GLI SPECIALI BONDOLA/=\SMARSA Meteore dell'HELLAS: BONINSEGNA detto 'Bonimba' in pochi lo ricordano ma a Verona spese l'ultimo anno di carriera...

Roberto 'BONIMBA' Boninsegna

 

Data di nascita:13/11/1943
Luogo di nascita:Mantova (MN)
Nazionalità:Italiana
Ruolo:Centravanti
Altezza:174 cm
Peso:72 kg
Posizione:

Carriera da allenatore:

 SquadraStagionePartite  
Mantova2002-2003-  
Nazionale Serie C2002-  

Capocannoniere del Campionato 1970-1971 (24 Gol)Roberto Boninsegna su RAI StoriaCapocannoniere del Campionato 1971-1972 (22 Gol)

Carriera da giocatore:

 SquadraStagionePartiteGoal 
Hellas Verona1979-1980143 
Juventus1976-19795822 
Inter1969-1976197113 
Cagliari1966-19698323 
Varese1965-1966285 
Potenza1964-1965329 
Prato1963-1964221 
Giovanili InterFino al 1963-- 

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In pochi lo ricordano con la maglia dell'HELLAS ma 'BONIMBA', sinonimo di gol, giocò anche con la casacca gialloblù! Accadde nel campionato '79/'80 quando Roberto, alla fine di una grandissima carriera iniziata col CAGLIARI di Gigi 'Rombo di tuono' RIVA e proseguita con le maglie di INTERNAZIONALE e JUVENTUS, sfociata nella NAZIONALE AZZURRA dove giocò 22 volte segnando nove reti (una al leggendario BRASILE), poteva accettare un pensionamento anticipato fra i bianconeri di Torino ed un'ultima possibilità di dimostrare il suo valore cone le maglie dell'HELLAS: scelse la via meno comoda, quella che portava in riva all'Adige.

74 kili distribuiti su 174 centimetri non sono credenziali fisiche impressionanti (sopratutto se rapportate alla prestanza fisica della media dei calciatori odierni) ma Bobo sapeva farsi rispettare con gli stopper dell'epoca: "Se devo tracciare un bilancio totale" - ammette candidamente BONINSEGNA - "posso dire di averne prese tante ma di averne pure restituite in gran numero! Insomma diciamo che sono in pari ecco"... Altri tempi, tempi in cui soldi e fama venivano ancora dopo la serenità personale dell'atleta: "Avrei potuto rimanere alla JUVE" - ricorda il centravanti - "mi avrebbero tenuto per giocare da riserva in qualche spezzone di partita ma non potevo accettare la panchina anche se in una grandissima società, scelsi perciò di giocare ancora e di avvicinarmi il più possibile a casa"... E così fece 'BONIMBA', tra BOLOGNA, VICENZA e VERONA scelse la squadra scaligera, in Serie B, quella a mezz'ora da MANTOVA.


Il via definitivo al quel trasferimento avvenne dopo un colloquio col presidente GARONZI "Grande uomo e grande sportivo. In lui trovai competenza, umanità e passione, decisi quasi subito che l'HELLAS era la scelta migliore per l'ultimo atto della mia carriera". Purtroppo non sempre il cuore decide per la strada migliore e Roberto capì altrettanto in fretta che la decisione non si sarebbe rivelata indovinata: "Il presidente stava passando la mano e senza di lui non sarebbe più stata la stessa cosa; tutta la squadra ne risentì". A GARONZI succedettero rapidamente BRIZZI, DI LUPO, D'AGOSTINO, GUIDOTTI e poi VICENTINI: "continui cambi che minarono la stabilità dello spogliatoio" - aggiunge BONINSEGNA - "un'immagine su tutte quando, in ritiro a Pinzolo mi pare, vidi un signore scendere da una macchina di tifosi...

Quello è il nuovo presidente mi dissero... Era arrivato facendo l'autostop! Roba da matti
"... Quel VERONA provò più volte ad essere promosso, in panchina sedeva VENERANDA, ex compagno di squadra di Bobo nel Prato "Con te saremo sicuramente promossi mi assicurò il mio ex collega" - ricorda l'attaccante - "ed invece, forse seguendo il consiglio della società che voleva puntare sui giovani, fece fuori me e tutti i 'vecchi' come MASCETTI e ROVERSI... Rimpianti? Beh sì ad un certo punto s'era fatto vivo il MILAN che cercava un attaccante d'esperienza... Bastava solo che i rossoneri passassero il turno di Coppa contro il PORTO... Invece ALBERTOSI la combinò grossa a San Siro, il MILAN perse e fu eliminato ed io persi l'ultimo treno utile"...

Eppure era cominciata bene con quel VERONA che aveva vinto la prima grazie ad un gol del centravanti mantovano e pareggiato la seconda grazie ad uno dei più bei gol nella carriera di BONINSEGNA: "Vero... L'HELLAS stava perdendo al BENTEGODI contro l'ATALANTA... Eravamo ad uno degli ultimi assalti, con il VERONA che si batteva in tutti i modi per non perdere... C'è un angolo, la palla arriva a me, sento arrivare il difensore... Non ho tempo, decido di stoppare e provare, spalle alla porta, di sorprendere il portiere con il tacco... Non la vidi entrare, sentìi solo il boato della folla! Perfino mister VENERANDA negli spogliatoi mi chiese come avevo fatto... Comunque pareggiammo".

In quella stagione Bobo giocò 25/26 partite segnando solo un altro gol dopo i primi due appena raccontati non fu una bella chiusura di carriera per un calciatore che aveva infiammato le folle di molti stadi in Italia e nel mondo eppure quell'HELLAS restò a lungo agganciato al 'treno-promozione', "Fino alla partita col BRESCIA" - ricorda 'BONINBA' e lo ricordano anche molti tifosi gialloblù dai capelli argento - "dovevamo vincere a tutti i costi, solo vincendo li avremmo agganciati nella corsa alla Serie A, io ero in panchina quando ad un certo punto l'atrbitro ci assegna un rigore. Nessuno dei miei compagni se la sente di battere e VENERANDA mi dice 'Ti faccio entrare, lo batti tu!', io entro di fretta, la situazione è elettrica ma capisco, da giocatore esperto, di dovermi assumere certe responsabilità e poi... Di rigori ne ho battuti tanti, ne ho viste di cotte e di crude, devo riuscirci mi dico... In effetti ho spiazzato il portiere ma la palla, dall'altra parte, e finita fuori".

Quella gara finì 0 a 0 e con essa i sogni di promozione dell'HELLAS in un pomeriggio primaverile... Corsi e ricorsi storici: per un rigore finisci in paradiso oppure all'inferno... Alle volte il confine è maledettamente sottile e la porta diventa piccolissima! "Delusione fortissima, quel pallone spedito fuori mi fece decidere di chiudere col calcio" - ammette Bobo - "nella stagione seguiva potevo giocare a RIMINI, sentivo di poter dare ancora qualcosa ma quel rigore sbagliato si era inceppato dentro e quella stagione logorato, decisi che era arrivato il momento di staccare la spina"...
BIBLIOGRAFIA: Figurine Gialloblù 5 di Raffaele TOMELLERI


NEWS
Boninsegna e Pazzini: “Giusto gestirlo, ma…”
L’ex centravanti: “Pecchia dovrebbe farlo partire titolare per poi cambiarlo”

di Redazione Hellas1903, 04/11/2017, 10:13

Roberto Boninsegna, grande centravanti degli anni ’60 e ’70, due volte capocannoniere della Serie A, vicecampione del mondo a Mexico ’70, pluridecorato per successi di squadra, parla, intervistato dal “Corriere di Verona”, dell’Hellas e dell’impiego di Giampaolo Pazzini.
Osserva Bonimba: “Fabio Pecchia fa bene a gestirlo, ma forse potrebbe invertire il suo utilizzo: non inserirlo a gara in corso, ma metterlo in campo dall’inizio e toglierlo una volta esaurite le batterie. Poi siamo tutti allenatori e a decidere è sempre chi in panchina ci va sul serio, ma Pazzini, a mio parere, può incidere maggiormente in questo modo“.

FONTE: Hellas1903.it


INTERVISTA AL MITICO DOPPIO EX
ESCLUSIVA Boninsegna: Quando allenai Toni...
04/01/2016 18:47
“Io a Verona? Volevo chiudere la carriera vicino a casa. Inizialmente dovevo giocare nel Mantova, ma poi saltò tutto: subito dopo mi chiamò Veneranda, l’allora allenatore del Verona, mio ex compagno di squadra e ci mettemmo d’accordo con Garonzi”. Roberto Boninsegna ricorda l'ultimo anno della sua meravigliosa carriera, quando giocò a Verona nella stagione incolore 1979/1980 del campionato di Serie B. Una leggenda del calcio italiano: cannoniere implacabile, uno dei maggiori realizzatori di tutti i tempi in Italia che segnò una valanga di gol con le maglie di Inter, Juventus e Cagliari. È stato vice-campione del mondo con l’Italia nel 1970 (segnò il gol nella finale), seconda solo al Brasile di Pelè e Jairzinho, negli indimenticabili Mondiali in Messico. “Bonimba” parla a tggialloblu.it in occasione della sfida tra Juventus e Verona nel giorno dell’Epifania:

Dopo tanti anni all’Inter, arrivasti alla Juventus dopo aver superato i 30 anni…
“È stata una cessione inaspettata perché mi ritenevo una bandiera inamovibile dell’Inter: ho giocato per sette anni in maglia neroazzurra e avevo vinto tre volte la classifica cannonieri. Fu una cessione forzata, io volevo restare all’Inter: la presi male inizialmente, anche perché sostituire Anastasi non era facile. Poi naturalmente quando incominci a fare dei gol, il pubblico te lo porti sempre dalla tua parte: abbiamo vinto subito lo Scudetto e la Coppa Uefa, prima coppa europea della Juventus, e tra l’altro con una squadra formata da tutti italiani”.

Tornando al tuo addio forzato con l’Inter, ora con la legge Bosman è tutto un po’ diverso…
“Un tempo noi giocatori eravamo delle valigie (ride, ndr): la società decideva, ti chiamava in sede e ti trovavi il biglietto di sola andata in mano”.

A Verona è stato l’ultimo anno della tua carriera, un anno di B tranquillo, forse troppo…
“Il quarto anno alla Juventus avevo dei problemi personali e decisi di chiudere la carriera vicino a casa. Inizialmente dovevo giocare nel Mantova (la sua città natale, ndr), ma poi saltò tutto: subito dopo mi chiamò Veneranda, l’allora allenatore del Verona, mio ex compagno di squadra (al Prato, ndr), e ci mettemmo d’accordo con Garonzi, che era ancora Presidente”.

Si poteva fare di più o era un anno troppo negativo?
“Successe di tutto quell’anno a livello dirigenziale, cambiammo quattro presidenti: sostituire Garonzi non era facile. Quell’anno abbiamo fatto un campionato sottotono in B: ci siamo salvati ma potevamo fare di più, l’aspettativa era quella di andare in A. Ma non andò così: nel calcio capitano stagioni negative”.

A Verona eri compagno di un giovanissimo Roberto Tricella, avevi il sentore che cinque anni dopo avrebbe vinto lo Scudetto da capitano dell’Hellas?
“Era un predestinato: un atleta sia in campo che fuori. In quell’anno il Verona era una squadra mista: c’erano giovani forti come Tricella, Vignola e D’Ottavio ma anche “anziani” come me, Ciccio Mascetti e Roversi. Per esempio, D’Ottavio mi aspettavo che facesse una carriera molto importante: probabilmente era un po’ troppo birichino fuori dal campo (ride, ndr)”.

Credi che il Verona possa salvarsi quest’anno?
“È molto dura: è mancato molto Toni che si è infortunato per due mesi, l’anno scorso aveva fatto i miracoli. Se Toni ricominciasse a tirare fuori i conigli dal cilindro e fare gol da tutte le parti ci si potrebbe anche salvare: però la squadra deve aiutarlo, ci vorrà sicuramente qualche innesto dal mercato di gennaio. Il campionato è ancora lungo, se non arriva la matematica che ti condanna, tutto è possibile: si deve lottare fino alla fine”.

Tra l’altro, Luca Toni lo allenasti quando eri tecnico/osservatore della Nazionale della C alla soglia degli anni duemila: avresti scommesso su di lui?
“Lo allenai nella rappresentativa della Nazionale quando giocava nella Fiorenzuola e prima ancora nel Modena, mi è piaciuto subito: era un ragazzo che combatteva, non aveva paura di nessuno, era sempre un punto di riferimento per la squadra. Ha fatto giustamente una grande carriera, che si sta concludendo al massimo con i tanti gol segnati a Verona”.

Delneri sembra aver dato una scossa all’ambiente nonostante non sia arrivata ancora la vittoria in campionato. Ti piace come allenatore?
“Delneri è un ottimo allenatore, è stato un buon ‘acquisto’: mi sembra che la piazza lo abbia accettato, è uno che ha lasciato il segno nella sua carriera. Il cambio dell’allenatore, quando la squadra è ultima, è necessario: non puoi mandare via 25 giocatori, o tutta la dirigenza. Credo sia stata fatta la scelta migliore per tentare di salvarsi”.

Siamo nel 2016 e in Italia, in Nazionale, sembrano mancare sempre di più i grandi attaccanti. Che idea ti sei fatto su questa situazione?
“Nel calcio italiano ci sono troppi attaccanti stranieri nelle grandi squadre: questo va a discapito della Nazionale. Queste squadre badano al sodo e vogliono vincere subito, ed escludono a priori tanti giovani italiani in prima squadra. I nostri giovani giocano poco: vengono spesso retrocessi in categorie inferiori e poi fanno fatica a giocare in Serie A”.

La Juventus di Allegri è la favorita numero uno per lo Scudetto, o l’Inter è ancora la principale indiziata per vincere il tricolore?
“Dopo un avvio pessimo, la Juventus è rientrata: quest’anno il campionato è bellissimo per la lotta Scudetto. Ci sono 4-5 squadre che possono vincere, non solo la Juventus e l’Inter. C’è la Fiorentina, il Napoli e la Roma, anche se un gradino sotto. Mentre il Milan non mi sembra all’altezza. Può succedere di tutto tra queste cinque: poi ovvio che da interista mi auguro che vincano i neroazzurri”.

Come finirà la sfida dell’Epifania: la Juventus è troppo forte o ci può scappare una sorpresa firmata Hellas?
“Ci vorrebbe una partita con in palio sei punti, così il Verona in caso di vittoria risalirebbe veloce, poi chiaro che la Juventus è più forte. Sono due mie ex squadre: se dico la solita frase ‘spero che pareggino perché ci tengo ad entrambe’ è peggio per tutte e due (ride, ndr), un punto servirebbe a poco. Che vinca il migliore: nel calcio può succedere di tutto in una partita secca, speriamo che vinca il Verona così si rialza un po’ in classifica”.
LUCA VALENTINOTTI

FONTE: TGGialloBlu.it


- Potente nei colpi di testa, veloce e dalla buona tecnica, una furia in aria di rigore. Poi una grande continuità di gioco, mai una partita in fase calante, novanta minuti sempre la massimo. Calciatori con queste qualità se ne sono visti pochi nel nostro campionato. Uno di questo sparuto esercito di supermen della domenica porta il nome di...

Roberto Boninsegna


La prima immagine che abbiamo quando sentiamo il suo nome è quella di vederlo in azione con la maglia nerazzurra. Del resto lui è nato a Mantova ma con l’Inter sempre nel cuore. Da ragazzo segue le trafile nella squadra nerazzurra.
Arriva il giorno con il provino con Herrera, ma lui lo boccia; grande la delusione per il giovane Roberto che incomincia la sua carriera in squadre minori. Prato e poi Potenza in serie B fino ad arrivare al Varese, società di grandi ambizioni e dai giovani validi. Per uno scherzo del destino il suo debutto in serie A avviene proprio nella “sua” S.Siro e contro l’Inter il 4 settembre 1965, contro la squadra che al momento è la più forte del mondo.
Finirà 5 a 2, con Boninsegna costretto a guaradare con rammarico la panchina dove vi è quell’uomo che gli ha negato di giocare nel club dei suo sogni; collezionerà 28 presenze con 5 reti ma il suo Varese termina all’ultimo posto in classifica.
Roberto comunque comincia ad interessare a diversi club e a fine stagione arriva il passaggio al Cagliari.

Il tecnico della squadra sarda si chiama Puricelli e di giocatori validi nei colpi di testa se ne intende e vuole che Roberto formi un micidiale tandem d’attacco con un giovane ma già forte Gigi Riva.
I due sono molto simili tecnicamente, ma la coppia macina gol e i due diventano grandi amici. Valcareggi lo prova anche in nazionale; debutto contro la Svizzera il 18 novembre 1967 in una partita per le qualificazione per la Coppa Europa. Quella partita rimase un evento isolato.


Una lunga squalifica di ben nove turni (inizialmente la lega lo squalificò per undici partite), a causa di una sua irruenza nella partita Varese-Cagliari lo allontanò dagli occhi dei tecnici della nazionale e condizionò non poco il campionato della sua squadra. Roberto non viene più convocato in azzurro e per lui solo la tv per assistere alla vittoria in Coppa Europa.

Nel club sardo giocherà tre campionati, tornei dove diventerà protagonista in una squadra che nella stagione 68-69 giungerà ad un passo della scudetto.
Nel Cagliari arriva Scopigno che vuole ampliare la rosa della sua squadra per lui giudicata troppo esigua e gli unici giocatori che sono richiesti da grandi club sono lui e Gigi Riva. Scontata quindi la sua partenza. Roberto impone una condizione; lascerà il Cagliari solo per andare all’Inter.

Si scioglie il binomio Boninsegna-Riva, ma solo per poco visto che lo ritroveremo presto nei mondiali messicani.
L’affare alla fine viene fatto con il club nerazzurro alla ricerca di una nuova punta. Nell’Inter di quel periodo infatti Mazzola abbandona il ruolo di centravanti per quello di mezzala offensiva e serve un uomo da area di rigore. Arrivano ben tre giocatori di livello in cambio delle sue future prodezze con i neroazzurri: i loro nomi sono quelli del Cagliari dello scudetto: Domenghini, Gori e Poli.

Il sogno di Boninsegna finalmente si realizza. Primo campionato all’Inter e anche per quest’anno scudetto perso di un soffio; tutte le partite come centravanti e 13 reti per vedere lo scudetto vinto dal suo amico Gigi Riva.
Viene convocato fra i 40 pronti per il mondiale messicano ma non fa parte dei definitivi 22; poi ecco l’infortunio ad Anastasi e la richiesta di due punte al posto di Lodetti.
Lui e Prati si aggiungono alla schiera azzurra poi la scelta di Valcareggi quella di presentarlo in coppia con Riva, una copia inedita ma solo in nazionale. La storia la conoscete tutti; Boninsegna torna ormai protagonista del nostro calcio e sta per iniziare una grande campionato, quello della stagione 1970-71.

La stagione dopo il mondiale messicano vede subito Boninsegna fra i protagonisti; da riserva a titolare azzurro a uomo gol nelle finali e l’Inter ha l’ambizioso compito di superare il Cagliari di Gigi Riva, grande favorito.

Il club neroazzurro torna ad essere la squadra di sempre grazie ad il nuovo allenatore Giovanni Invernizzi, che subentra alla sesta giornata ad Heriberto Herrera e riprende una squadra sotto tono e la rilancia in classifica.

I neroazzurri sembrano tornare quelli delle stagioni mitiche di qualche anno prima; del resto gli uomini di classe sono sempre quelli e in più c’è Boninsegna. Arriva lo scudetto tanto sospirato grazie anche ai suoi gol che sono ben 24 e vince il titolo dei cannonieri.

Nella stagione successive l’ambiziosa Coppa Campioni e Roberto è protagonista della strana ed epica partita contro i campioni di Germania del Borussia;
nella semifinale in terra tedesca una lattina lo colpisce alla testa lasciandolo tramortito.
Dopo una lite colossale la partita vede l’Inter arrendevole perdere nettamente. Subito l’avvocato Prisco presenta ricorso all’UEFA e da il meglio di se nel successivo “processo”; la partita non viene data vinta a tavolino ma ripetuta. Solo un pareggio per 0 a 0 e l’Inter, grazie alla vittoria all’andata per 4 a 2, arriva alla finale contro l’Ajax di Cruijff e la sfortuna, specialmente nel primo gol, e la classe dell’Ajax surclassano Mazzola e compagni.

In campionato solo il quinto posto per i campioni d’Italia, con lui sempre primo nella classifica dei marcatori pronto a far valere la sua grinta e testardaggine in area avversaria con ben 22 reti. Seguono anni dove Boninsegna è protagonista con i suoi gol della classifica cannonieri ed è un rigorista infallibile; suo il record tuttora imbattuto di ben diciannove calci di rigore consecutivamente realizzati ma la squadra non torna ai livelli della felice gestione Invernizzi.
In nazionale il rapporto con Valcareggi non è dei più felici, preferendogli più di una volta Anastasi.
Nella squadra nerazzurra torna il mago Herrera alla ricerca di non facili miracoli e lo vuole subito accantonare ma sul campo Roberto dimostra sempre di essere fra i migliori attaccanti in circolazione e realizza 23 reti.

Partecipa come riserva ai mondiali del 1974, per lui solo il secondo tempo con la Polonia, e viene rilanciato in azzurro giocando anche nella nazionale di Fulvio Bernardini.
Saranno solo tre partite, contro la Jugoslavia, l’ Olanda, dove realizza la rete del momentaneo vantaggio, e la successiva amichevole sperimentale con la Bulgaria.


Lascia la nazionale con 22 presenze e nove reti, per un calciatore che forse meritava più attenzione. Mentre nei campionati successivi l’Inter parte sempre favorita per concludere sempre e solo in zona UEFA, il presidente Fraizzoli vede Boninsegna responsabile della crisi interista; nel campionato 74-75 solo nove reti e dieci nel torneo successivo pochi per un centravanti di una squadra che lotta per lo scudetto.

Nel 1976 arriva lo scambio fra due protagonisti del calcio, sicuramente non più giovanissimi. La Juventus lo vuole ed in cambio offre Anastasi...
Sembra un affare per l’Inter, considerando l’età dei due bomber; Roberto ha già 33 anni, mentre Anastasi ben cinque di meno!
Scambio fatto ma nel tempo il vero affare lo fa la società bianconera.
Con cuore sempre nerazzurro lascia Milano con grande amarezza ma lo aspettano anni ricchi di soddisfazione; vince due scudetti insperati per un giocatore non più giovanissimo che entra in perfetta sintonia con Bettega e infine anche la Coppa UEFA, il trofeo internazionale che mancava al tosto bomber lombardo. Non ultima la soddisfazione di realizzare una doppietta alla sua Inter!
Nel campionato 1979-80 gioca il suo ultimo campionato con la casacca del Verona in serie B, lasciando il calcio giocato ancora come un protagonista.
Boninsegna rimane l’immagine del bomber buono ma scorbutico, completo e forte anche di testa, falloso quanto basta e comunque grande personaggio del favoloso calcio degli anni 60/70.

FONTE: StorieDiCalcio.Altervista.org


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Roberto Boninsegna

A trentatre anni un uomo è considerato un “giovane uomo”, ma un giocatore di calcio è irrimediabilmente un “vecchio calciatore” e la sua carriera viene già considerata sul “viale del tramonto” Quando arrivò alla Juventus, nell’anno 1976-77, Roberto Boninsegna stava toccando proprio questa quota. Alle spalle, una carriera lunghissima, non priva di soddisfazioni ma che, a quel punto, era ragionevole considerare più o meno conclusa.
Era arrivato all’Inter a quattordici anni, il suo idolo da bambino era Skoglund. Cinque anni di settore giovanile, quindi aggregato alla prima squadra. Eppoi a Prato.
«La considerai una bocciatura. Herrera disse che era Allodi a non credere in me, Allodi diede la colpa a Neri, allenatore della “Primavera”. Fatto sta che mi ritrovo in B prima a Prato, poi a Potenza. Giocavo all’ala sinistra, quelli che stavano accanto a me segnavano tanto: Taccola a Prato, Bercellino a Potenza. Poi mi sono detto: contano i goals, adesso li faccio io. E sono diventato più egoista, ho cominciato ad accentrarmi».

Poi il debutto in A col Varese. Ironia della sorte a “San Siro” contro l’Inter: «E ne prendiamo cinque». Ma a Varese prende anche undici giornate di squalifica, poi ridotte a nove.
«In Varese-Cagliari un difensore devia in tuffo di pugno un mio colpo di testa. Per l’arbitro Bernardis di Trieste è calcio d’angolo !!! Gli dico di tutto, lo spintono anche. E finisco a Cagliari. Non mi aspettavo di essere acquistato dalla squadra rossoblu; a Varese avevo segnato solo cinque goals da ala sinistra e loro avevano Riva. Vengo spostato al centro dell’attacco. Sono tre stagioni indimenticabili, conquisto la Nazionale».
Il presunto dualismo con Riva.
«Tutto falso. Eravamo come fratelli, abbiamo vissuto per due anni nella stessa camera, tornavamo insieme in auto dall’allenamento. Abbiamo smentito per anni, poi ci siamo stancati di farlo. È vero, in campo era diverso. Ci mandavamo a quel paese».
Cagliari è soprattutto Manlio Scopino.

«Un allenatore fuori dal comune, un po’ fannullone, tatticamente bravissimo. Non sbagliava mai i cambi, anche perché noi del Cagliari eravamo davvero pochi».
Ironico, disincantato con la battuta sempre pronta.
«Una volta mi sono presentato in smoking all’allenamento del mattino. Arrivavo da Venezia in aereo, dopo il Carnevale. Scopigno mi guarda e dice: “Almeno potevi toglierti i coriandoli dai capelli”. Un giorno Scopigno mi dice: “Il Cagliari ha bisogno di soldi, gli unici che hanno mercato siete tu e Riva e “Gigi” non vuole andar via”. Gli risposi che avrei accettato soltanto l’Inter. Affare fatto: tornavo a casa in cambio di Domenghini, Gori e Poli più un conguaglio. Non ho rimpianti per non aver vinto lo scudetto col Cagliari. Se non mi avessero ceduto, difficilmente sarebbero riusciti a rafforzare la squadra. L’Inter finì seconda, dietro il Cagliari. Io segnai il goal della vittoria interista a “San Siro” che fece riavvicinare la Juventus al Cagliari».

Lo scudetto con l’Inter arriva la stagione dopo, 1970-71, anno in cui Boninsegna vince anche la classifica, successo che bisserà nel campionato seguente. «Veramente i titoli di capocannoniere sono tre. Nel 1974 mi tolsero un goal all’ultima giornata contro il Cesena; dissero che era autorete per una deviazione in barriera».
Boninsegna all’Inter gioca sette stagioni: uno scudetto, 113 goals in campionato e disputa, il 31 maggio 1972, a Rotterdam, la finale della Coppa dei Campioni, persa contro la grandissima Ajax di Cruijff.
In Nazionale pareva avere la strada chiusa: per la fase finale del Mundial messicano, per esempio, gli era stato preferito Anastasi, ma poi un casuale incidente aveva messo fuori causa lo juventino. E Boninsegna visse così la bella avventura messicana, segnando due goals importanti: alla Germania Ovest nell’indimenticabile incontro di semifinale vinto nei supplementari per 4 a 3 ed al Brasile nella finale persa per 4 a 1. In totale è stato 22 volte azzurro e ha realizzato 9 goals.


Nato a Mantova, il 13 novembre 1943, per vocazione e professione ha fatto il centravanti, un attaccante pericoloso, forte e combattivo malgrado un fisico ritenuto non eccezionale. Alto 1 metro e 74, il peso forma oscilla sui 74 chilogrammi; forse, quando nell’estate del 1976 arrivò alla Juventus, accusava peso superfluo, ma con qualche sacrificio presto tornò in piena efficienza. Volle chiarire subito, con i fatti, di non aver accettato il passaggio alla Juventus soltanto per strappare un ultimo, ricco ingaggio. Poteva far ancora bene, lo sentiva ed accettò con entusiasmo la scommessa sul futuro. Nei primi giorni di vigilia della stagione juventina, disse:
«Al calcio muovo una critica, quella di soffocare i giovani. Io sono riuscito a strappare alla scuola un diploma, quasi violentando la mia volontà. Sono un impulsivo, sincero, franco fino alla sfrontatezza ed all’inizio di carriera ho stentato parecchio».

Si considerava «estroso, bizzarro e lunatico, un fiammifero che si accende per niente, però sempre pronto a pagare in prima persona, a chiedere scusa». Lo giudicano un duro, in campo e fuori, ma è soltanto persona concreta, ordinata, quasi una rarità nel mondo “molto provvisorio del pallone”.
«Alla Juventus ho conosciuto due personaggi eccezionali: Boniperti e l’avvocato Agnelli. Una domenica resto a casa per una colica renale, la Juventus pareggia. L’indomani mi chiama al telefono l’Avvocato. “Boninsegna”, mi dice, “guarisca presto, la Juventus ha bisogno di lei. Domenica voglio vederla in campo”. Io già mi sentivo molto meglio».

La Juventus anni Settanta era un meccanismo quasi perfetto, Boninsegna, detto “Bonimba”, s’inserisce alla perfezione. Non una delle sue qualità sembra appannata: lo sviluppato senso tattico, la grande capacità combattiva, il tiro forte e preciso, soprattutto il fiuto del goal molto spiccato. Il bilancio di tre stagioni è lusinghiero: 93 partite e 35 goals, un concreto contributo alla conquista del 17° e del 18° scudetto bianconero. Troverà il modo di farsi ammirare anche in campo europeo, risultando protagonista nella conquista della Coppa Uefa.

«Quando sono arrivato a Torino, non avrei mai pensato di vincere due scudetti, una Coppa Uefa ed una Coppa Italia; ero però conscio del mio ottimo stato fisico e del fatto che, dovendo sostituire un beniamino della tifoseria come Anastasi, avevo il dovere di dare sempre il massimo. Le cose, soprattutto nelle due prime stagioni, andarono davvero bene, tant’è che Boniperti mi offrì la possibilità di un quarto anno di contratto, a quasi 37 anni. Ma, a quella veneranda età, preferì la sicurezza di un posto al Verona, in serie B, alla certezza di un impiego part-time con i bianconeri».
Boninsegna ha incarnato alla perfezione lo stile di quella Juventus, che era acciaio puro. La cosa divertente è che all’epoca della campagna acquisti molti storsero il naso, dicendo che la Juventus si era invecchiata prendendo gli scarti delle milanesi (l’Inter diede Boninsegna e soldi per Anastasi). Al primo Juventus-Inter (a Torino) fu 2 a 0 per i bianconeri, con doppietta proprio di Boninsegna; lo fecero marcare da tale Mariano Guida, troppo tenero e molle per poter contenere un “Bonimba” letteralmente scatenato.

Finale Coppa Uefa nello stesso anno: Boninsegna è infortunato, il “Trap” lo schiera ugualmente, non riuscirà a finire il primo tempo, sostituito da “Bobo” Gori. Ingaggia un duello con lo stopper spagnolo a suon di ceffoni, una cosa impressionante. Palesemente non era in grado di giocare, ma menò come un fabbro il malcapitato difensore basco; il loro duello entusiasmò lo stadio.
Ancora: dopo il disastro di Germania 1974, la nuova Italia di Bernardini gioca in Olanda la prima partita di qualificazione agli europei. La formazione era un po’ cervellotica: qualche vecchio (Boninsegna, Juliano, Morini), qualche virgulto della nuova generazione (Antognoni, Rocca, Roggi) qualcuno della generazione di mezzo (Anastasi, Causio, Orlandini che marcò, si fa per dire visto che non gli fece neanche il solletico, il magico Cruijff). Boninsegna non solo segnò di testa dopo 5 minuti, ma ingaggiò un duello da bucaniere con Rijsbergen, il biondo stopper olandese, altro tipino non proprio accondiscendente. Per la cronaca vinse l’Olanda per 3 a 1, con doppietta del “Papero d’oro”.

Dopo tre brillanti stagioni in bianconero, l’arrivederci senza falsa commozione. Il destino lo porta a Verona, in serie B, ma decide di chiudere: è il campionato 1979-80. Il calcio italiano perde uno dei suoi grandi protagonisti.
Una volta ha confidato: «Sposai mia moglie dopo sette anni di fidanzamento. È da una vita che so tutto di lei e lei di me. E siccome siamo entrambi appagati e felici, mi ritengo un privilegiato».
Quando smette di giocare, una lunga esperienza come selezionatore della Rappresentativa di C («Speravo di far carriera in federazione»), due anni come tecnico del Mantova poi basta.
Boninsegna non è di quelli che dice “Ai miei tempi era un’altra cosa”, anche se ammette che per dieci anni è andato a dormire alle 22:30 facendo vita da atleta.
«Il calcio è sempre bello. E se giocassi oggi con tutti questi esterni a fare cross, chissà quanti goals segnerei».



Roberto Boninsegna

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Roberto Boninsegna detto Bonimba (Mantova, 13 novembre 1943) è un ex calciatore e allenatore di calcio italiano, uno dei più grandi attaccanti italiani di ogni epoca. Ricopriva il ruolo di centravanti.

Palmarès
Club
Competizioni nazionali
* Campionato italiano: 3
Inter: 1970/1971
Juventus: 1976/1977, 1977/1978

* Coppa Italia: 1
Juventus: 1978/1979

Competizioni internazionali
* Coppa UEFA: 1
Juventus: 1976/1977

Individuale
* Capocannoniere della Serie A italiana: 2
1970/71 24 reti
1971/72 22 reti

 
 

Presenze in Nazionale
Dal 1967 al 1974 le presenze nell'Italia sono state 22 condite da 9 gol. La 'sua' Nazionale arrivò seconda ai Mondiali di Messico '70 battuta per 4 a 1 in finale da quella che venne considerata la migliore squadra nazionale di tutti i tempi, il Brasile di Pelè certo, ma anche di gente come Carlos Alberto, Jairzinho, Tostão, Gérson e Rivelino.

Club
Inizialmente le sue fortune sono legate al Cagliari di Gigi Riva, al quale approda dal Varese nel 1966, dopo aver militato in B nel Prato e soprattutto nel Potenza, dove in coppia con Silvino Bercellino, costituisce l'attacco raffica per il rilevante numero di reti segnate nel campionato 1964/65 (miglior attacco, 55 gol fatti).
Tuttavia in terra sarda non arriva a vincere lo storico scudetto del 1969-70, perché nell'estate precedente è inserito nell'affare che porterà Angelo Domenghini a Cagliari, mentre "Bonimba" (così era soprannominato) finisce all'Inter.

A Milano conosce il periodo di maggior splendore della sua carriera, con lo scudetto del 1970-71, in cui è capocannoniere di serie A con 24 segnature, titolo che vincerà, con 22 centri, anche la stagione successiva. In totale con la maglia neroazzurra scese in campo 281 volte (197 in A, 55 in Coppa Italia e 29 in Europa) segnando 171 reti (113 in A, 36 in Coppa Italia e 22 in Europa).
Dopo uno scambio con Pietro Anastasi, passa alla Juventus, con cui disputò le stagioni 1976/77, 1977/78 e 1978/79 scendendo in campo complessivamente in 94 occasioni (58 in A, 17 in Coppa Italia e 19 in Europa) segnando 35 reti (22 in A, 6 in Coppa Italia e 7 in Europa). Con la Vecchia Signora Boninsegna vinse due campionati, una Coppa Italia e una Coppa Uefa nel 1976-77.
Concluse l'attività agonistica in serie B nel Verona, nella stagione 1979-80.

Nazionale
Con la maglia della nazionale, vestita per la prima volta nel 1967, arrivò a disputare la finale dei mondiali del 1970, segnando la rete del pareggio al gol di Pelé. La partità finirà poi 4-1 per il Brasile. In totale colleziona 22 presenze e 9 reti in azzurro.

Dopo il ritiro
Si è dedicato all'attività di allenatore, guidando prima la rappresentativa di Serie C e poi il Mantova. Nel 2005 si è candidato al Consiglio Comunale di Mantova nella lista civica Conte per Mantova Libera, no turbogas, senza essere eletto. Una curiosità: recitò una brevissima parte, nel ruolo di un monatto, nello sceneggiato televisivo "I Promessi Sposi" di Salvatore Nocita.

FONTE: It.Wikipedia.Org


Bonimba di tacco scalda il Bentegodi e fredda l'Atalanta
AMARCORD. Una delle prodezze gialloblù del grande Boninsegna
«È stato uno dei miei gol più belli» ricorda il bomber che chiuse la carriera a Verona e che oggi compie 68 anni. «Veneranda mi chiese, ma come hai fatto?»

13/11/2011
Il vecchio guerriero non aveva ancora smesso di sgomitare. Ogni palla una lotta, «perchè ogni palla può essere quella giusta». Era una regola di vita, se l'era scritta lungo anni di glorie e trionfi e se la ripassava ogni tanto. Anche adesso, che le luci fioche del tramonto, ogni tanto, gli ricordavano gli anni, le botte, i segni. La legge del bomber, anche quando ha 35 anni e qualche ruga sul viso. «Se uno sa far gol, può farlo in ogni momento», sta scritto da qualche altra parte del grande libro del calcio. Lui stava lì, con la maglia numero 9, in mezzo a mastini senza paura, gente quasi sempre più giovane di lui. Non più forte, ma più giovane, questo sì...

Gente che menava, «com'è giusto che sia» diceva tra sè, «perchè io son Boninsegna». Un campione. Un fuoriclasse del gol. Anzi, qualcosa di più. Lui, per tutti, era già Bonimba, era un mito che stava ancora in campo. E quando un ragazzo si trova davanti un mito, non gli fa sconti. Si esalta. Alza i gomiti. Non molla una palla. Raddoppia la grinta. Come facevano quel giorno Mei e Filisetti, Reali e quel vecchio lupo di Vavassori. L'Atalanta era scappata via, dopo mezz'ora. Gol di Reali, Verona al tappeto e Bentegodi zeppo di fischi. «Veneranda nell'intervallo aggiustò qualcosa, ma sembrava una giornata stregata». Veneranda era un uomo di carattere.

«Avevamo giocato assieme a Prato, non c'era bisogno di dirsi tante cose. Almeno tra di noi. Cercò di scuotere i più giovani, disse che dovevamo aggredirli, che la partita era ancora tutta da giocare...». Rimase fuori Mascetti, «Bergamaschi, giochi tu» ordinò Veneranda. Ciccio Mascetti era un altro dei vecchi, pieni di segni e di gloria. Forse non la prese bene, ma... la prese.
Rimase seduto sulla panca, mentre gli altri uscivano. Quando Bonimba risalì la scaletta, c'era ancora il rumore dei fischi. Scosse la testa.

«Chi me l'ha fatto fare?» pensò tra sè. «Qua va a finire che facciamo una stagione del cavolo e invece di divertirmi, mi faccio un mazzo così e non serve a niente...». L'idea del Verona gli era parsa migliore, in estate. «Ero alle Juve, ma avevo i miei anni e anche voglia di avvicinarmi a casa. Di un calcio magari meno intenso. Quando il Verona si fece avanti, pensai che potesse essere la scelta più giusta...». Guardò i suoi compagni, loro guardavano lui e senza dirglielo speravano che Bonimba inventasse qualcosa, perchè ci sono giornate in cui solo i grandi ti possono salvare. Lui battè le mani, aspettando il fischio di Mattei.

«Dai, ce la facciamo», urlò. Più per abitudine, che per convinzione. Il calcio è così, ci sono momenti in cui il tuo ruolo, l'età, l'esperienza, ti impongono parti scontate. «Avevamo giocato male, ma le partite a volte cambiano...». Mattei fischiò. L'Atalanta continuò a giocare bene, il Verona continuò a giocare maluccio. Il Bentegodi continuò a fischiare. Soltanto un miracolo di Superchi, tenne in piedi la squadra. Bertuzzo, attaccante nerazzurro, se n'era andato da solo, in contropiede. Superchi, perso per perso, l'aveva steso, in area. Rigore. Bentegodi in un silenzio irreale. Bertuzzo sul dischetto, ipnotizzato da Superchi. La svolta? Può darsi. Di sicuro una speranza in più. Anche se lì davanti, il vecchio Bonimba non se la passava benissimo. Poche palle, tante idee, niente lucidità, zero assist. Con lui un ragazzo di belle speranze, Beniamino Vignola. Gran sinistro, uno dei pochi che potevano inventare.

Bonimba aveva già capito che sarebbe toccato a lui. Da solo, là in mezzo, arrivavano palle improbabili, palle impossibili, palle dalla trequarti, palle sempre troppo corte o troppo lunghe, palle da far girar le palle. «Io vado al Milan» pensò tra sè, in un momento di sconforto. Il Milan lo voleva, «cercava una punta da mettere in panchina, un pò quello che era successo alla Juve».
Poi, fu rapito di nuovo dalla partita. Il Verona l'aveva traformata in un assedio, come voleva Veneranda. Non giocava bene, ma non si arrendeva all'idea. E la gente, almeno, aveva smesso di fischiare. Spingeva la squadra. Ci credeva. Poi arrivò quel calcio d'angolo. «Quando meno te l'aspetti, può arrivare la palla giusta».

L'angolo, non ricorda neanche di chi. La ribattuta della difesa, un bunker. Palla fuori, la prese Brilli, un ragazzo che debuttava quel giorno. Brilli la rimise in mezzo. «Io la vidi arrivare». Bonimba aveva le spalle girate alla porta e decise in un amen, un attimo, una frazione di una frazione di secondo, che cosa fare e come colpire. Avesse pensato un pò di più, non avrebbe avuto scampo. «In quei casi, di solito, provi a controllarla col petto, cerchi di farti spazio o la tocchi all'indietro, al compagno che arriva...».

Ma all'88' di una partita stregata, un campione può seguire percorsi diversi, perchè i campioni sanno inventare. E mentre tutti, i ventimila del Bentegodi e i cinque-sei difensori atalantini, fecero lo stesso identico pensiero («...adesso la stoppa col petto») Bonimba improvvisò sulla ricaduta della palla, un colpo di tacco. Non aveva avuto il tempo di calcolare dove fosse la porta, ma i bomber hanno occhi anche dietro. La porta la sentono, non hanno bisogno di vederla. Bonimba cadde a terra, non vide. ma sentì l'esplosione del Bentegodi.

E l'urlo dei compagni. E le bestemmie degli atalantini. «È uno dei gol più belli della mia carriera» ricorda spesso. «E ne ho fatti parecchi... Ma così, fu proprio speciale. Mi ricordo che quando andammo agli spogliatoi, Veneranda venne ad abbracciarmi e mi disse, "Bobo, ma come t'è venuto in mente?". M'è venuto così...».
Così come viene ai campioni. Lì, in mezzo all'area, circondati da «nemici», gli basta mezza palla per riscrivere la storia di una partita. Anche di quelle che sembrano finite e già scorrono i titoli di coda. L'urlo del Bentegodi, ogni tanto, gli disegna ancora sul viso l'ombra di un sorriso.
Raffaele Tomelleri

FONTE: LArena.it

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Libreria HELLAS! La storia gialloblù da leggere (e conservare)

Sito stùfo? ...Ma proprio sgionfo? Bon! lora rilàsate n'attimo co' 'stì zugheti da bar dei bèi tempi: ghè PACMAN, ghè SPACE INVADERS, ghè SUPER MARIO BROS e tanti altri! Bòn divertimento ;o)

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