06.2013
Amara sconfitta? «Lezione di vita utile per crescere»
L'INTERVISTA. Cosa significa per un atleta faticare senza risultato
Vignola, ex dell'Hellas Verona: «A nessuno piace perdere, ma bisogna reagire. La peggiore per me fu quella in Coppa dei Campioni contro la Juventus»

Beniamino Vignola, 54 anni, uno dei grandi talenti del calcio gialloblù

«Avrò segnato undici volte canestri vincenti sulla sirena, e altre diciassette volte a meno di dieci secondi alla fine, ma nella mia carriera ho sbagliato più di novemila tiri. Ho perso quasi trecento partite. Trentasei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l'ho sbagliato. Nella vita ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto». A parlare così è Michael Jordan. Lo sport è uno spazio in cui non sempre si vince e questo «fa parte del gioco». Nel momento in cui si compete, ci si trova di fronte a una doppia sfida: contro l'avversario e contro se stessi. Si insegue la vittoria, si scongiura la sconfitta. Eppure si perde, eccome se si perde! A quel punto, ci si sente abbattuti, delusi, si cercano le colpe, si nuota in un mare di «perché».

E se invece perdere ogni tanto fosse un'opportunità per diventare migliori? Il grande Jordan ha ringraziato pubblicamente i propri errori, vissuti come un prezioso bagaglio di esperienza, su cui ha costruito la sua leggenda. Cosa ne pensano gli atleti, quelli che vogliono vincere, quelli che lottano per una promozione inebriati di adrenalina mentre inseguono un sogno? «La sconfitta e la vittoria sono due facce di una stessa medaglia», sostiene Beniamino Vignola, ex centrocampista cresciuto calcisticamente nell'Hellas Verona. «Perdere fa male, alimenta sentimenti di amarezza, delusione e rabbia, accompagnati, spesso, dalla sensazione di aver dato tanto e tutto per niente e questo è mortificante, ma è anche vero che dopo tali preoccupazioni, quando arriva la vittoria, si è in grado di apprezzarla in modo diverso e più intenso».

«Dalle grandi delusioni si possono ricavare importanti lezioni», prosegue Vignola, «e non è detto che la parola "sconfitta" rappresenti una fine senza possibilità di riscatto: è una porta sbattuta in faccia, ma perdere è anche un'occasione per riflettere, per capire dove si possa migliorare e crescere, soprattutto in un gioco di squadra, dove è importante la sinergia e il contributo di ciascuno. Diventa importante accettare le regole basilari di qualsiasi competizione sportiva, con responsabilità e maturità, perché è così che si diventa grandi anche nella vita».

Vignola estrae dalla memoria il ricordo di due importanti sconfitte. «Erano gli anni 1987/88 e io giocavo nell'Empoli. Dopo un'annata andata molto bene, ci trovammo a disputare una partita di spareggio contro il Brescia per non retrocedere, ma, ahimè fummo battuti e il peggio accadde. Una sconfitta che bruciò parecchio, perché perdemmo la possibilità di giocare in Serie A, con grande delusione di tutti».

«Un'altra storica sconfitta», aggiunge Vignola, «l'ho vissuta quando giocavo nell'Hellas Verona, dove tornai per una breve parentesi, l'anno successivo alla gloriosa vittoria dello Scudetto. La squadra disputava la Coppa dei Campioni; al secondo turno giocammo contro la Juventus e perdemmo in malo modo, o meglio, come si dice in gergo sportivo, "ci rubarono la partita”: il Verona si vide negare un rigore eclatante, mentre la Juventus ne beneficiò nonostante mancassero le condizioni per assegnarlo. Quella storica sconfitta creò molta tensione in campo», conclude Vignola, «perché c'è modo e modo di perdere. Fu un'esperienza molto negativa, ma portò con sé un valido insegnamento: dopo una "brutta caduta", bisogna cercare subito di rialzarsi, concentrandosi sull'obiettivo finale, alimentando nuova motivazione e nuove energie, perché quando si accetta di scendere in campo, bisogna continuare a correre».

FONTE: LArena.it


HELLAS VERONA NEWS: A FuoriGioco su Radio Verona Beniamino VIGNOLA trequartista veronese che ha giocato nell'Hellas ma sopratutto nella JUVENTUS...
Pubblicato da Smarso mercoledì 13 febbraio 2008 07:00
... Con cui ha vinto il Campionato 83/84, una Coppa delle Coppe nel 1984, la Coppa dei Campioni (quando l'Hellas vinceva lo scudetto) e la Supercoppa Europea del 1985. Un bel palmares quello di Beniamino, non c'è che dire, purtroppo la sua stella fu oscurata da quella di un certo PLATINI Michel... Una leggenda metropolitana vuole una traversa cedere nell'impatto con un pallone sparato dal suo potentissimo destro nei campetti della periferia veronese in cui è cresciuto!

Nel video sottostante il gol segnato da VIGNOLA nella finale di Coppa delle Coppe del 1984 tra la JUVENTUS ed il PORTO (i bianconeri vinsero per 2 a 1)

Si comincia parlando di Hellas e di Marco DELVECCHIO (svincolato vecchietto ex-nazionale che si stà allenando con la Roma attualmente); Beniamino storce un po' il naso: "Bravo giocatore si ma non ha mai fatto tantissimi gol e non credo potrebbe essere il salvatore della patria per il nostro Hellas...". Vignola si riferisce spesso al Verona in questa intervista chiamandolo "il nostro Hellas" ma l'impressione che mi ha dato è che non si sia lasciato benissimo con la società scaligera che l'ha cresciuto e lanciato... Un paio di punzecchiature le assesta senza farsi pregare: "anche il bomber della Fumanese nel Verona farebbe bella figura" e "sentite che clima allegro c'è nel Chievo" riferendosi ad una telefonata appena arrivata da un'allegra combriccola di ceolotti in viaggio verso Modena "anche quello conta molto e nell'Hellas sono tutti tristissimi" frasi anche condivisibili per carità ma non si sentiva certo il bisogno che qualcuno (specialmente lui) le sottolineasse... Vabbè...

Interviene Nicola che suggerirebbe a Sarri, come dicono in tanti, di levare le punte inutili che abbiamo e aggiungere centrocampisti, giocando col 3-5-2 o con il 4-3-3; Beniamino che ne pensa? "A me non sembra una questione di moduli e tattiche" risponde impietosamente Vignola "il problema è che manca la qualità davanti: giochiamo con 3 trequartisti che non saltano mai l'uomo, non si crea così superiorità numerica e la squadra non può che risentirne..." e qui sono d'accordo in pieno, spesso mi sono chiesto, guardando le partite dei gialloblù, che senso ha avere 3 trequartisti che non fanno niente dietro una punta che "muore" di solitudine accerchiata dai difensori avversari... Boh... Misteri del calcio, materia opinabile per eccellenza!

E' poi il turno di un ascoltatore che chiede quanto, secondo l'ex mezzala di Avellino, Hellas e Juventus, ha perso il calcio senza il ruolo del libero, visto che Beniamino ha giocato con SCIREA forse il più forte di sempre (per i giovini ricordo che il libero, prima dell'avvento degli attuali schemi che hanno cambiato ruoli e nomi, era il baluardo estremo della difesa prima del portiere e che era chiamato così perchè, al contrario dello stopper, non aveva nessuno da marcare in maniera fissa ma era LIBERO appunto di controllare chi capitava nella sua zona oppure, in fase di attacco, di inserirsi nelle maglie della difesa avversaria e andare al tiro: magnifici interpreti di questo ruolo sono stati SCIREA, Franco BARESI ma anche il nostro grandissimo Roberto TRICELLA) e se, nel calcio moderno molto veloce e fisico, ci sarebbe ancora posto per uno come VIGNOLA; Beniamino non risponde ma dice di aver "giocato anche con un certo TRICELLA e che considera sia SCIREA che Roberto dei precursori degli attuali centrali o metodisti" non era raro un tempo che i centrocampisti, con l'età, retrocedessero a fare i liberi o che al contrario i liberi sostituissero i centrocampisti in caso di necessità e del resto, le doti tecniche del libero, erano mediamente superiori a quelle di tutti gli altri difensori...

FONTE: HellasVerona-BS.BlogSpot.com


STAGIONE 1984-85 +   -   =
GESTI SPORTIVI /2. IL TIRO DI VIGNOLA
di Massimo Gezzi
Cabrini e Vignola festeggiano subito dopo il goal dell’1-0 (Juventus-Porto 2-1, 16 maggio 1984)

[Il primo brano dei Gesti sportivi è uscito qui]

È una sera di maggio del 1984. Ho otto anni. Ricordo la porta di casa aperta, quando inizia la partita: deve fare già abbastanza caldo. Sono seduto sul divano al posto di mia madre, perché questa è una serata speciale: a Basilea, in una città che non conosco e che probabilmente non saprei collocare su un mappamondo, Juventus e Porto si contendono la Coppa delle Coppe. Partita secca. Sono un tifoso della Juve, che stasera gioca con la seconda maglia, quella gialla. Una strana maglia, così diversa dalle righe bianconere che dipingono il petto di Michel Platini, nella foto appesa al muro della mia camera da letto.

Le immagini non sono nitide. Troppo accesi i colori, troppo sfocate le inquadrature, specialmente da lontano. Si fatica a riconoscere i giocatori, tranne uno, Platini: i capelli scomposti e la maglia fuori dai calzoncini lo distinguono nettamente da tutti gli altri (le scarpe sono tutte nere, nessuno sfoggia tatuaggi o creste, i calzoncini sono corti, tenuti su con un laccio bianco annodato, e i calzini lunghi).
Sono seduto al fianco di mio padre, che probabilmente fuma una sigaretta. Anche lui è tifoso della Juve. È la prima partita che vediamo insieme, o per lo meno è la prima partita che trent’anni dopo ricorderò di aver visto insieme a lui. La prima e la più bella.

Ci si aspetta molto da Platini e da Boniek, il polacco numero 11 capace di involarsi e di segnare, specie nelle partite di Coppa, con potenti stoccate di sinistro e di destro. Sono loro due che segnano, spesso. Sono loro che cerco di imitare, quando gioco goffamente a calcio con i miei compagni di scuola.

La partita è cominciata da pochi minuti. Dieci o poco più. Subito dopo il cerchio di centrocampo la palla è di Platini. Lo riconosco dalla maglia e dai capelli, e anche da quel modo di inclinare indietro la schiena, quando lancia in avanti. Come fa in questo istante, per esempio, quando alza un attimo la testa e spedisce il pallone verso la trequarti. Nando Martellini sta parlando d’altro. La sua voce, che sembra provenire da un altro pianeta, sta riepilogando il risultato e commentando un’azione già terminata, sul fronte d’attacco del Porto. Il gesto di Platini lo induce a interrompersi, a riprendere la telecronaca: «Adesso prova la Juventus con Vignola… Vignola…».

Beniamino Vignola, numero 7. Ricordo benissimo la sua figurina: una faccia che non sa se sorridere o restare seria, guance rosse da bravo ragazzo di campagna, scriminatura composta, occhi chiari. Un nome che fa ridere, Beniamino, e che nessuno dei tuoi amici o degli altri calciatori possiede né vorrebbe. Era arrivato alla Juve come vice di Michel Platini, e invece eccolo qui, stasera, a giocare al suo fianco, in una delle partite più importanti della stagione. Magari è pure bravo, ma chi si immagina mai di essere lui, quando si gioca dietro casa, da soli o con gli amici? Chi mai ha pensato una volta sola, da tifoso juventino, «voglio diventare come Beniamino Vignola», tra quelli che sognano di fare i calciatori e parlano già il gergo del calcio (mister, corner, mediano di spinta)?

C’è poco tempo per mettere a fuoco il nome. Vignola tiene palla, avanza, fa due metri, quattro, sei. Martellini ripete più volte il nome del numero 7; Vignola supera il primo avversario, che probabilmente lo ritiene inoffensivo, in quella posizione. Adesso è alle prese con il secondo, ma invece di provare a saltarlo si allarga sulla sinistra. È al limite dell’area e continua ad allargarsi. Farà un cross, immagino, o la ridarà indietro. Ma non c’è tempo, perché Vignola, un secondo dopo, calcia verso la porta di sinistro. Sembra un tiro senza pretese, anche se è stato improvviso. Lui, dopo aver tirato, fa una strana torsione del corpo, ruotando su se stesso di quasi 90 gradi. Ma non c’è tempo di osservare neanche questo, perché la palla calciata da Vignola è già nella fase discendente della sua parabola e si sta dirigendo verso il palo alla sinistra del portiere portoghese, immobile. Rimbalza a pochi centimetri dal legno, poi lo colpisce. È un particolare che non si dimentica, perché il palo ha la base dipinta di nero. Sembra che quella palla sia indirizzata proprio lì, a colpire quei trenta centimetri di nero tra il verde del prato e il bianco dei legni. Un tiro da cecchino, preciso e disinvolto. Persino elegante.

«Adesso prova la Juventus con Vignola… Vignola… Tiro di Vignola e goal! Goal!». Sono passati pochi secondi, forse tre. Poi Martellini ripete ancora: «Vignola. Vignola ha portato in vantaggio la Juventus». Un racconto semplice, non dopato di urla né di lazzi, così come è semplice l’esultanza del numero 7: braccio sinistro in alto, poi entrambi, poi in ginocchio, dopo una breve corsa, ad aspettare i compagni. Arriva per primo Cabrini, poi Boniek. Poi Bonini e Tardelli. Solo adesso si aggiunge Platini, numero 10, che dà una pacca sulla spalla agli altri, niente di più. Secondi, anche qui, poi tutti insieme corrono verso il cerchio di centrocampo: 1-0 per la Juve. Io però queste cose non le vedo, non le distinguo. Non posso, perché nel frattempo sono saltato in piedi, rovesciando qualcosa che avevo sulle gambe (un lenzuolo?). Mio padre ha alzato entrambe le braccia, come Vignola, e mi sorride. Io urlo qualcosa. Dura pochi secondi, ma li ricorderò tutti. Fuori è buio, la Juve ha segnato, io provo una felicità definitiva, di quelle che ritagliano un momento privilegiato dell’esistenza e lo sradicano fuori dal corso del tempo. Non ricorderò nient’altro di quella partita. La Juventus vincerà la Coppa delle Coppe, grazie a un altro goal di Boniek (su assist di Vignola), io forse vedrò la fine e anche la premiazione. Ma non le ricorderò. Ricorderò solo questi momenti: il tiro di Vignola, io in piedi che guardo l’ammucchiata di giocatori in giallo, mio padre a braccia alzate, qualcosa che esiste, in questa stanza e in quel televisore, e che non verrà cancellato: «Tiro di Vignola e goal! Goal!».


FONTE: LeParoleELeCose.it


GIOVANILI +   -   =
Giovanissimi 72 Torneo Notturno di S. Giovanni Lupatoto
Accosciati da sx il quarto e' Beniamino Vignola


FONTE: ACDCadidavid.com

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