Il buon Claudio si aspettava una carriera diversa dopo aver appeso i guanti al chiodo ma 'Il più forte portiere del mondo. (Senza mani però)' non se l'è presa più che tanto: Essere stato il portiere del più grande è stato il massimo!

Claudio Garella
Data di nascita:16/01/1955
Luogo di nascita:Torino (TO)
Nazionalità:Italiana
Ruolo:Portiere
Altezza:184 Cm
Peso:80 Kg
Posizione:
CARRIERA DA ALLENATORE/DIRIGENTE +   -   =
 SquadraStagioneSeriePartiteRuolo 
Canavese? - 2019D-Osservatore 
Barracuda2015 - ?D-Dirigente 
Canavese2014 - 2015D-Osservatore 
Pecetto Torinese2014 - 2015Prom.-Dir. Sportivo 
BarracudaSet. 2013 - 2014PC-Allenatore 
Cit Turin2012 - Set. 2013GJ-Allenatore 
Pergocrema2011 - 2012PC-Prep. Portieri 
Barracuda2010 - 2011PC-Allenatore 
LEGENDA: PC Prima categoria (Torino), GJ Giovanili cat. Juniores, Prom. Promozione (Torino)

CARRIERA DA GIOCATORE +   -   =
 SquadraStagioneSeriePartiteGoal 
AvellinoMar. 1991 - 1991B2-2 
Udinese1990 - Mar. 1991A00 
Udinese1989 - 1990A28-39 
Udinese1988 - 1989B35-23 
Napoli1987 - 1988A29-25 
Napoli1986 - 1987A29-20 
Napoli1985 - 1986A30-21 
Hellas Verona1984 - 1985A30-19 
Hellas Verona1983 - 1984A30-35 
Hellas Verona1982 - 1983A29-30 
Hellas Verona1981 - 1982B30-24 
Sampdoria1980 - 1981B37-31 
Sampdoria1979 - 1980B38-27 
Sampdoria1978 - 1979B38-39 
Lazio1977 - 1978A29-36 
Lazio1976 - 1977A00 
Novara1975 - 1976B38-29 
Casale1974 - 1975C34-27 +1 
Casale1973 - 1974D34-16 
Torino1972 - 1973A10 
Giovanili Torino1970 - 1972--- 

Claudio Garella il più grosso portiere d'Europa

NEWS E CURIOSITÀ +   -   =
Tra i personaggi più carismatici di quella storica rosa dello scudetto, Claudio GARELLA non era di sicuro bello da vedere in campo in quanto a tecnica: Goffo con le mani, scomposto e qualche volta per forza di cose soggetto anche a papere clamorose (le famigerate 'Garellate'!) ma tremendamente efficace come ebbe a dire Italo ALLODI, il diesse che lo portò al NAPOLI, 'L'importante è parare, non conta come'.
Nonostante parate davvero incredibili 'Garellik', nomignolo col quale i tifosi scaligeri amavano riferirsi al portentoso numero 1, non raggiunse mai la nazionale a causa della concorrenza di gente come GALLI, ZENGA e TANCREDI, veri e propri mostri sacri nel ruolo a quei tempi...

DALLE GIOVANILI GRANATA AL GRANDE CALCIO (CON QUALCHE SVARIONE)
Partito dalle giovanili del TORINO, debuttò in Serie A coi granata nella stagione 1972-73 per poi essere girato nel calcio minore (Serie D e C col CASALE) 'a farsi le ossa'.
Nel 1976-77 fa da secondo al grande PULICI nella LAZIO e nella stagione successiva mister VINÍCIO lo promuove a titolare ma il 23enne GARELLA è ancora 'acerbo' per quel tipo di calcio: Due gare storte e i tifosi biancocelesti lo soprannominano 'Paperella' decidendone il destino per l'annata 1978 - 79: Serie B con la SAMPDORIA.

GARELLIK: LA RIVINCITA SCALIGERA
Rimasto in cadetteria ma passato alla corte di Osvaldo BAGNOLI all'HELLAS, diede inizio a quello spettacolare ed entusiasmante ciclo che, in sole tre stagioni, porto gli scaligeri a giocare in Europa, distinguersi in Coppa Italia (quando il torneo aveva decisamente un diverso e più sentito 'appeal') ed infine a conquistare il primo scudetto della sua carriera: Leggendaria fu la partita del 21 Ottobre 1984 all'Olimpico quando, contro la ROMA, GARELLA blindò letteralmente la sua porta con una serie di interventi prodigiosi (ovviamente nel suo caratteristico stile che consisteva nel... Parare con tutto il corpo!)

BIS TRICOLORE E COPPA ITALIA COL NAPOLI
Passato al NAPOLI del diesse Italo ALLODI che a proposito del discutibile stile di GARELLA disse 'L’importante è che pari, non conta come', arrivò terzo coi partenopei nell'annata 1985-86 e vinse tricolore e Coppa Italia nella stagione seguente con interventi decisivi nella rincorsa del NAPOLI al primo, storico scudetto.

FINE CARRIERA TRA UDINE E AVELLINO
Al seguito di mai meglio precisate beghe di spogliatoio tra alcuni componenti della rosa partenopea (la famosa 'Banda dei quattro' composta, oltre che dal portiere, anche da FERRARIO, BAGNI e GIORDANO) e mister BIANCHI allora tecnico del NAPOLI, GARELLA fu ceduto all'UDINESE in Serie B dove conquistò una promozione prima di concludere la carriera all'AVELLINO a causa di un brutto infortunio.
Chiuse con i Lupi dell'Irpinia una fantastica storia professionale fatta di 245 presenze in Serie A e 218 in cadetteria.

Claudio Garella - Le parateREWIND: CLAUDIO GARELLA (TUTTI PAZZI PER IL CALCIO)

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ANEDDOTI & ALTRO DA RICORDARE +   -   =


Claudio Garella
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Claudio Garella (Torino, 16 maggio 1955) è un dirigente sportivo, allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo portiere, dirigente dell'U.S.D. Barracuda.

Caratteristiche tecniche
Nonostante la mole fisica robusta, era un portiere agile. Alternava parate coreografiche (in un Udinese-Cremonese parò con una sorta di rovesciata, mentre in un Verona-Udinese effettuò una parata con il sedere) a grossolani errori detti "garellate" da stampa e tifosi.
Famoso per le sue parate con i piedi piuttosto che con le mani, si guadagnò una battuta dell'avvocato Gianni Agnelli, privilegio non da tutti, che disse: «Garella è il più forte portiere del mondo. Senza mani, però». Il suo stile era talmente peculiare che a carriera finita disse di se stesso: «sono stato un portiere anomalo, nessun allenatore ha cercato di cambiarmi. Istinto? Non solo, avevo un mio codice. Ricordo ciò che disse Italo Allodi, il manager che mi portò al Napoli: "L’importante è parare, non conta come"».

Carriera
Giocatore
Debuttò in Serie A nel corso del campionato 1972-1973 con la maglia del Torino (gara contro il Lanerossi Vicenza). Seguirono due stagioni con il Casale in Serie D e Serie C con un gol all'attivo segnato su rigore.
Dopo un anno al Novara fu tesserato dalla Lazio con la quale rimase per due anni: nel primo fu sempre in panchina perché chiuso da Felice Pulici, mentre l'anno successivo divenne titolare, totalizzando 29 presenze, grazie alla fiducia accordatagli dal tecnico biancoceleste Luís Vinício. Dopo due prestazioni condite da papere a Lens nelle coppe europee e in campionato contro il Vicenza, Garella fu contestato per gli svarioni commessi da parte della tifoseria biancoceleste, che cominciò anche a soprannominarlo "Paperella". Fu ceduto, quindi, alla Sampdoria in Serie B, dove militò per tre stagioni, totalizzando in totale 113 presenze e 97 gol subiti in maglia blucerchiata.
Dopo l'esperienza sotto la Lanterna passò all'Hellas Verona allenato da Osvaldo Bagnoli, con il quale partecipò alla storica conquista dello scudetto nella stagione 1984-1985. Garella risulterà decisivo in più partite ma di particolare rilevanza fu Roma-Verona del 21 ottobre 1984, dove mise in mostra una sorta di campionario delle sue caratteristiche parate, fronteggiando l'attacco giallorosso e meritandosi, forse per la prima volta, il soprannome "Garellik".

Nell'estate del 1985 passò al Napoli col quale vinse un altrettanto storico scudetto e la Coppa Italia 1986-1987. Dopo una "rivolta" mai ben chiarita, che lo vide protagonista insieme a Ferrario, Salvatore Bagni e Bruno Giordano contro l'allenatore Ottavio Bianchi, venne ceduto all'Udinese in Serie B.
Si ritirò dopo il campionato 1990-1991 giocato in cadetteria con la maglia dell'Avellino, collezionando 2 presenze e subendo 2 reti, per un brutto infortunio subito nell'autunno del 1990. In carriera ha totalizzato complessivamente 245 presenze in A e 218 in B.

Allenatore
Prima allena a Torino l'U.S.D. Barracuda, squadra di Prima Categoria. Nel 2011 ricopre l'incarico di preparatore dei portieri del Pergocrema. Nella stagione 2012-2013 diventa allenatore della squadra giovanile juniores del Cit Turin. Il 26 settembre 2013 subentra come allenatore della prima squadra del Barracuda in Prima Categoria.

Dirigente sportivo
È stato direttore sportivo di una squadra dilettantistica di Pecetto Torinese, in provincia di Torino, militante in Promozione, e successivamente osservatore della Canavese, compagine di Serie D. Nel 2015 è dirigente dell'U.S.D. Barracuda.

Palmarès
Giocatore
Campionato italiano: 2
- Verona: 1984-1985
- Napoli: 1986-1987

Coppa Italia: 1
- Napoli: 1986-1987

Campionato italiano di Serie B: 1
- Verona: 1981-1982

Campionato italiano di Serie D: 1
- Casale: 1973-1974 (girone A)

Vita privata
È sposato con Laura e ha due figlie, Claudia (classe 1975) e Chantal (classe 1985).

FONTE: Wikipedia.org


6 MAGGIO 2019
CHI LI HA VISTI?
CLAUDIO GARELLA: LA RIVINCITA DI GARELLIK

«Sono stato un portiere anomalo. Ricordo ciò che disse Italo Allodi, il manager che mi portò al Napoli: “L’importante è parare, non conta come”»

Il portiere che parava con piedi, pancia e chiappe. Claudio Garella, il più originale dei numeri uno. Vinse scudetti in città che mai ne avevano vinto (Verona e Napoli). Fu prescelto da Diego Maradona. Si guadagnò una battuta dell’Avvocato Agnelli, privilegio a non molti riservato: «Garella è il più forte portiere del mondo. Senza mani, però». Oggi, il pane è un po’ duro. Garella lavora per il Canavese, serie D girone A. Fa l’osservatore, si occupa di mercato. Passione a pacchi, denaro quanto basta per campare.
«Vivo dimenticato – si sfoga -. Il grande calcio si è scordato di me e non so perché. Sono direttore sportivo diplomato a Coverciano e da anni aspetto una telefonata che non arriva. Spiegazioni? Non mi sono inginocchiato davanti a nessuno, non frequento i giri giusti».

Beppe Viola era un giornalista Rai degli anni Settanta, si divertiva a miscelare parole e a lui si deve il primo neologismo dedicato a Claudio. «Garellate», sentenziò Viola una domenica per sottolineare un paio d’errori del nostro, che stava alla Lazio. A Roma sono feroci e in un amen eruttarono l’appellativo: «Paperella!», strillò un laziale, e sembrava l’inizio della fine. Garella, però, restò in alta quota e a Verona convinse un giornalista dell’«Arena» a cambiargli il nome d’arte: «Garellik», scrissero sul giornale locale per lodare certe parate non contemplate dai sacri testi, e cominciò un’altra carriera, così diversa che Diego Maradona convinse Ferlaino presidente del Napoli a prendere Garella. La raccomandazione del «Pibe», altro attestato per pochi.

«Sono stato un portiere anomalo – riconosce il protagonista della storia -, nessun allenatore ha cercato di cambiarmi. Istinto? Non solo, avevo un mio codice. Ricordo ciò che disse Italo Allodi, il manager che mi portò al Napoli: “L’importante è parare, non conta come”».

E Garellik parava. Di piede, come all’oratorio? Embé? Ai ragazzi piaceva perché incarnava il portiere in teoria alla portata di tutti. Le uscite basse erano spettacolari, Claudio allargava le manone avvolte in guanti enormi e poi deviava il pallone con la trippa o la punta di una scarpa o il lembo di un orecchio. Maradona lo testava sulle punizioni, in allenamento: «Ogni tanto qualcosa prendevo, non so come, e Diego se la rideva. Sono orgoglioso della mia carriera, sono stato il portiere del più grande».
Un rammarico: mai una presenza in Nazionale. «A quei tempi la concorrenza era forte. Galli, Zenga, Tancredi. Non so se mi spiego. Oggi c’ è Buffon e stop».

Garella gioca ancora, nella Wineland, rappresentativa messa su per fare beneficenza e reclamizzare i prodotti enogastronomici dell’Astigiano e del Monferrato, che assieme alle Langhe rappresentano il cuore contadino del Piemonte. E’ un po’ ingrassato, ma non è che sia mai stato un figurino. Al momento i suoi sono gli orizzonti di un treno interregionale:
«Noi del Canavese (squadra di San Giusto, paese vicino a Ivrea, ndr) lottiamo col Savona per la promozione in C2. Siamo secondi in un girone di ferro, con Casale e Alessandria».
Tutto sommato non c’è da lamentarsi, poco tempo fa Garella era d.s. del Pecetto, Torino, in Promozione. Dategli una chance, che Garellik se la caverà. A modo suo, è chiaro.

Testo di Sebastiano Vernazza


LA SCHEDA
Claudio Garella (Torino, 16 maggio 1955)
Debuttò in Serie A nel corso del campionato 1972-73 con la maglia del Torino (gara contro il Vicenza). S
eguirono due stagioni con il Casale in Serie D e C con un gol all’attivo segnato su rigore.

Dopo un anno al Novara fu tesserato dalla Lazio con la quale rimase per due anni (sempre in panchina il primo, con trenta presenze il secondo). Fu ceduto, quindi, alla Sampdoria in B dove militò per tre stagioni. Dopo l’esperienza con i blucerchiati passò al Verona allenato da Osvaldo Bagnoli con il quale fu protagonista della storica conquista dello scudetto nella stagione 1984/85. Nell’estate del 1985 passò al Napoli col quale vinse un altrettanto storico scudetto e una Coppa Italia nella stagione 1986-87. Dopo una “rivolta” mai ben chiarita, che lo vide protagonista con Ferrario, Salvatore Bagni e Bruno Giordano contro l’allenatore Ottavio Bianchi, venne ceduto all’Udinese allora militante in Serie B.

Si ritirò dopo il campionato 1990-91 giocato in B con la maglia dell’Avellino. Dotato di buone doti fisiche, è stato costantemente discusso nella sua carriera per lo stile decisamente poco ortodosso del suo suo gioco.

Uscite spericolate, uso costante dei piedi per parare, scatti di riflessi prodigiosi, le parate eccezionali (in un Verona-Udinese parò con il sedere e in un Udinese-Cremonese in rovesciata) alternate a errori clamorosi (le cosiddette garellate) lo resero un personaggio popolare, sul quale i giudizi degli appassionati erano estremamente discordanti, così come i soprannomi con cui era noto: “Paperella” per i suoi critici, ma anche il ben più gratificante “Garellik” da parte dei suoi estimatori.

FONTE: StorieDiCalcio.Altervista.org


“Garellik”, 30 anni dopo
Claudio Garella era uno dei portieri più sgraziati del calcio italiano. Parava in maniera stranissima, compresa una famosa rovesciata. Eppure ha vinto due scudetti miracolosi con Verona e Napoli

18 APRILE 2017
Garella ieri e oggi

Trent’anni fa, nel campionato 1986/87, il Napoli realizzò un vero e proprio miracolo, vincendo il primo Scudetto della sua storia. Ripensando a quella grande squadra, vengono subito in mente Maradona, Giordano e Carnevale, ma forse il più “magico” di tutti era il goffissimo portiere Claudio Garella.

Già due anni prima, l’estremo difensore torinese aveva vinto uno Scudetto persino più sorprendente: quello conquistato tra i pali dell’Hellas Verona. “Alla prima riunione con Osvaldo Bagnoli – rivelò Garella – il tecnico ci disse chiaramente di temere la retrocessione, invece diventammo Campioni d’Italia… ma ce ne rendemmo conto solo una volta conquistata la certezza matematica!”.
Anche in quel Verona c’erano giocatori più adatti a finire sui poster: Briegel, Larsen-Elkjaer, Fanna, Galderisi… Eppure è proprio Garella, 62 anni a maggio, che potrà raccontare ai nipotini di avere portato due Scudetti in dote a due città che non lo avevano mai vinto prima e il tutto nel breve arco di due anni: “Dopo la bellissima esperienza di Verona, mi dispiaceva molto andare via, ma era troppa la voglia di giocare con il migliore al mondo: Maradona. E se devo scegliere uno dei due Scudetti, dico che vincere a Napoli, per me, batte il resto del mondo. A Madrid o Barcellona, altri due posti calienti del calcio mondiale, neanche si immaginano cosa significhi festeggiare sotto il Vesuvio”.

Al giovedì, per la partitella a Soccavo, avevamo 15.000 spettatori e la domenica al San Paolo ce n’erano 100.000! Mi vengono i brividi! Ve la ricordate quella scritta che comparve sul cimitero di Napoli? «‘uagliò non sapete cosa vi siete persi». Fece davvero epoca!”.


Dopo aver esordito in A con il Torino, Garella ha giocato con il Casale, il Novara, la Lazio e la Samp. A Roma venne duramente contestato per una serie di errori che gli valsero il soprannome di “Paperella” e sua moglie Laura si dannava l’anima telefonando ai giornalisti che lo giudicavano troppo severamente. Lo chiamavano invece “Garellik” i tifosi di Verona e Napoli, esaltati dalle sue parate decisamente inusuali.

Per via del suo fisico, poco atletico anche al top della carriera, Garella non si faceva problemi a intervenire più spesso con i piedi che con le mani. Tanto sgraziato quanto efficace, durante l’esperienza tra i pali dell’Udinese fece persino una parata… in rovesciata, per rimediare a una deviazione beffarda. “Sono stato un portiere anomalo, ma nessun allenatore ha cercato di cambiarmi”, ha ammesso l’ex Campione d’Italia. “Mi affidavo all’istinto, ma anche ai consigli di Italo Allodi, il manager che mi portò al Napoli e che una volta disse: «L’importante è parare, non conta come»”. L’Avvocato Agnelli, patron di una Juve che fu acerrima rivale sia del Verona che del Napoli nella lotta per lo Scudetto, una volta lo definì “il miglior portiere del mondo… senza mani, però”.

Eppure, nemmeno nei suoi anni migliori è mai riuscito a conquistare nemmeno una sola presenza in nazionale: “Ai miei tempi non è mica come adesso, che c’è solo Buffon. Allora a farmi concorrenza c’erano Zenga, Galli e Tancredi! No, non rimpiango la nazionale. Mi dispiace solo di aver perso il secondo Scudetto nel testa a testa con il Milan. L’intervento della criminalità organizzata? Ma no, se mi fossi accorto di qualcosa di poco pulito, me ne sarei andato subito”.

In quella stagione si ruppe anche il feeling tra la squadra partenopea e il suo allenatore. Insieme a Bagni, Giordano e Ferrario, Garella fu tra gli animatori di una vera e propria rivolta nei confronti di Ottavio Bianchi e per ritorsione venne ceduto all’Udinese, in Serie B. Dopo una breve parentesi con l’Avellino, ha appeso i guanti al chiodo nel 1991.

A fine carriera, è rapidamente uscito dal giro del grande calcio: “Questo ambiente mi ha dimenticato in fretta, anche se mi sono diplomato direttore sportivo a Coverciano. Non frequento i giri giusti, ormai solo i tifosi si ricordano ancora bene di me. La cosa bella è aver conosciuto due belle persone come Paolo Mantovani e Ferdinando Chiampan e comunque il calcio è ancora una mia grande passione”.

Infatti, dopo aver gestito una gioielleria a Verona, ha ripreso a lavorare nel mondo del pallone, sebbene sui campetti delle serie inferiori piemontesi. Ha allenato il Barracuda ed è stato osservatore della Canavese, oscillando tra la seconda categoria e la Promozione: “Se ami davvero questo sport, farlo col Barracuda o col Manchester United non cambia proprio niente!”.

Quello che è sicuramente cambiato, a parte il suo fisico ormai abbondantemente oversize, è il modo di giocare, soprattutto in porta: “I portieri di oggi fanno una vita impossibile. Appena tocchi l’attaccante o sfiori il pallone fuori area ti becchi il cartellino rosso e te ne vai a casa! Fossi ancora un giocatore, andrei a protestare sotto la Lega Calcio! Ma come bisogna fare a fermare questi attaccanti? Sai perché io paravo con tutto il corpo? Perché avevo di fronte bomber come Paolo Rossi, Roberto Pruzzo e Spillo Altobelli! Qualcosa dovevo pure inventarmi”.


FONTE: EuroCalcio24.com


Retròpassaggio – Garellik, il portiere-attore
Di Giuseppe Francesco D'Amato - 7 gennaio 2017
Nato a Torino il 16 maggio 1955, Claudio Garella è stato uno dei portieri più famosi nella storia del Napoli. Un estremo difensore sgraziato nei suoi interventi, ed è per questo che venne prontamente soprannominato Garellik. Spesso e volentieri, però, Garella commise qualche errore di troppo, chiamate Garellate dai supporters partenopei.

Arrivato a Napoli nel 1985 dopo aver vinto lo scudetto con l’Hellas Verona di Bagnoli, Garella sbarcò nella città della pizza, dove vinse la Coppa Italia 1986-1987 e lo scudetto l’annata successiva. I suoi interventi risultarono molto importanti per la conquista del primo alloro, ma la famosa “rivolta” della famigerata banda dei quattro, nella quale vi era anche lo stesso portiere torinese. Il quale venne ceduto all’Udinese, che militava allora in cadetteria.

Garella appese i guantoni al chiodo dopo due presenze all’Avellino, prima di intraprendere, come del resto altri colleghi, la carriera d’allenatore. Tuttavia, Garella ha deciso da qualche anno di diventare dirigente, vista la scarsa fortuna avuta da allenatore. Oggigiorno, il nome di Garella è accostato alla società Barracuda.

“Un portiere deve saper essere anche un attore” diceva Garella. Ed è così che vogliamo ricordare Garellik, un portiere insolito, dallo stile sgraziato, ma tremendamente efficace.

FONTE: MondoNapoli.it


Claudio Garella: il Portiere degli scudetti “inaspettati”

Soprannominato Garellik, era famoso per la tendenza a parare con ogni parte del corpo, producendosi in interventi stilisticamente sgraziati ma nondimeno efficaci. Claudio Garella e gli scudetti di provincia Verona nella stagione 1984-1985 e Napoli nella stagione 1986-1987

“Sono stato un portiere anomalo, nessun allenatore ha cercato di cambiarmi. Istinto? Non solo, avevo un mio codice. Ricordo ciò che disse Italo Allodi, il manager che mi portò al Napoli: “L’importante è parare, non conta come...”

L’Avvocato Agnelli lo definì “il miglior portiere del mondo. Senza mani però”. Del resto, come lui stesso affermava, l’importante è parare, non importa come. E Garellik parava. Ne sono passati di anni ma il ricordo dell’Avvocato e del portierone Garella riecheggiano in molti appassionati. Era un calcio diverso, non esisteva nemmeno la regola del retropassaggio. Ricordiamo le classiche meline... tutto scorreva più lento. Poi c’era ancora il libero. il calcio degli anni ’70 e ’80 era ancora un altro mondo, più polveroso forse.
Dal rendimento alterno, talvolta commetteva degli errori, ribattezzati “Garellate” da stampa e tifosi In certe giornate è praticamente imbattibile, dall’alto del suo metro e ottantaquattro, centimetri che gli vengono utili quando c’è da allungarsi per parare tiri all’apparenza imprendibili.

Debuttò in Serie A nel corso del campionato 1972-1973 con la maglia del Torino, poi qualche anno di formazione in sere C e serie D, poi il passaggio alla Lazio nel 1976, poco spazio, errori e prestazioni mediocri contro il Lens nelle coppe europee e contro il Vicenza in campionato, Garella fu contestato dalla tifoseria biancoceleste, che cominciò anche a soprannominarlo Paperella. Fu ceduto, quindi, alla Sampdoria in Serie B. Poi il passaggio definitivo all’Hellas Verona allenato da Osvaldo Bagnoli, Garella è cresciuto e risulterà determinante in più partite, specialmente in Roma-Verona del 21 ottobre 1984, in cui mantenne la porta inviolata con una serie di interventi decisivi. Il suo stile, era inconfondibile. La sua abilità nel parare spesso lasciava spazio anche a quelle che in gergo calcistico vennero definite “garellate”. Era croce e delizia per i suoi tifosi. Con L’Hellas Verona militerà per quattro stagioni, dalla promozione in serie A del 1982 allo storico e irripetibile scudetto della stagione 1984-85. Nella favola verona c’è scritto il nome di Claudio Garella. A Verona, pur non essendoci grandi campioni, lo spogliatoio è infatti compatto intorno ad un grande personaggio qual’era Osvaldo Bagnoli, un allenatore semplice e ben voluto da tutti i giocatori, con il quale Garella imposta subito un rapporto basato sulla sincerità e sulla chiarezza, un gruppo formato da grandi uomini e grandi giocatori (difensore tedesco Briegel e alla coppia d’attacco Elkjær- Galderisi). Discreta personalità, Garella era in grado di compiere ottimi interventi, talvolta eseguiti con una tecnica poco raffinata ma nondimeno efficace.

A Verona il portierone è uno dei protagonisti dello scudetto e qui le garellate degli anni laziali sono definitivamente dimenticate: da “paperella“, com’era chiamato poco affettuosamente dai suoi ex tifosi, diventa “Garellik“, il portiere diabolico. Nell’estate del 1985 passò al Napoli col quale vinse un altrettanto storico scudetto e la Coppa Italia 1986-1987. Anche qui Garella si rende protagonista di un altro, storico scudetto, il primo anche questo per la storia della società. Con Maradona alla guida della squadra, il trionfale anno 1986/87 è ancora vivo nella memoria dei tifosi. Oltre allo scudetto arriverà poi anche la Coppa Italia e la possibilità di giocare la Coppa dei Campioni l’anno successivo Maradona lo testava sulle punizioni, in allenamento: “Ogni tanto qualcosa prendevo, non so come, e Diego se la rideva. Sono orgoglioso della mia carriera, sono stato il portiere del più grande. Un rammarico: mai una presenza in Nazionale. “A quei tempi la concorrenza era forte. Galli, Zenga, Tancredi. Non so se mi spiego. Oggi c’è Buffon e stop”.
di Giuseppe Foti 05.08.2016

FONTE: CalcioWeb.eu


TORO
Claudio Garella, il portiere che non si sporcava i guanti
Figurine/ "Il più forte portiere del mondo, senza mani però": da 'paperaro' a campione, vinse il tricolore con l’Hellas e con il Napoli

di Lorenzo Bonansea, @BonanseaLorenzo 16/05/2015, 05:10

Il 16 maggio del 1955 nasceva a Torino Claudio Garella, ex portiere cresciuto nelle giovanili granata e che si è distinto nel mondo del calcio non solo per i suoi successi nella massima serie, che comunque sono stati rilevanti, ma anche e soprattutto per i suoi modi davvero originali di parare, che gli hanno riservato un ricordo del tutto particolare tra gli appassionati.

ESORDIO CON IL TORO – In vita sua ha vestito numerose casacche. Cresciuto nelle giovanili del Toro, esordisce in granata con la prima squadra il 28 gennaio del 1973 contro il Vicenza, in una stagione dove titolare tra i pali c’era il grande Castellini, che impediva a Garella di partire dal primo minuto. Quella fu la sua unica ed ultima presenza nella città della Mole, dal momento che in seguito si trasferisce al Casale e poi affronta numerose sfide in giro per l’Italia calcistica: prima ancora in Piemonte, con la maglia del Novara, poi in giro per la penisola.

I SUCCESSI – Colleziona tante presenze e gioca stagioni da protagonista con la Lazio, la Sampdoria ed il Verona, dove disputa quattro campionati di seguito e si laurea addirittura campione d’Italia al termine di una stagione fenomenale sotto la guida di Bagnoli. A metà anni ’80 si trasferisce al Napoli, dove bissa il successo in Serie A con lo scudetto dell’87. Chiude la carriera da calciatore tra Udinese ed Avellino. Poi, inizia quella da allenatore, ma non prenderà mai il volo, tra le categorie più basse. Oggi è dirigente sportivo dell’U.S.D. Barracuda.

IL SUO STILE – Il suo stile, si diceva, era inconfondibile. La sua abilità nel parare spesso lasciava spazio anche a quelle che in gergo calcistico vennero definite “garellate”. Era croce e delizia per i suoi tifosi. Parate straordinarie e pirotecniche (una volta anche in rovesciata, spesso senza usare le mani) potevano salvare le partite, ma capitavano anche veri e propri errori grossolani. L’Avvocato Agnelli lo definì “il miglior portiere del mondo. Senza mani però”. Del resto, come lui stesso affermava, l’importante è parare, non importa come. E i risultati, in fondo, non gli hanno neanche dato torto. Non dimenticherà infatti facilmente gli scudetti conquistati con grinta e passione, nonchè l’affetto degli appassionati di calcio, che lo ricordano come uno dei personaggi più particolari della nostra Serie A. Si sa, lo stile diverso e innovativo piace sempre e non passa mai inosservato.

Terminata la carriera di calciatore, provò a fare l’allenatore, l’osservatore ed anche il dirigente ad alti livelli. Pure in granata, ma senza successo. Quindi il cammino tra i dilettanti dove il calcio è sporco, ma per il fango e la polvere del campo che restano attaccati addosso: non per altro. Uno strano ossimoro per un portiere che non amava sporcarsi i guanti.

FONTE: ToroNews.it


15:00 | martedì 20 gennaio 2015
Claudio Garella, voglio un'uscita spericolata
«Il calcio dà e toglie tanto. Eppure a me ha fatto conoscere due belle persone: Paolo Mantovani e Ferdinando Chiampan...»

CLAUDIO GARELLA TEMPI SUPPLEMENTARI -
Claudio Garella mi risponde al primo squillo. Sta guidando nel traffico diretto verso la sede dell'U.S.D. Barracuda, la società dilettantisca torinese nella quale presta servizio come dirigente. Una scuola-calcio nobile, quella del Barracuda, che esiste fin dal 1958 (quindi da quando Garellik aveva 3 anni) e che per il mitico portierone di - tra le altre - Lazio, Sampdoria, Verona, Napoli, Udinese ed Avellino - rappresenta quella boccata d'aria fresca quotidiana nei confronti di un mondo del pallone professionistico ed adulto che al momento pare non avere così urgenza di lui. «Ma io me ne frego - esordisce Garella piazzandoci subito una bella risata - il calcio resta una bellissima malattia per me, una passione che non ho minimamente voglia di spegnere solo perché i cosiddetti 'grandi' si sono scordati di me. Quindi ben venga questo mio ruolo tra i dilettanti: quando ami una cosa, puoi farla in provincia come a New York, non fa alcuna differenza». Ben detto, Garellik! Partiamo subito col piede giusto in quella che sarà un'intervista di pancia, assolutamante non edulcorata, genuina come l'uomo che me la sta rilasciando.

E a proposito di arti inferiori...
Tempo fa guardavo una partita di Champions League e all'improvviso il telecronista di turno ha parlato di "intervento alla Garella". Ovviamente l'estremo difensore aveva appena parato di piede...
«Ti posso rispondere in due maniere. La prima, naturalmente, è che fa sempre piacere essere ricordati a tanti anni di distanza visto che ho smesso di giocare nell'autunno del 1990 per un brutto infortunio ad Avellino. La seconda è che non ce la faccio più a spiegare alla stampa ed ai tifosi che io paravo anche con le mani! (ridacchia, ndr) Ormai questa 'maledizione' di Garella bravo solo con le parti basse me la porterò dietro finché campo...»

Il colpevole fu l'Avvocato Agnelli, vero?
«Sì, una volta disse ai media 'Garella è il miglior portiere del mondo dalla cintola in giù' o qualcosa del genere. Un grosso onore per me, comunque: non è mica da tutti finire tra gli aforisimi storici dell'Avvocato... Però mi tocca ancora dissentire: tra i miei miti di gioventù avevo sia Zoff che il 'Giaguaro' Castellini e con quest'ultimo ebbi pure la fortuna di lavorarci assieme a Napoli. Due "paratutto" che adoperavano soprattutto le mani. Le mani sono sempre state il non plus ultra di un portiere anche se già negli anni '70 si cominciava a guardare ai numeri 1 olandesi, alla loro duttilità in campo: a me, ad esempio, piaceva Jan Jongbloed...»

Adesso, per assurdo, si è giunti all'esatto opposto nel metro di giudizio. Guardo Neuer, Courtois e de Gea e mi viene da dire: se non usassero i piedi sarebbero violentemente ripresi dai loro rispettivi allenatori...
«Già, Neuer spazza di piede a 20 metri dall'area di rigore e giù applausi a non finire. Courtois idem. Se l'avessi fatto io, avrei subito avuto i soliti soloni della critica - e lo dico con affetto, ci mancherebbe! - tipo Brera e Caminiti che avrebbero gridato al sacrilegio... Il calcio degli anni '70 e '80 era ancora un altro mondo, più polveroso forse.»

Vogliamo redimere la questione una volta per tutte?
«Certo, e lo vuoi sapere qual è il segreto? Semplice: la palla devi sempre prenderla in tutte le maniere, punto. Quando ti ritrovavi davanti gente assetatata di gol come Paolo Rossi o Pruzzo, non potevi andare troppo per il sottile! E allora te ne inventavi di tutti i colori, pur restando nell'ambito del regolamento che allora - non dimentichiamocelo - te lo permetteva.»

Già, il regolamento...
«Oggi giocare per un portiere è diventato impossibile! (Garella se la prende a cuore ed alza il tono di voce, ndr) Appena sfiori il pallone un centimetro fuori dall'area o travolgi l'attacante per troppo slancio, boom, rosso diretto e te ne vai a fare la doccia! Ma mi spieghi come li dobbiamo fermare 'sti benedetti attaccanti moderni? Mica possiamo scomparire con la bacchetta magica...»

Soluzioni?
«Guarda, avessi 25 anni andrei sotto la sede della Lega Calcio, con altri miei colleghi, a protestare per la condizione assolutamente disparitaria che coinvolge la categoria dei portieri attuali.»

Cambiamo argomento e sfatiamo un'altra leggenda che accompagna la tua carriera: Garella che risorge lungo l'Adige, mentre indossava la maglia del Verona...
«Macché! Quando arrivai al Bentegodi, provenivo già da quattro grandi annate con la Sampdoria di Paolo Mantovani nella quale avevo giocato ben al di sopra della media. Il problema è che paravo in serie B e, sul finire degli anni '70, giocare in quel campionato voleva dire semplicemente non esistere! Non c'era nemmeno una televisione a riprendere le nostre gare, ma sono stati comunque anni bellissimi. Che mi hanno ripagato della brutta esperienza nella Lazio dove non è che avessi combinato chissà quali disastri, ma solo sbagliato un paio di partite... Ma a Roma si sa come vanno le cose: una volta che subentra il pregiudizio, non te ne liberi più. Ed allora puntai verso Genova.»

A Verona in compenso arriva lo storico scudetto...
«Posso cavarmela con tre punti fermi, se vuoi: grande società, grandi giocatori, grande tifoseria. Tutti uniti verso un obbiettivo comune. Gli scudetti, in Italia, si vincono così da sempre. A Verona come a Napoli.»

Meglio il tricolore veronese o napoletano? E perdonami in anticipo per la domanda un po' goffa...
«Vincere a Napoli, per me, batte il resto del mondo. A Madrid o Barcellona, altri due posti calienti del calcio mondiale, neanche si immaginano cosa significhi festeggiare sotto il Vesuvio. Voglio dire: noi alla partitella del giovedì, a Soccavo, avevamo 15mila spettatori e poi la domenica 100mila allo stadio. Se ci ripenso mi vengono i brividi...»

La partita più bella che hai giocato col Napoli?
«Il ritorno dei sedicesimi di finale della Coppa Campioni '87/'88: Napoli-Real Madrid finita, ahimé, 1-1 (all'andata i Blancos vinsero 2-0 e la squadra di Diego Maradona abbandonò immediatamente la competizione, ndr). Anche se so già quello che stai per chiedermi...»

Mi tocca: il pareggio di Butragueño, a pochi minuti dalla fine del primo tempo, avvenne in seguito ad una mezza "garellata"...
«Sì, quell'uscita fu colpa mia, ma questo non toglie che tenemmo il Real in apnea per un tempo intero. Non ho mai visto un Napoli così devastante. Ed io guardavo quel match da una postazione privilegiata: dalla mia linea di porta.»

Sempre quell'anno il Napoli perse uno scudetto che sembrava già vinto, almeno fino a primavera inoltrata. Ed anche lì se ne sentirono di tutti i colori...
«Già, peccato che quell'anno dovemmo vedercela col primo Milan di Sacchi che aveva Baresi, Maldini, Donadoni, Gullit in forma strepitosa, Van Basten che era stato a riposo per più di metà campionato, ecc. E noi invece avevamo un'infermeria che urlava pietà per via dei ginocchi malandati di Maradona, Bagni, De Napoli...»

D'accordo, ma ci fu chi parlò addirittura di malavita coinvolta...
«Scudetto venduto alla camorra? Guarda, te lo dico con la massima onestà possibile: se solo avessi fiutato che qualcosa non andava, avrei salutatato tutti, caricato la macchina e me ne sarei tornato al Nord. Non scherziamo, dai: c'era gente coi bambini piccoli in quel Napoli e secondo te ce ne saremmo rimasti in città ad aspettare vendette o intimidazioni? Io sarei fuggito all'istante! Se non l'ho fatto è perché fu una debacle sportiva. Amara, ma assolutamente sportiva.»

Fu quello il boccone più duro da digerire?
«Ce ne sono stati un po': le contestazioni alla Lazio, il mio ultimo anno a Napoli, l'infortunio ad Avellino che chiuse una volta per tutte la mia carriera... Uno strappo e via, Garella - a 35 anni - non gioca più. (sospira, ndr) E poi il dopo-calcio, certo. Ho fatto il corso da dirigente a Coverciano con docente un certo Italo Allodi, pensavo di poter dire la mia anche in questa nuova veste, ma evidentemente non ha funzionato. Il calcio ti dà tanto, ma allo stesso tempo ti leva anche tanto...»

Un piano B non lo avevi?
«Sì, una gioielleria a Verona che poi ho dovuto chiudere per ragioni familiari. Ma non credo che questo interessi granché ai tuoi lettori. Parliamo di football, và...»

Al momento, comunque, mi sembri un uomo che ha un bel rapporto con ciò che fa...
«Ci mancherebbe altro! (ride ndr) Faccio il dirigente tra i dilettanti, ma per me è sempre calcio. Al Barracuda come al Manchester United. Amo questo sport e non potrei mai farne a meno.»

Di chi invece senti terribilmente la mancanza? Amici il pallone te ne ha lasciati?
«Mi fai una domanda difficile... (riflette, ndr) Facciamo così, preferisco citarti due belle persone che non appartengono alla sfera dei calciatori, una ancora in vita e l'altra purtroppo no: Ferdinando Chiampan, l'azionista di maggioranza del Verona scudettato, e Paolo Mantovani, il grande papà eterno della Sampdoria. Quella è gente che ha fatto tantissimo, trascinata esclusivamente dall'amore per le proprie squadre. Se Paolo fosse ancora qui, lo inviterei subito a cena. E sono sicuro che passeremmo una serata stupenda, tra cibo, vino e bei ricordi.»

Rubrica a cura di Simone Sacco (per comunicare: calciototale75@gmail.com)

FONTE: CalcioNews24.com


Quando un portiere sottovalutato diventò Garellik
Il giorno in cui la Roma di Falcao sbatté contro un muro chiamato Garella

Enrico Quattrin 22/10/2014

21 Ottobre 1984, trent’anni fa, sesta giornata di campionato: la Roma di Sven Goran Eriksson, relegata nei bassi fondi della classifica, ospita allo stadio Olimpico il Verona, capolista e imbattuto, allenato da Osvaldo Bagnoli.

Tutti gli esperti e appassionati di calcio si aspettano, da un lato la partita della svolta per i giallorossi e dall’altro il primo passo falso dei gialloblu. In effetti la Roma scende in campo con il piglio giusto, vogliosa e propositiva di portare a casa i 2 punti. I capitolini però non avevano fatto i conti con il portiere dell’Hellas: un uomo in maglietta grigia e calzoncini blu-notte, che quel giorno aveva deciso che la palla nella rete del Verona non sarebbe entrata neanche con le cannonate. Il personaggio in questione era Claudio Garella, classe ’55, un omone di un metro e 84 centimetri per 80 chili, dalle gambe sottili e fino ad allora considerato di livello non più che medio, anzi, forse addirittura mediocre, tanto che veniva riempito di soprannomi per i suoi modi di parare non proprio eleganti.

Il più famoso gli fu attribuito da un giornalista veronese che ispirandosi a Diabolik lo ribattezzò Garellik. Quel giorno Garella parò tutto, ma davvero tutto, tanto che alcuni quotidiani l’indomani titolarono Roma-Garella 0-0. I giallorossi preovarono a segnare in tutti i modi, sia da fuori che da dentro l’aerea, su punizione, di testa, ma non ci fu niente da fare, perché il portierone dell’Hellas, con voli straordinari, intercettò tutti i palloni che passarono nella propria zona di competenza, permettendo al Verona di portare a casa un punto che, a conti fatti, si rivelò decisivo per la conquista del primo, unico e storico scudetto dei gialloblu.

Da quel giorno tutta la Serie A scoprì un nuovo fenomenale protagonista tra i pali, che qualche mese dopo ripropose il suo repertorio di “para tutto” a Napoli. Con le sue strepitose parate (soprattutto sulle punizioni di Maradona), infatti, il 20 Gennaio 1985 nella prima giornata del girone di ritorno, Garella permise al Verona di portare a casa uno 0-0 anche dal San Paolo, rendendosi tra l’altro involontario protagonista di un siparietto che a fine partita vide coinvolti l’allenatore dei gialloblu Bagnoli e il giornalista sportivo Enrico Ameri. Il tecnico dell’Hellas, infatti, fermamente convinto della buona prestazione, non del solo Garella, ma dell’intera squadra gialloblu in quel di Napoli, all’ennesimo commento del radiocronista che affermava che il Verona era stato “salvato” dl suo estremo difensore, sbottò letteralmente in diretta tv alzando la voce e usando un linguaggio piuttosto colorito.

Insomma, Garella da portiere bistrattato, era addirittura diventato principale protagonista delle discussioni dei post partita della domenica. Persino l’avvocato Agnelli era arrivato a parlare di lui definendolo come “il più forte portiere del mondo senza le mani” (anche in ragione del fatto che Garella faceva delle grandi parate soprattutto con i piedi).

In ogni caso, con le sue parate (assieme ai gol dei vari Elkjaer, Briegel, Galderisi) diede un contributo decisivo alla squadra gialloblu ai fini della conquista dello scudetto. Tuttavia, quello non fu l’unico titolo conquistato da “Garellik”, il portierone infatti vinse il tricolore (oltre alla Coppa Italia) anche nella stagione 1986-87 con il Napoli di Maradona (pure in quel caso primo scudetto della storia per il club).

Domenica al San Paolo si disputerà proprio Napoli-Verona. A difendere i pali di una delle due squadre non ci sarà ovviamente Garella, ma, a causa di un singolare caso di omonimia, il portiere di entrambe le compagini (salvo imprevisti dell’ultima ora) sarà Rafael: Cabral Barbosa per il Napoli e De Andrade Bittencurt per il Verona. Chissà se uno dei due farà il “Garellik”.

FONTE: IlCatenaccio.it


Garella: 'Verona, niente più scudetto. La Fiorentina invece...'
03 dicembre 2013 alle 21:01
Ieri sera al Franchi l’Hellas Verona degli ex Toni e Romulo ha sfidato la Fiorentina lanciata in classifica dai gol di Giuseppe Rossi. Il settimanale Brivido Sportivo ha voluto intervistare in esclusiva un signore che con la maglia gialloblu del Verona allenato da Osvaldo Bagnoli ha vinto uno scudetto nell’ormai lontano 1984-85, prima di ripetersi a Napoli, quando con Maradona vinse il tricolore nel 1986-87. Stiamo parlando dell’ex portiere Claudio Garella, un estremo difensore stilisticamente poco bello da vedere, ma assolutamente efficace. E lui, con estrema sincerità, ci ha raccontato i suoi pensieri sul Verona, su Toni, sulla Fiorentina, su Neto e sullo scudetto nell’epoca del calcio moderno...

Garella, iniziamo dal Verona che, dopo un inizio scoppiettante, è inciampato in due sconfitte consecutive contro Genoa e Chievo. Cos’è successo? È finita la pozione magica o semplicemente sono in stand-by … i gol di Toni?
'È successo che il Verona non è da scudetto, né da Champions League. Questo non significa che la realtà sia cambiata, ovvero che la squadra di Mandorlini stia facendo un campionato importante. I gol di Toni sono importanti, è un campione, ma ci sono anche altri buoni giocatori nel Verona. Perdere e vincere ci sta. Il derby poi… è sempre una partita a sé. Insomma, le dico con sincerità che, secondo me, il Verona non esce assolutamente ridimensionato da queste due sconfitte'.

Dopo le prime 11 partite, in virtù dei risultati (7 vittorie, 1 pareggio e sole 3 sconfitte arrivate contro Roma, Juve e Inter), c’era chi pensava alla possibilità che il Verona di Mandorlini potesse raggiungere obiettivi importanti. Lei, immaginiamo non lo abbia pensato…?
'Questo è quello che succede sempre in Italia. Quando una squadra riesce ad ottenere una serie di risultati positivi, subito si è pronti a candidarla per obiettivi che non sono reali, per poi, dopo due sconfitte consecutive, fare chissà quali drammi. Sono convinto che Mandorlini non sia assolutamente preoccupato e che, anzi, sia molto soddisfatto di quanto ha fatto fino ad oggi la sua squadra. Non bisogna mai abbattersi dopo una sconfitta, neanche dopo due. Il Verona ha un’ottima squadra e deve dimostrarlo sul campo. Ma non parliamo più di scudetto…'.

Tra i giocatori del Verona ce n’è uno che pare abbia già suscitato l’interesse di tante squadre. Tra le tante, la Fiorentina. Si tratta di Jorginho: lei che ne pensa?
'Lo ritengo un ottimo elemento, ma vorrei che certi giocatori si giudicassero nell’arco di un campionato. Non dopo tredici giornate. E poi certe voci destabilizzano…'.

Ieri il Verona è stato ospite della Fiorentina al Franchi.
'Ecco, la Fiorentina è una grande realtà del calcio italiano. Del campionato. Lei sì che può aspirare a qualcosa di considerevole. Certo, deve dimostrarlo sul campo di poter lottare con le altre big, però è una squadra molto forte. Anche se… se fossi stato un dirigente della Fiorentina, avrei cercato un portiere importante. Avrei fatto un sacrificio economico per Julio Cesar'.

Quindi pensa che sia stato un errore da parte della Fiorentina aver puntato su Neto, tra l’altro il migliore in campo a Udine?
'Non ho niente contro Neto e non discuto neanche le sue qualità tecniche. Dico semplicemente che per lottare per lo scudetto (come sembra abbia intenzione di fare la Fiorentina), serve un portiere che abbia personalità, che sappia comandare la difesa con autorità, che abbia esperienza. E Julio Cesar era perfetto. Bisogna sempre vedere, poi, quali sono gli obiettivi della società, ma per vincere serve un estremo difensore all’altezza'.

Dalla porta all’attacco. Torniamo a Toni: che ne pensa ?
'Soffermandomi su Toni, dico che secondo me è un grande giocatore. Fossi un allenatore, lo vorrei sempre nella mia squadra. Nonostante la sua età, sta dimostrando coi fatti di essere ancora importante e determinante. La Fiorentina ha fatto una scelta diversa, ma io avrei fatto follie per tenerlo…'.

Restando alla Fiorentina, le chiediamo: cosa manca alla squadra viola per lottare per lo scudetto?
'La Fiorentina ha già una rosa importante: ha un allenatore che sta dimostrando giorno dopo giorno di essere un grandissimo, ha dei giocatori fortissimi (Cuadrado su tutti), e può assolutamente già ambire a traguardi prestigiosi. Certo, nel calcio si può sempre migliorare e se nel mercato di gennaio ci saranno occasioni da prendere al volo per migliorarsi…'.

Lei ha vinto uno scudetto con il Verona e uno col Napoli. Oggi pura utopia immaginare una doppietta del genere… A tal proposito: è ancora possibile, secondo lei, che nel calcio di oggi lo scudetto si allontani da Milano e Torino?
'Certo che è possibile. Lo scudetto oggi può finire a Napoli, a Firenze, a Roma. Semmai non lo vedremo più a Cagliari, a Verona, in queste città qua, considerate nel mondo del calcio le ‘vere’ provinciali. Queste squadre non lo vinceranno più, ma la Fiorentina, il Napoli e la Roma hanno le possibilità tecniche ed economiche per ambire allo scudetto'.

Ma questo, secondo lei, è un passo indietro del calcio italiano?
'Assolutamente sì. Però, lo sappiamo, ormai contano solo i soldi. Basta vedere: all’Inter è arrivato un indonesiano. Alla Roma, sembra che possa arrivare un socio cinese. Insomma, quando c’ero io a Verona c’era una gestione familiare-manageriale. Oggi conta solo vincere. E per vincere, servono i soldi'.
L.C.

FONTE: Calciomercato.com


08 marzo 2011
Che fine hanno fatto? Garella, quel portiere senza mani
Così lo aveva definito l'Avvocato Gianni Agnelli, ora l'ex numero 1 che vinse due scudetti con Verona e Napoli allena il Barracuda, squadra che milita nella seconda categoria: "La passione è rimasta".


"Il miglior portiere senza mani". Lo aveva definito così l'Avvocato Gianni Agnelli. Lui è Claudio Garella indimenticato portiere di Verona e Napoli, squadre con cui vinse due scudetti inatesi, soprattutto il primo, nel 1985, targato Osvaldo Bagnoli: "La battuta dell'Avvocato fu un onore riceverla perché lui le fa soltanto ai grandi personaggi - dice Garella - Quanto agli scudetti ne ho vinti due in squadre che fino a quel momento non avevano avuto nessuna gioia". Dal campo alla panchina perché la passione per il calcio non muore dopo il ritiro anzi, aumenta: "Alleno il Barracuda, una squadra che gioca in seconda categoria - spiega - Voglio sfatare il tabù che i portieri non sono dei bravi allenatori, vedremo. In ogni caso non sarei mai riuscito a stare sul divano a casa, io devo andare su un campo di calcio qualunque esso sia".

Dalle Garellate a Garrellik passando per la sfortunata stagione alla Lazio: "Ero troppo giovane e per questo fallì". A Verona però ci fu un'impresa che oggi definiremmo, appunto, d'altri tempi: "Nella prima riunione Bagnoli ci disse che aveva paura di retrocedere e invece capimmo che aveva fiducia in noi, ma nessuno pensava di vincere lo scudetto. Ce ne rendemmo conto solo al fischio finale dell'ultima partita con l'Atalanta". A Verona le parate alla Garella divennero un marchio di fabbrica: "Ma questo mito che paravo solo con i piedi non è vero, paravo un po' con tutto ma evidentemente sapevo usare i piedi più di altri, addirittura una volta feci un intervento in rovesciata".

Poi la parentesi di Napoli: "Mi dispiacque lasciare Verona ma volli fortemente giocare con il calciatore più forte di tutti i tempi, Diego Armando Maradona - dice ancora - Ma gli altri non è che fossero scarsi, anzi se a Verona feci 100 parate nell'anno dello scudetto a Napoli ne feci 10". Un tricolore al Nord e uno al Sud: "A Verona ci fu grande gioia ma fu contenuta se paragonata a quella di Napoli. Al San Paolo c'erano 100mila persone e poi quello striscione al cimitero 'uagliò non sapete cosa vi siete persi' fece epoca". Poi arrivò il Milan a strappare il secondo titolo agli azzurri: "Non può esserci mica una carriera senza rimpianti". E a Garella va bene così.

FONTE: Sport.Sky.it


ALTRE NOTIZIE
Claudio Garella: "Udine e... quella mia parata in rovesciata"
08.04.2009 07.45 di Redazione TMW.
Fonte: di Monica Valendino per Il Friuli/udineseblog.it
Claudio 'Garellik' Garella, è uno dei portieri più amati della storia bianconera. Due stagioni con l'Udinese, ma indimenticabili, come lui stesso racconta in esclusiva a Il Friuli/Udineseblog: "A Udine ho trascorso un periodo indimenticabile. Specie il primo anno quando siamo stati promossi. Una cosa davvero indimenticabile. Peccato per il secondo, quando retrocedemmo, ma l'errore dal mio punto di vista fu non confermare Sonetti".

Proprio dell'ex tecnico dice che "è stato un grande allenatore, uno di quelli che meritava ben altre soddisfazioni. L'errore è stato non confermarlo, ma erano altri tempi anche dal punto di vista societario. Pozzo ha imparato molto dagli errori commessi. Ora la dimostrazione sono i campionati bellissimi che l'Udinese sta facendo, scoprendo talenti sconosciuti e rendendoli campioni".

Dopo Sonetti arrivò Mazzia: "come uomo era una grande persona, ma era un po' alla Zeman, uno che poteva far giocare una squadra in una certa maniera solo se aveva certi campioni. E l'Udinese non li aveva".Aggiunge che comunque sia andata "eravamo un grande gruppo. Un aneddoto che porto dentro è il capodanno che passammo tutti assieme in Austria. Ci ritrovammo verso le 11 e andammo in questo posto dove al massimo bevevano 3 birre. Noi abbiamo fatto un caos bestiale, è stato un miracolo se non ci hanno cacciato. Ma forse qualcuno gli ha detto che eravamo l'Udinese...la fortuna di essere calciatori a volte!".

Garella parla dell'Udinese come di "un paradiso. Credo che anche oggi sia così. Un giocatore a Udine sta benissimo vive tranquillo. La gente è' meravigliosa. Per dir, io non potevo mai essere un giocatore da Milan Lab. All'Udinese invece stavo da re: dopo le partite non mancava mai il bianchetto con gli amici e il salame. Un'atmosfera indimenticabile".Peccato appunto per quel secondo anno: "Lo perdemmo per la partita col Bari, dove ci facemmo riprendere dopo il gol di Bruniera, e col Napoli dove non giocai ma Maradona segnò in pieno recupero con molte polemiche".

Della squadra di oggi dice che "è all'avanguardia. Sta facendo un gran calcio e ha un allenatore che fa giocare la squadra in maniera unica. E' la sola che usa davvero le tre punte e non è cosa da poco".

Un calcio totalmente diverso dai suoi tempi: "Quando giocavo io non esisteva nemmeno la regola del retropassaggio. Ricordo certe meline... Tutto era più lento. Poi c'era ancora il libero. E non ditemi che Sacchi non lo usava. Anche lui con Baresi lo aveva! Oggi il calcio è 100 volte superiore a livello fisico. Le rose sono numerose, mentre quando giocavo se superavi i 18 creavi malumori. Berlusconi ha cambiato tutto: ha portato giocatori al Milan solo per non farli giocare da altre parti, poi facevano tribuna. L'esempio più eclatante è Nando De Napoli. Poi adesso ci sono le Tv, e tutto è diverso".

Tornando all'Udinese ed al passato due sono i grandi ricordi legati allo Stadio Friuli: "Primo la parata in rovesciata su Piccioni della Cremonese. Non so nemmeno io come. L'altra è legata al derby col Verona. Allora ero gialloblu ma quel 3-5 è entrato nelle partite più belle di sempre. Due squadre che si sono combattute alla morte sotto la pioggia senza paura di perdere. Oggi hai paura di tutto. Se sbagli paghi subito. E questo è un danno per il calcio".

Uno dei dubbi che tutti hanno è che fine abbia fatto e perché il calcio si sia dimenticato di un personaggio come lui: "A dire il vero non lo so nemmeno io. Ho fatto il corso Ds, credo di valere, eppure non trovo una squadra che mi dia fiducia. Partirei dal basso per dimostrare il mio valore ma non ne ho le possibilità e non ne capisco il motivo. Forse chi è troppo onesto nel dire quello che pensa non piace a questo mondo. Vedi gente come De Sisti o Bagnoli, tutti fatti fuori. Quest'ultimo posso dire che è stato il più grande forse che ho avuto insieme a Sonetti, un altro che mi chiedo perché non abbia allenato una grande. Era stratosferico, sincero fino al midollo. Bagnoli invece ti parlava in milanese quando si perdeva, ma in maniera aperta, umana. Era una persona eccezionale".

Ma nel calcio di oggi che tratta così le persone una Udine può sognare uno scudetto come fece il Verona? "No assolutamente. Oggi tutto si riduce atre squadra, anzi a due, Inter e Milan, perché la Juve non è ai loro livelli. Mi consolo vedendo realtà come l'Udinese, ma anche la Fiorentina o il Chievo e il Napoli che cercano di sfruttarle loro risorse per competere e dare il massimo. Del resto ci sarà un motivo se vogliono fare un campionato europeo?".

Il modello inglese insomma è ancora lontano: "l'unica squadra che ha una organizzazione di un certo tipo è l'Udinese, che forma i giocatori dal basso. In Inghilterra è un altro mondo. Qui non abbiamo nulla. Specie a livello giovanile. Io abito a Torino e mi viene da piangere a pensare a com'era il settore giovanile granata qualche tempo fa e come è oggi. Nessuno investe questo è il problema. Se poi penso che Pellissier è al Chievo, Semioli alla Fiorentina e Quagliarella all'Udinese: sono felice per loro, ma se penso al Toro...".

Intanto a Udine lo stadio si svuota: "l'errore peggiore è imborghesirsi. La società sta facendo grandi cose. Ha l'attacco della nazionale. Cosa si vuole di più?".

Infine una battuta sulla Uefa: "Certo che può vincerla. Anzi penso che stiano pensando oramai solo a quello. Sarebbe la ciliegina su anni di sacrifici".

FONTE: TuttoMercatoWeb.com

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