Mancino naturale, esterno di centrocampo o ala sinistra si trasforma in Italia in regista (atipico) o mezzapunta, difficilmente inquadrabile in rigidi schemi tattici DIRCEU era quello che definiremmo oggi un trequartista ante litteram, il suo arrivo creò un incidente diplomatico tale che rischiò di far dimettere mister BAGNOLI...

José Guimarães Dirceu sulle figurine Paniniall'Hellas
Data di nascita:15/06/1952
Luogo di nascita:Curitiba (Rio de Janeiro BRA)
Nazionalità:Brasiliana
Ruolo:Centrocampista
Altezza:170 Cm
Peso:68 Kg
Posizione:
CARRIERA DA GIOCATORE +   -   =
 SquadraStagioneSeriePartiteGoal 
Atlético YucatánGen. 1995 - 1995PDA?? 
Ankaragücü1993 - 1994T1FL?? 
Ancona1992 - 1994BC52616 
Bologna1991 - 1992AC5208 
Benevento1991 - 1992D114 
Ebolitana1989 - 1991D3914 
Miami Sharks1988ASL175 
Vasco da Gama1987CBA00 
Avellino1986 - 1987A236 
Como1985 - 1986A252 
Ascoli1984 - 1985A275 
Napoli1983 - 1984A305 
Hellas Verona1982 - 1983A292 
Atlético Madrid1979 - 1982PD8226 
América1978 - 1979PDM452 
Vasco da Gama1977 - 1978CBA252 
Fluminense1976 - 1977CBA557 
Botafogo1971 - 1976CBA529 
Coritiba1968 - 1971n.d577 
Giovanili Coritiba1965 - 1968--- 
LEGENDA: n.d=Fino al 1971 in Brasile non è esistita un campionato unico a livello nazionale ma vari tornei statali/regionali, nel 1971 è nato il Primeiro Campeonato Nacional de Clubes che sarebbe in seguito stato chiamato il Campeonato Brasileiro Série A, CBA= Campeonato Brasileiro Série A (Serie A brasiliana), PDM=Primera División de México (Serie A messicana), PD=Primera División (Serie A spagnola), ASL=American Soccer League (Serie B USA), AC5=Serie A di Calcio a cinque, T1FL=Türkiye 1. Futbol Ligi (Serie A turca), BC5=Serie B di Calcio a cinque, PDA=Primera División 'A'de México (Serie B messicana)


NEWS E CURIOSITÀ +   -   =
I grandi amori si sa, trascinano con sé iperboliche emozioni e forti passioni, fu per questo che José fu sempre così 'beccato'dai tifosi scaligeri nei suoi ritorni al Bentegodi con le maglie di NAPOLI, ASCOLI, COMO e AVELLINO, la gente di fede gialloblù sugli spalti sapeva bene quanto il fantasista di Rio potesse essere decisivo in una gara e cercava di 'disinnescarlo' preventivamente con l'arma della pressione psicologica.
Vecchio trucco e consuetudine che, ne sono convinto, di nulla ha mai spostato la stima sulle qualità tecniche e l'ammirazione sulla fine intelligenza calcistica del giocatore da parte dei tifosi gialloblù che ebbero la fortuna di ammirare sul campo le fantastiche peculiarità di DIRCEU.
Mancino naturale ad inizio carriera viene schierato da esterno di centrocampo o ala sinistra per poi trasformarsi in Italia in regista (atipico) o mezzapunta, difficilmente inquadrabile in rigidi schemi tattici Josè era quello che definiremmo oggi un fantasista con spiccate propensioni offensive (tanto che più di una volta fu schierato all'attacco), grande resistenza allo sforzo prolungato (per questo in patria l'avevano soprannominato Formiga), buon dribbling, possedeva pure un gran tiro da fuori che gli consentiva una certa efficacia anche nel calciare le punizioni.
Dopo il Mondiale del 1978 fu giudicato dai media come il terzo giocatore più forte al mondo, dietro a 'mostri sacri'quali l'attaccante argentino Mario KEMPES ed il libero olandese Ruud KROL, e a tutt'oggi ritenuto uno dei calciatori più forti della sua epoca!

DAL CORITIBA All'ATLETICO MADRID VIA MESSICO
Figlio di José Ribero Guimarães operaio in una conceria e di Diva Delfino barista, DIRCEU arriva 13enne nelle giovanili del CURITIBA e viene promosso in prima squadra 3 anni più tardi.
Nessuno lo paga ma Josè non ci fa caso: Giocare per la squadra della sua città natale è un onore e comunque può sbarcare il lunario aiutando la mamma nel bar di famiglia; con la maggiore età il calciatore viene chiamato al servizio di leva (reggimento di fanteria) e, durante i campionati militari, ne approfitta per stabilire il nuovo record sulla distanza dei 1000 metri.
A suon di vittorie nei campionati del torneo Paranaense, approda al BOTAFOGO dove permane per 5 stagioni pur non apprezzando i compagni di squadra che, a quanto pare, a tutto pensavano tranne che a condurre una vita da atleti (molto migliore il rapporto con JAIRZINHO ala destra della nazionale verdeoro e autentico maestro di vita per il giovane Josè).
Per la stagione 1976-77 DIRCEU viene ingaggiato dalla FLUMINENSE dove ritrova alcuni compagni della Nazionale verdeoro e vince il campionato Carioca (torneo statale di Rio) ripetendosi nella stagione seguente al VASCO DA GAMA per altre due edizioni consecutive.
Col trasferimento ai messicani dell'AMÉRICA il ragazzo di Coritiba divenuto ormai 26enne, sistema tutta la famiglia che poi in parte porta con sé nelle 3 stagioni successive all'ATLETICO MADRID.
In terra di Spagna José Guimarães gioca discretamente bene nelle prime due annate incappando in qualche problema fisico di troppo nella terza.

LA SERIE A CON VERONA, NAPOLI, ASCOLI, COMO E AVELLINO
Col contratto in scadenza è vicinissimo alla ROMA grazie al leggendario FALCÃO (divenuto nel frattempo procuratore) ma le parti non trovano un accordo sulla durata del contratto, il mercato per le squadre che non arrivano dalla B chiude e, prima di partire per i mondiali da disputarsi in Spagna, viene ingaggiato dal VERONA neopromosso con una gran mossa di mercato (peraltro invisa a mister BAGNOLI che apprezzava il calciatore ma vorrebbe essere stato consultato prima di essere messo davanti al fatto compiuto) di Ciccio MASCETTI.
L'Osvaldìn de la Bovisa manda giù il rospo, rinuncia a capitan GUIDOLIN (grande protagonista della promozione appena ottenuta) ma, convinto da società e pubblico ad 'accettare'DIRCEU, pur ottenendo a fine stagione un ottimo piazzamento UEFA ed un'ottima stagione da parte del giocatore carioca, lo mette imprescidibilmente sul mercato: Ne approfitta il NAPOLI che lo 'scrittura'grazie a Caliendo (all'epoca tra gli agenti più influenti in Serie A).
Coi partenopei Josè è fra i protagonisti con 5 gol in 30 presenze ed una salvezza ottenuta con due giornate di anticipo ma, nell'estate del 1984, arrivano all'ombra del vesuvio BERTONI e MARADONA: La regola dei due stranieri per squadra impone al fantasista di trovarsi, pur controvoglia, un'altra squadra e DIRCEU si accorda così con l'ASCOLI ricevendo in cambio anche una buona uscita personale di circa 500 milioni delle vecchie Lire.
Con i marchigiani del vulcanico presidente ROZZI le cose non vanno affatto bene, il calciatore ha forti contrasti col patròn marchigiano durante la stagione che terminerà con la retrocessione del Picchio, e per l'annata 1985-86 il brasiliano approda al COMO dove, nonostante le beghe con mister RIno MARCHESI subentrato in corsa a Roberto CLAGLUNA, inanella buone prestazioni ed è tra gli idoli della tifoseria lariana anche grazie alla storica vittoria sulla JUVENTUS del 29 Gennaio 1986.
Per la stagione 1986-87 Josè trova ancora posto in Serie A nell'AVELLINO squadra nella quale secondo gli addetti ai lavori mette a segno la sua migliore stagione italiana ma, ciò nonostante, rimane senza contratto a fine annata e a Dicembre '87 torna in patria al VASCO DA GAMA.

FINE CARRIERA TRA BRASILE, USA, SERIE MINORI, FUTSAL E TURCHIA
Dopo un solo anno col Club de Regatas l'ancora irrequieto 'Zingaro del calcio'(nomignolo che si era guadagnato in Italia a causa dei frequentissimi cambi di maglia) prova l'esperienza con gli SHARKS di Miami che militano in una sorta di cadetteria USA.
Nell'estate dell'89 il ritorno in Italia in Serie D con l'EBOLITANA grazie alla personale conoscenza col patròn dei dilettanti campani che lo ospita in una delle sue numerose ville.
Dopo un paio di stagioni ecco l'ingaggio da parte del BENEVENTO (ancora in Serie D, ancora in Campania) per l'annata 1991-1992, nella quale è tesserato anche per la formazione di Futsal del BOLOGNA, la partita del presunto addio il 25 settembre 1991 al San Paolo di Napoli e invece, contrariamente alle attese dopo aver continuato col calcio a 5 nella GIAMPAOLI-GAUDIANELLO di Ancona, il ritorno in campo nel campionato turco nel 1993-94 ed in quello messicano dove chiude effettivamente la carriera nel 1995 ad ormai 43 anni suonati.

Questa una delle pagine Facebook dedicata dai tifosi a Josè.

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ANEDDOTI & ALTRO DA RICORDARE +   -   =
  • Morto in un incidente stradale a Rio de Janeiro dove si trovava in compagnia dell'amico ed impresario italiano Pasquale Sazio (deceduto anche lui in quel tragico giorno) precipitando da un cavalcavia per evitare un frontale alla guida della sua Porsche a Barra da Tijuca un'elegante quartiere nella zona ovest della megalopoli brasiliana: È il il 15 Settembre 1995 e il 43enne Josè ha da poco smesso col calcio giocato
  • Non solo calcio Calcio giocato a parte, negli ultimi anni di vita si era stabilito in Campania ad Eboli dove aveva avviato un'attività di noleggio d'auto di lusso per cerimonie mentre ad Ancona gestiva il pub 'La voce della Luna'probabilmente ricordando i tempi in cui, bambino, aiutava mamma Diva...
  • Il richiamo della foresta Pur avendo annunciato il suo ritiro al termine della stagione 1991-92, quando milita in Serie D col BENEVENTO, e avendo disputato la partita che doveva essere d'addio al San Paolo di Napoli, il richiamo del campo è troppo forte per Josè che dal '92 gioca ancora a calcetto in Serie A ad Ancona e prima di appendere definitivamente le scarpette al chiodo fa in tempo a giocare in Turchia ed in Messico prima di salutare tutti nel 1995 a 43 anni suonati!
  • Calcio e Futsal Quando il 39enne DIRCEU è ormai a fine carriera si dedica, parallelamente al calcio, anche al calcio a 5 giocando fra i dilettanti del BENEVENTO ma anche in Serie A e B con le formazioni Futsal di Bologna prima e Ancona poi
  • Il primo, vero, 'zingaro del calcio' che nonostante tutto giocò a lungo per CORITIBA, VASCO DA GAMA e ATLETICO MADRID salvo poi, un po'costretto dalle circostanze ed un po'per propria indole, cambiare casacca ad ogni annata soprattutto in Italia dove, dall'82 all'87, passò dal VERONA al NAPOLI, all'ASCOLI, al COMO e infine all'AVELLINO guadagnandosi a furor di popolo il nomignolo con cui i tifosi nostrani lo ricordano e che affibbiarono in seguito ad altri calciatori che in questo senso seguirono le sue orme...
  • Il calcio dopo il 1970? Nato per distruggere... A 14 anni dai mondiali del 1974 in Germania, in cui il grande Brasile (al quale era stata definitivamente assegnata la Coppa Rimet quattro anni prima) era stato eliminato in semifinale dall'Olanda ed era finito quarto dietro a tedeschi, olandesi e polacchi, DIRCEU ricorda con nostalgia e amarezza un calcio che non c'è più '[...] ci avevano abituato a considerarci i più forti, non sapevo accettare l'idea contraria. Pensavo ai milioni di brasiliani che avevo deluso, a quelli della mia città... Poi capii. Il Brasile che avevamo in testa noi non esisteva più. Era scomparso nel '70, per sempre. Ora il calcio era diventato un'altra cosa: tantissimo agonismo, meno tecnica, meno fenomeni; era un calcio nato per distruggere, non per costruire. E per gente come noi, abituata a far correre la palla, non c'era più tanto spazio'
  • Record in verdeoro Oltre ad essere da tutti riconosciuto come uno dei calciatori brasiliani più forti della sua epoca, DIRCEU vanta un record difficilmente eguagliabile con la nazionale brasiliana: L'aver partecipato a ben tre Olimpiadi (come fuoriquota) e tre mondiali sfiorando il quarto solo a causa di uno sfortunato malanno fisico che costrinse il cittì Telê SANTANA ad escluderlo da quello del 1986
  • Bruno CONTI? Per i bambini di Bahia non era abbastanza forte! Per i bambini brasiliani, abituati a vedere il calcio come gioco e divertimento, era naturale ammirare prima di tutto la tecnica e le giocate; per questo anche Bruno CONTI, campione del mondo con l'ITALIA nell'82 e giocatore tra i più conosciuti, tecnici e rappresentativi di quella nazionale, non veniva visto come un grande calciatore ma uno come tanti altri, cosa che per Josè era piuttosto arcana 'Il calcio è un grande mistero, senza nessun punto fermo. I ragazzini di Bahia hanno messo a giocare in porta Bruno Conti, per loro non era abbastanza forte. Conti, il campione del mondo'
  • Basta interviste ai giornalisti brasiliani! Nei campionati mondiali di calcio disputatisi in Argentina nel 1978, DIRCEU viene eletto come pallone di bronzo (dietro a KEMPES e KROL) ed è capocannoniere tra i brasiliani insieme a Roberto DINAMITE ma la stampa verdeoro lo accusa di aver spaccato il gruppo criticando il cittì COUTINHO, il presidente della federcalcio brasiliana e pure il compagno RIVELINO definendolo 'ormai così vecchio che per correre deve prendere il tassì': Josè ovviamente nega tutto e ribatte che non concederà più interviste alla stampa brasiliana
  • Formica e... Farfalla In patria tutti lo conoscevano come la Formiga perchè, proprio come l'infaticabile insetto, in campo non si risparmiava e resisteve bene allo sforzo prolungato ma aveva anche eleganti movenze e per questo molti lo conoscevano come Borboleta ossia farfalla
  • Quel gol a Berlino il più bel giorno della vita e al ritorno in Brasile, ad accoglierlo all'aeroporto insieme ai tifosi festanti, anche Vania la sua futura moglie 'Il 15 giugno 1973, giorno del mio compleanno, prendo parte con la nazionale del Brasile al match contro la Germania, a Berlino. Un incontro di grande importanza seguito con molta ansia dai tifosi brasiliani. Quella partita rappresenta il più bel ricordo della mia vita. Il Brasile sconfigge la Germania per 1 a 0 con un mio gol, segnato di destro, da una trentina di metri. Un bolide che sorprende il grande Maier e permette al Brasile di conquistare la prestigiosa vittoria. Quel giorno compivo ventun anni, sufficienti per comprendere che il giorno della nascita aveva influssi decivisi sulla mia vita. Poi il Brasile lascia Berlino per compiere una tournée in Europa. Gioco anche in Italia e vengo sconfitto dagli azzurri per 2 a 0. Al rientro con la nazionale a Rio De Janeiro, sono accolto da uno stuolo di amici, di ammiratori, un piccolo esercito che mi stordisce con canti e musiche. All’aeroporto incontro Vania, la donna che doveva divenire mia moglie. Era bella e mi guardava con commozione. Mi ricordo che l’ho salutata distrattamente, frastornato dai festeggiamenti'
  • Pane e pallone, maglia 10 e gol a grappoli Della sua infanzia Josè ricorda molto bene la mania per il pallone con il quale giocava anche in casa rompendo suppellettili e facendo infuriare mamma Diva molto meno paziente del papà terzino dilettante 'Il pallone mi procurava molta gioia'– racconta Dirceu. – 'Vivevo di pane e pallone. Se non avessi avuto paura di buscarle mi sarei messo a giocare anche in chiesa. Mi divertivo a palleggiare per interminabili ore. Usavo anche la cabeza, la testa'- e continua - 'Giocavo anche quattro partite in un giorno. Match di 35 minuti l’uno. Indossavo la maglia n. 10, la mia preferita. Con il sinistro, molto forte, segnavo gol a grappoli. Devo ammettere che ero popolare ed avevo un mio pubblico'
  • Papà operaio mamma casalinga, sposa Vania dalla quale ha 4 figli... Josè nasce in una famiglia come tante in Brasile ed è il primo dei quattro fratelli (il maschietto Darci e le sorelline Dirce e Dirci), mentre suo padre lavorava in conceria (e nel tempo libero seguiva la squadra di calcio del quartiere), la madre ad un certo punto aprì un bar nel quale il piccolo DIRCEU (dicono bravo studente e portato alle materie scientifiche) aiutava dall'età di 10 anni fino (e oltre) all'approdo alle giovanili del CORITIBA. 25enne nel '77 sposa Vania dalla quale ha ben 4 figli, l'ultimo ancora ancora nel grembo della madre quando il calciatore muore prematuramente

Dirceu
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Dirceu José Guimarães, meglio noto solo come Dirceu (pronuncia in portoghese 'dʒiʁˈsew'; Curitiba, 15 giugno 1952 – Rio de Janeiro, 15 settembre 1995), è stato un calciatore brasiliano.

Biografia
Giocatore di talento, è ritenuto tra i giocatori brasiliani più forti e rappresentativi della sua epoca.
Esordisce a 16 anni nel Coritiba, poi si trasferisce nel 1971 al Botafogo, nel club in cui trascorre più tempo nei suoi 26 anni di carriera, giocando 4 stagioni per il Fogo. In seguito veste anche le maglie di Fluminense e Vasco da Gama, per poi passare ai messicani dell'America. Dopo il Mondiale 1978 è giudicato dai media come uno dei tre giocatori più forti al mondo, dietro Mario Kempes e Ruud Krol. Nel 1979 si trasferisce a Madrid, sponda Atlético: gioca 82 volte con i Colchoneros realizzando 26 marcature in tre stagioni, prima di arrivare anche in Italia, firmando per l'Hellas Verona all'età di 30 anni. Nei quattro anni successivi veste le divise di Napoli, Ascoli, Como e Avellino. Quasi dieci anni dopo esser partito, torna in Brasile nel 1987, accasandosi al Vasco da Gama. Nel 1988 tenta l'avventura negli States (ASL). Nel 1989 fa il suo ritorno in Italia, firmando per l'Ebolitana, club dilettantistico di quarta divisione. Dopo un paio di stagioni si trasferisce al Benevento, giocando la sua quinta stagione in Campania (una a Napoli, una ad Avellino e due ad Eboli), ancora tra i dilettanti. Dopo aver annunciato una prima volta il proprio ritiro, passa in una squadra del campionato turco nella stagione 1993-1994 e nel gennaio 1995 fa ritorno anche in Messico, accordandosi con un club di seconda categoria.

Con la Nazionale verdeoro in tredici anni gioca 44 partite, segna 7 gol, partecipa a tre Olimpiadi come fuori quota (1972, 1976 e 1980) e a tre Mondiali (1974, bronzo ad Argentina 1978 e 1982), un record. Nel 1986 dovrebbe giocare il suo quarto Mondiale, eguagliando così Pelé, ma a causa di un infortunio occorsogli a un mese dall'inizio del Mondiale, il CT del Brasile Telê Santana non rischia e sceglie di portare in Messico il giovane Edivaldo.

Ha tentato anche l'esperienza nel calcio a 5, senza troppo successo. Negli ultimi anni si era stabilito a Eboli, dove aveva intrapreso un'attività di noleggio di auto di prestigio per cerimonie e poi ad Ancona dove aveva aperto un pub (La voce della Luna). Nel 1995, mentre è in compagnia di un amico italiano (Pasquale Sazio), ha un incidente d'auto e non sopravvive allo schianto, morendo a Rio de Janeiro all'età di 43 anni. Per commemorarlo, la città di Eboli nel 2001 gli ha intitolato il nuovo stadio comunale da 15.000 posti.


In Brasile era soprannominato la formica (la formiga in portoghese), per via della sua elevata resistenza, dato che durante l'incontro riusciva a coprire ogni zona del centrocampo. Un altro soprannome che aveva ottenuto in patria era la farfalla. In Italia invece venne soprannominato Lo Zingaro per le numerose squadre in cui ha militato nel corso della carriera.

Da piccolo Dirceu giocava a calcio in casa. Il padre, José Ribero Guimaraes, era un operaio che lavorava il cuoio in una conceria e aveva incoraggiato il figlio a proseguire nel calcio, essendo stato anch'egli un calciatore: giocava infatti nel ruolo di terzino. Ha un fratello e due sorelle. Dirceu era un bravo studente. Quando la madre Diva Delfino apre un bar, Dirceu, dall'età di 10 anni, la aiuta nel lavoro per diversi anni anche dopo l'approdo alle giovanili del Curitiba. Grazie all'impegno del padre, il giovane Dirceu gioca dei tornei amichevoli con la squadra del suo quartiere, per la quale il padre fa praticamente tutto, dall'organizzare le partite ad allenare i giovani, cercando anche di pubblicizzare i match.
Sposatosi con Vania nel 1977, aveva tre figli (uno di nome Dirceu José, nato nel 1978) e al momento della sua morte, la moglie aveva in grembo il suo quarto figlio.

Caratteristiche tecniche
Ala o esterno sinistro mancino, era spesso schierato da tornante, giocando con il numero 11. Aveva un'ottima resistenza e un buon dribbling, giocatore dalle spiccate doti offensive. In Italia ha giocato anche come regista e nel ruolo di mezzapunta, definito anche come attaccante. Era un buon tiratore di calci di punizione, bravo anche nel tiro da fuori.

Carriera
- Club
«Il calcio è un grande mistero, senza nessun punto fermo. I ragazzini di Bahia hanno messo a giocare in porta Bruno Conti, per loro non era abbastanza forte. Conti, il campione del mondo.»

Inizia a giocare nel Curitiba già dalle giovanili, arrivandoci nel 1965. Due anni più tardi vince il titolo giovanile col Curitiba. Promosso in prima squadra nel 1968, per i primi due anni nel club non gli viene pagato lo stipendio: il Curitiba si giustifica dicendo che non hanno i soldi per pagarlo, il centrocampista però non lo richiede nemmeno, per lui è già un onore giocare per la squadra della sua città. In questa squadra è schierato spesso da ala sinistra, vestendo il numero 11. Nel 1970 è costretto a fare il servizio militare: durante i campionati militari sulla distanza di mille metri, stabilisce un nuovo record. Nel 1971 vince il campionato regionale e si ripete l'anno seguente, conquistando un altro torneo Paranaense. Nel 1973 si trasferisce a Rio de Janeiro, per giocare col Botafogo, un'esperienza che Dirceu non giudica positiva, poiché «per me che venivo da un piccolo centro è stato un trauma. Avevo in squadra grandi campioni come Jairzinho, quanto a prendere l'esempio lasciamo perdere... Bevevano, fumavano, si divertivano, dormivano poco, non lui in particolare, ma tutti gli altri e io sì, li prendevo come esempio, ma ripetendomi sempre che non sarei diventato come loro. Volevo salvarmi io». Dirceu divide spesso la stanza con Jairzinho, giocatore che gli insegna praticamente a giocare a calcio. Nel 1976 è tesserato dal Fluminense, dove ritrova i Nazionali Rivelino, Edinho e Carlos Alberto: la società vince subito il campionato Carioca. L'anno seguente si trasferisce al Vasco da Gama e tra gli altri, figurano anche Roberto Dinamite e Orlando Peçanha: il Vasco ottiene il successo nel Carioca 1977, vincendo anche l'edizione 1978. Nel 1978 il Vasco da Gama lo cede ai messicani dell'America in cambio di 600.000 dollari, al giocatore ritorna il 15% del prezzo d'acquisto: con questo budget, Dirceu compra il terreno di gioco in cui passava le giornate da giovane e ci costruisce attorno degli edifici, tenendone uno per se e regalandone altri quattro ai suoi familiari. Dopo un paio d'anni, nel 1979 tenta l'avventura europea, accasandosi all'Atlético Madrid, club spagnolo con il quale firma un triennale, portandosi appresso anche parte della famiglia. Segna 14 gol in 24 sfide di Liga nella prima stagione e nel suo secondo anno spagnolo firma 8 reti. La sua terza annata invece, è meno fortunata delle precedenti: pur giocando con molta frequenza, è costretto ad operarsi alle tonsille e subisce il suo unico infortunio muscolare in carriera, stirandosi al polpaccio. Alla vigilia del Mondiale rifiuta diverse offerte da vari club e al termine di Spagna '82 è vicino a firmare per la Roma, grazie a un contatto tra lui e il procuratore di Falcão, suo connazionale: la finestra di mercato si chiude e alla fine Dirceu è comprato dall'Hellas Verona, neopromosso in Serie A.

A mister BAGNOLI il giocatore piaceva quello che odiava era lessere messo davanti al fatto compiuto

Arrivato a Verona, non è un acquisto voluto dal tecnico dei gialloblu Osvaldo Bagnoli, che vorrebbe farne a meno, pensando anche alle dimissioni, ma anche per via dei migliaia di nuovi abbonamenti ottenuti grazie all'arrivo del brasiliano, fortemente sostenuto dai tifosi del Verona, il tecnico lo tiene, restando sulla panchina veneta e pur dovendo rinunciare a Francesco Guidolin, capitano, pupillo dell'allenatore e protagonista della promozione dalla B alla A: nonostante un'ottima stagione e il successo riscosso tra i sostenitori dell'Hellas, dopo 29 presenze 2 gol e l'aver contribuito alla qualificazione del club in Coppa UEFA, Bagnoli decide di metterlo in vendita l'anno seguente. In Italia riesce a trovare un procuratore, Antonio Caliendo. È acquistato dal Napoli, firmando un contratto triennale per un totale di 450.000 dollari ed è subito accolto calorosamente dai sostenitori partenopei, ma in questo trasferimento c'è una controversia con il Verona, che alla fine ha la meglio sui campani e ottiene 375 milioni di lire di risarcimento: a Napoli gioca 30 incontri, realizza 5 reti in campionato e il club riesce ad ottenere la salvezza a due giornate dal termine del campionato. Con l'arrivo degli argentini Daniel Bertoni e Diego Armando Maradona, per via della regola del numero massimo di due stranieri in campo per ogni club italiano, Dirceu è costretto controvoglia a lasciare Napoli: il club gli dà un indennizzo pari a circa 500 milioni di lire ($ 462.000). Passa quindi all'Ascoli durante il mercato autunnale di riparazione, ma gioca una sola stagione a causa dei litigi col presidente Costantino Rozzi e al termine del campionato i marchigiani retrocedono in Serie B.

In seguito firma un biennale con il Como, venendo subito ben accolto dai tifosi del club lombardo, essendo ritenuto come il giocatore più importante dei comaschi; riesce anche ad ambientarsi subito bene con la nuova squadra, tuttavia si ritrova ad aver contro l'allenatore dei lombardi Rino Marchesi, arrivato a stagione in corso al posto di Roberto Clagluna, in una stagione giudicata positiva per il brasiliano. Il 29 gennaio 1986 contribuisce alla vittoria riportata dal Como sulla Juventus per 1-0. L'anno successivo, nel 1986, è tesserato dall'Avellino: secondo i media gioca il suo miglior anno in Italia e dopo esser rimasto svincolato al termine della stagione, fino a dicembre si pensa possa rimanere in Italia, dove ha comprato pure casa, invece torna al Vasco da Gama. Resta in patria un solo anno, trasferendosi negli Stati Uniti: gioca per una stagione nei Miami Sharks, squadra militante nell'American Soccer League (ASL), una sorta di seconda divisione nazionale del calcio statunitense a livello dilettantistico. Nell'estate del 1989 decide di tornare in Italia, ad Eboli, andando a rinforzare la squadra locale iscritta in quarta divisione nazionale, tra i dilettanti: il centrocampista brasiliano gioca per l'Ebolitana per via della conoscenza con il presidente della società, un imprenditore che lo fa abitare in una delle sue ville durante il suo periodo ad Eboli. Veste i colori dell'Ebolitana per un paio d'anni, trasferendosi al Benevento nell'annata 1991-1992, nuovamente nel quarto livello del calcio italiano. Il 25 settembre 1991, si gioca a Napoli la partita d'addio al calcio di Dirceu. Dopo aver detto di voler concludere la carriera nel 1992, ritorna al calcio giocato prima nel campionato turco poi con i messicani dell'Atlético Yucatan, esordendo nei primi di gennaio 1995 e chiudendo la carriera in Messico.

Ebbe poi una appendice sportiva dedicata al calcio a cinque, per alcuni anni parallela a quella del calcio a undici, dato che all'epoca non vi erano norme che vietassero il doppio tesseramento, giocò una stagione nel Bologna in serie A e nelle due successive concluse la sua carriera in serie B di calcio a cinque con la Giampaoli-Gaudianello di Ancona (nella stagione 1993-1994 realizzò 16 reti in 26 partite).
Il 15 settembre 1995, all'età di 43 anni, muore nel quartiere di Barra da Tijuca, nella periferia di Rio de Janeiro, in seguito ad un incidente stradale: Dirceu guidava la sua auto mentre era in compagnia di un amico italiano, andandosi a schiantare nel tentativo di sfuggire ad una collisione frontale contro un altro veicolo, uscendo fuori strada oltre un cavalcavia.

- Nazionale
« [...] ci avevano abituato a considerarci i più forti, non sapevo accettare l'idea contraria. Pensavo ai milioni di brasiliani che avevo deluso, a quelli della mia città... Poi capii. Il Brasile che avevamo in testa noi non esisteva più. Era scomparso nel '70, per sempre. Ora il calcio era diventato un'altra cosa: tantissimo agonismo, meno tecnica, meno fenomeni; era un calcio nato per distruggere, non per costruire. E per gente come noi, abituata a far correre la palla, non c'era più tanto spazio. »
(Dirceu nel 1988, quattordici anni dopo la sconfitta subita per 2-0 ai Mondiali 1974 contro i Paesi Bassi.)

Nel 1972 lo nota e lo inizia a convocare in Nazionale il CT del Brasile Mário Zagallo, che lo inserisce nella lista dei partecipanti per le Olimpiadi di Monaco di Baviera 1972: Dirceu segna sia contro la Danimarca (3-2 per i danesi) sia contro l'Ungheria (2-2), ma i brasiliani terminano il proprio girone all'ultimo posto, anche dietro all'Iran (sfida persa 1-0), ed escono dal torneo. Zagallo lo porta anche al Mondiale 1974 in Germania Ovest: i verdeoro passano il primo girone, comprendente Scozia, Jugoslavia e Zaire, grazie a due pareggi e il successo per 3-0 sulla Nazionale africana. Il Brasile passa il primo girone al secondo posto grazie alla differenza reti favorevole contro la Scozia, ch'era arrivata a pari punti con i sudamericani. Nella seconda fase a gruppi il Brasile batte la Germania Est (0-1), sconfigge anche i rivali dell'Argentina (1-2), ma contro i Paesi Bassi cede 2-0, dopo aver subito una durissima preparazione e aver fatto diversi test psico-fisici. Il Brasile perde anche la finale per il terzo posto contro la meno quotata Polonia (0-1).

100 Great Brazilian Goals: #17 Dirceu vs Peru (Argentina 1978)100 Great Brazilian Goals: #99 Dirceu vs Italy (Argentina 1978)

È convocato anche per il Mondiale 1978: data come favorita, la Nazionale brasiliana passa la prima fase a gironi, pareggia con la Svezia, pareggia contro la Spagna e batte 2-1 l'Austria, vincendo il proprio raggruppamento. Nella seconda fase a gironi i verdeoro affrontano Perù (3-0, doppietta di Dirceu), Argentina (0-0) e Polonia (3-1), passando anche il secondo girone dietro l'Argentina a pari punti, ma a causa della differenza reti l'Argentina termina prima e arriva alla finale contro i Paesi Bassi, mentre il Brasile arrivato secondo deve affrontare l'Italia nella finale per il terzo posto, poi vinta 2-1 in rimonta con una rete proprio di Dirceu. Con questi tre gol conclude il campionato del mondo come miglior realizzatore del Brasile assieme Roberto Dinamite, andando anche a ottenere il Pallone di Bronzo come terzo miglior calciatore del torneo. Al termine del Mondiale, è elogiato dalla stampa che lo descrive come uno dei migliori al mondo dietro all'attaccante argentino Kempes e al libero olandese Krol. In seguito però, i media brasiliani scrivono anche che Dirceu ha criticato l'allenatore Cláudio Coutinho, il presidente della federcalcio brasiliana e il giocatore Rivelino, che secondo la stampa nazionale Dirceu avrebbe apostrofato come «ormai così vecchio che per correre deve prendere il tassì». Il centrocampista replica che è tutto falso e i giornalisti brasiliani non lo intervisteranno più.

Al suo terzo Mondiale, quello di Spagna 1982, il tecnico Santana muta il ruolo di Dirceu, schierandolo un po'più come interno di centrocampo. Il centrocampista è schierato titolare contro l'URSS (2-1), ma gioca solo 45'prima di uscire per Paulo Isidoro. Non scende più in campo, restando in panchina nelle successive quattro partite del Mondiale e la Nazionale verdeoro, data anche in questa edizione tra le favorite alla vittoria finale, è eliminata nella seconda fase a gironi dopo la sconfitta patita contro l'Italia (3-2). Secondo lo stesso Dirceu, il Brasile ha perso il Mondiale a causa della troppa pressione per via del fatto che erano dati come Nazionale favorita al successo e anche per la scarsa motivazione. Il centrocampista è convocato in Nazionale fino al 1986, totalizzando più di quaranta presenze e 7 gol con la Nazionale brasiliana. Il CT Telê Santana, che già l'aveva schierato con il contagocce nel campionato mondiale spagnolo, lo vorrebbe convocare per il Mondiale 1986 che si disputa in Messico, ma intorno al 14 maggio 1986 subisce un infortunio ai legamenti del ginocchio destro durante un allenamento con la Nazionale e non riesce più a rientrare in condizione di forma, venendo rimpiazzato da Edivaldo: se avesse giocato il quarto Mondiale, Dirceu avrebbe raggiunto Pelé per quanto riguarda il numero di partecipazioni ai campionati del mondo. Escluso dalla lista dei 22 brasiliani per il Mondiale 1986, la televisione messicana decide di contattare Dirceu, già popolare nel Paese per aver giocato bene con la maglia dell'America, proponendogli di fare il telecronista.

Avendo partecipato a tre Olimpiadi e a tre Mondiali in dieci anni tra il 1972 e il 1982, senza vincere alcuno di questi tornei, diviene il giocatore brasiliano più titolato, superando così Pelè e Cafu e divenendo praticamente irraggiungibile.

Palmares
- Club
Competizioni nazionali
Campionato Paranaense: 2
Coritiba: 1971, 1972
Campionato Carioca: 3
Fluminense: 1976
Vasco da Gama: 1977, 1988

- Individuale
Pallone di bronzo dei mondiali: 1978

FONTE: Wikipedia.org


DIRCEU: lo zingaro del gol

Una storia di pallone, di applausi, di miliardi, una catena di successi quasi inimitabile

Dirceu José Guimaraes nasce a Curitiba, città del Paranà, il 15 giugno del 1952. Suo padre ha il pallone nel sangue e di nome fa José Ribero Guimaraes, operaio, e sposato ad una giovane molto avvenente, Diva Delfina. Dirceu é un bambino dai capelli chiari, un po’ gracile e vivacissimo. José Ribeiro lavora in una conceria e gioca da terzino. È un difensore che riesce farsi apprezzare tra i dilettanti ma gli manca il tocco di classe necessario per emergere in un Brasile ricco di talenti calcistici. Il matrimonio é felice. Due anni dopo Dirceu arriva in casa Guimaraes anche il fratello Darci e successivamente le sorelline Dirce e Dirci anch’esse piuttosto vivaci. La famiglia è numerosa e papà José Ribeiro deve lavorare duramente per crescere bene i figli, per istruirli come si deve.

Dirceu é ancora traballante sulle gambe quando inizia a giocare con una palla. È portato al calcio e lo si vede dai primi tocchi. Il papà lo osserva ammirato e orgoglioso. Non impreca se quel figlio, dal viso minuto, dai capelli lunghissimi, frantuma vetri, sporca le pareti, sfascia le scarpe. La madre è invece meno tollerante e lo sgrida in continuazione. La palla infrange specchi e suppellettili e mamma Diva Delfina va su tutte le furie.
“Il pallone mi procurava molta gioia – racconta Dirceu. – Vivevo di pane e pallone. Se non avessi avuto paura di buscarle mi sarei messo a giocare anche in chiesa. Mi divertivo a palleggiare per interminabili ore. Usavo anche la cabeza, la testa“. Il padre è convinto, convintissimo, ci scommetterebbe sopra tutti i risparmi, che quel figlio può riscattare i suoi insuccessi calcistici. José Ribeiro Guimaraes evita di fumare, non si concede neppure un drink per risparmiare i soldi coi quali comprare scarpe e magliette a Dirceu che è uno studente puntiglioso, portato alle materie scientifiche.

La madre apre un bar in cui si serve l’aguardente, la cachaca: un liquore chiaro fortissimo chiamato anche il “brandy dei poveri”, distillato sin dall’epoca coloniale. Dirceu, anche se ha solo dieci anni, aiuta la madre nel bar e sta alla cassa. Accanto al bar c’è un piccolo campo di calcio sul quale si allena assieme a tutti i ragazzini del quartiere. Gioca con la maglia n. 10 nella squadra dell’Internazionale, partecipa a tornei quadrangolari, organizzati dal padre, attivissimo. José Ribeiro fa tutto da solo: il segretario, l’allenatore, il magazziniere, il calzolaio, organizza gli incontri, acquista i trofei, affigge i manifesti.
“Giocavo anche quattro partite in un giorno. Match di 35 minuti l’uno. Indossavo la maglia n. 10, la mia preferita. Con il sinistro, molto forte, segnavo gol a grappoli. Devo ammettere che ero popolare ed avevo un mio pubblico”.

Dirceu ha grandi riserve di energie. Corre in continuazione, il dribbling è efficace e già nel 1965, a tredici anni, entra a far parte delle squadre giovanili del Curitiba, formazione che milita in serie A.
“Per due anni ho giocato nelle formazioni del Coritiba. Ero impiegato all’ala sinistra con la maglia n. 11, un centrocampista con le possibilità di puntare a rete da più posizioni. Benché giovane venivo utilizzato in formazioni in cui c’erano molti perticoni, ragazzi più vecchi, più robusti, lo ero astuto, m’ingegnavo. Riuscivo a farmi largo, a tirare a rete col sinistro. I miei compagni mi volevano bene, gli avversari mi temevano. Ero proprio una ‘formiga’ attivissima e produttiva“. Nel 1967 Dirceu conquista il suo primo titolo nelle squadre giovanili del Coritibaseguito nei due anni successivi da altrwettanti secondi posti. Nel frattempo prosegue gli studi di ragioneria. Gioca al pallone, aiuta la madre nel bar, scrive anche poesie.

Nel 1970, a 18 anni, Dirceu parte militare. É aggregato ad un reggimento di fanteria e partecipa ai campionati militari nei 1.000, 5.000, 10.000 metri stabilendo il record nei 1.000 metri. Prende la patente e diventa anche autista di fiducia del generale, comandante del reggimento. Guida e si allena quattro ore al giorno (oltre a corteggiare la figlia del generale…). Non beve, non fuma, si concede solo qualche Coca Cola. É allergico alle divise ma non reclama.
“Nel 1972 partecipo alle Olimpiadi di Monaco e segno quattro gol. Nel 1973 mi trasferisco al Botafogo, a Rio De Janeiro. Il 15 giugno 1973, giorno del mio compleanno, prendo parte con la nazionale del Brasile al match contro la Germania, a Berlino. Un incontro di grande importanza seguito con molta ansia dai tifosi brasiliani. Quella partita rappresenta il più bel ricordo della mia vita. Il Brasile sconfigge la Germania per 1 a 0 con un mio gol, segnato di destro, da una trentina di metri. Un bolide che sorprende il grande Maier e permette al Brasile di conquistare la prestigiosa vittoria. Quel giorno compivo ventun anni, sufficienti per comprendere che il giorno della nascita aveva influssi decivisi sulla mia vita. Poi il Brasile lascia Berlino per compiere una tournée in Europa. Gioco anche in Italia e vengo sconfitto dagli azzurri per 2 a 0. Al rientro con la nazionale a Rio De Janeiro, sono accolto da uno stuolo di amici, di ammiratori, un piccolo esercito che mi stordisce con canti e musiche. All’aeroporto incontro Vania, la donna che doveva divenire mia moglie. Era bella e mi guardava con commozione. Mi ricordo che l’ho salutata distrattamente, frastornato dai festeggiamenti”.

Nel Botafogo resta tre anni. Indossa la maglia n. 11. Dorme in camera con Jairzinho, indimentacabile ala destra della nazionale.
Jairzinho è stato il mio maestro, era un amico, mi voleva bene. Un grosso talento. Mi ha insegnato certe astuzie calcistiche che in futuro mi sono state di grande utilità. Mi ha fatto capire l’importanza del dribbling, della finta, del passaggio di prima. Mi ha messo in testa la necessita di sviluppare un gioco veloce, facendo correre la palla seguendo la ragione, la logica del gioco. Un attaccante eccezionale, di grande fantasia, un po’ matto. Quand’era in giornata non c’erano ostacoli“.

Nel 1974 Dirceu partecipa ai campionati mondiali in Germania. È l’anno in cui il Brasile viene superato in semifinale dall’Olanda di Cruijff e di Krol.
“A Monaco eravamo i mostri sacri. Lo si poteva avvertire da come la gente ci guardava, la maglia gialla faceva un grande effetto su tutti. Ci portarono a Dortmund a giocare contro l’Olanda dopo una preparazione massacrante. Ricordo come fosse oggi i tanti medici al seguito, i test psico-fisici, sembrava quasi che noi fossimo i nordici. E gli olandesi intanto… lasciamo perdere gli olandesi… se la spassavano, arrivarono con mogli e lattine di birra e la sera li trovavi sempre fuori. Sembravano brasiliani. Ci misero a giocare in un campo strettissimo, adatto al loro pressing e perdemmo. Anche il loro tifo in un catino così piccolo faceva paura. Sono sicuro che da noi li avremmo travolti, in un campo normale avrebbero finito la partita sfiatati. Dopo la partita mi misi a piangere, ci avevano abituato a considerarci i più forti, non sapevo accettare l’idea contraria. Pensavo ai milioni di brasiliani che avevo deluso, a quelli della mia città… Poi capii. Il Brasile che avevamo in testa noi non esisteva più. Era scomparso nel ’70, per sempre. Ora il calcio era diventato un’altra cosa: tantissimo agonismo, meno tecnica, meno fenomeni; era un calcio nato per distruggere, non per costruire. E per gente come noi, abituata a far correre la palla, non c’era più tanto spazio. Se facevi un bello stop di petto ora ti erano addosso in quattro, subivi raddoppi…”

Nel 1975 si laurea campione nazionale nelle file del Botafogo. Nel 1976, passa al Fluminense, assieme a Rivellino, Edinho, Carlos Alberto. Nel Flu ci sono quasi tutti i giocatori della nazionale brasiliana e la vittoria in campionato non può sfuggire ad una squadra di tutte stelle. L’anno successivo Dirceu si trasferisce al Vasco De Gama e il Vasco si laurea campione nazionale. Con lui giocano Roberto “dinaminte” Orlando ed altri campioni: “I risultati raggiunti dalle squadre che mi ingaggiano mi convicono di essere un grosso portafortuna. Mi ritengo un giocatore-vincente. Molte feste vengono date in mio onore. La stampa brasiliana mi dedica ampi servizi“.


Si fidanza con Vania, che abita in un appartamento a Copacabana, la famosa spiaggia di Rio De Janeiro. Appena può, Dirceu è a fianco della sua ragazza. Gli impegni sono molti ma il tempo per coronare il matrimonio si trova nel 1977. L’anno più fortunato per Dirceu, il più bello, è però il 1978. Partecipa ai mondiali in Argentina e segna il gol importante, proprio contro Zoff: è il gol che vale il terzo posto. La stampa specializzata lo giudica uno dei tre più forti giocatori del mondo, con Kempes e Krol. Il 15 giugno 1978 nasce il figlio, e Dirceu lo chiama come lui: Dirceu José. Il giorno in cui diviene papà è impegnato contro il Perù, e segna due gol molto spettacolari. Al suo ritorno in albergo apprende d’essere padre; glielo annuncia Vania al telefono: “Vania mi raccontava che il figlio aveva i capelli neri e gli occhi color nocciola, ed a me scendevano le lacrime. Ero contento, emozionatissimo

“Mi reputavo un uomo fortunato. Ero divenuto uno dei giocatori più famosi del Brasile. Per di più ero padre, felice da non star più nella pelle. Sentivo attorno a me aumentare il tifo, la passione calcistica. Ero inciucchito dai lunghi festeggiamenti. La celebrità mi rendeva orgoglioso, però mi procurava anche dei fastidi. Purtuttavia in mezzo alla folla mi sentivo bene, sempre disponibile ad accontentare chi voleva da me un autografo, un sorriso, un segno di amicizia“.

Nel 1978 il Vasco De Gama cede Dirceu all’América di Città del Messico, una società sponsorizzata dalla più importante rete televisiva messicana: la Televisa. I giocatori sono molto ben pagati. L’América versa al Vasco De Gama 600.000 dollari e a Dirceu spetta il 15 per cento della cifra. Con questi soldi acquista il campo da gioco in cui ha mosso i primi passi, a Curitiba, e vi costruisce cinque palazzine. Una la tiene per sé e le altre le regala al padre, al fratello, alle sorelle.

Il tempo è ormai maturo per tentare anche l’avventura europea. Lo ingaggia l’Atletico di Madrid, con un contratto triennale dal 1979 all’82. Lo seguono anche Vania, il figlioletto, il suocero, il genero e saltuariamente la mamma e il papà.
“L’ultima stagione in Spagna é stata molto sfortunata. Sono stato operato di tonsille ed ho riportato l’unico incidente muscolare della mia lunga carriera di calciatore: uno stiramento ai gemelli. Scaduto il contratto con l’Atletico ho ricevuto numerose offerte, dal Palmeiras, dal Vasco De Gama, dal Portogallo, dal Paris Saint Germain. Le ho rifiutate per disputare il mio terzo mondiale con il Brasile. Avevo fatto un programma in previsione della vittoria del Brasile, convinto soprattutto che il mio prezzo sarebbe salito molto se il Brasile avesse conquistato il titolo al mondiale. Tele Santana aveva modificato un po’ il mio ruolo, convergevo di più al centro. In pratica però sono stato sempre in panchina. Qualcuno, anzi molti, ci davano per favoriti. Questo ci ha pesato, anche perchè avevamo perso la voglia di vincere, al contrario dell’ Italia. Non avevamo più nè la sicurezza dei forti, nè la forza dei deboli. Eravamo qualcosa a metà strada e non è bastato, anche se tra noi c’era un buon affiatamento e nessuna polemica. Nessuno riesce a capire come l’Italia abbia potuto vincere, eppure veniva da una prima fase non bella, eppure era dilaniata dalle critiche. Ancor oggi il Brasile non vuole capire. La Spagna è rimasta un tabù”.

“Prima del mondiale mi aveva avvicinato Colombo, manager di Falcao, per chiedermi se ero disposto a trasferirmi alla società romana. Io chiedevo un contratto triennale; la Roma mi offriva un buon guadagno, ma solo per un anno. Finito il mondiale giudico l’Italia la vetrina del calcio ed opto per l’Italia. Pero il mercato era chiuso e potevo trasferirmi solo ad una società neo-promossa: il Verona”.

Con la squadra di Bagnoli gioca una discreta annata che gli vale per l’anno successivo l’ingaggio al Napoli dove mette in luce le sue formidabili doti calcistiche nonostante una delle annate più sfortunate della squadra partenopea che riesce a salvarsi solo alla penultima giornata. Con l’arrivo di Diego Armando Maradona, Dirceu si vide costretto a lasciare Napoli e si accasa con l’Ascoli e successivamente al Como, e infine all’Avellino stabilendo un vero record nel cambiare squadra ogni anno. Torna al Vasco, in Brasile, poi gioca negli Stati Uniti a Miami.

Nel 1989, a sorpresa, rientra in italia per accasarsi all’Ebolitana, serie D. A raccontare come arrivò a giocare per una realtà dilettantistica un così grande campione, è Armando Cicalese, all’epoca capo-ultras dell’Ebolitana 1925: “Dirceu arrivò ad Eboli grazie al Presidente di allora Luigi Cavaliere, con il quale aveva un rapporto di forte amicizia. Cavaliere era un imprenditore vivaistico che all’epoca conosceva bene Matarrese. Ci furono dei problemi burocratici per averlo con noi, ma vennero superati al volo”. L’insolito sodalizio Eboli-Dirceu si consolida immediatamente: ogni mancanza a livello organizzativo viene colmata seduta stante da tutti i cittadini. Il Presidente lo fa alloggiare in una delle sue più belle ville e lega moltissimo con la sua famiglia. Nelle sue due stagioni ad Eboli, Dirceu non riusce però a regalare alla sua squadra la C2 e così nel 1991 cambia nuovamente squadra, spostandosi di pochi chilometri per vestire la maglia del Benevento.

Quattro anni più tardi, dopo l’ennesimo cambio di squadra (prima nel campionato turco, poi in quello messicano) e a soli 43 anni, la tragedia: mentre viaggiava in compagnia di un amico italiano in un quartiere periferico di Rio de Janeiro, esce di strada con la sua Porsche oltre un cavalcavia, mentre cerca di evitare lo scontro frontale con un’altra auto. Negli ultimi mesi organizzava soprattutto tornei di calcetto, gare di beneficenza e partite d’ addio: la sua non è riuscita a prepararla nessuno.


FONTE: StorieDiCalcio.Altervista.org


JOSE'DIRCEU
Scritto da Stefano Pellei
Pasò a la Historia como un autentico trotamundos del futbol, habiendo pertenecido a diversos clubs en Brasil, Mexico, Espana e Italia… Comincia cosi’ il racconto della vita calcistica di Josè Guimaraes Dirceu in un articolo scritto da un periodista di Madrid che aveva avuto la fortuna di vederlo giocare nell’Atletico dal 1979 all’82. Ma pure a noi capitò la stessa fortuna, nella stagione 1984-’85. Era già stato protagonista di tre campionati del Mondo quando, dopo le esperienze di Verona e Napoli, fu acquistato dall’Ascoli per colmare il buco lasciato da Ludo Coeck, il centrocampista belga stritolato da caviglie di cristallo. Ormai trentaduenne, era nato a Curitiba il 15 giugno 1952, Dirceu esordi’ al Luigi Ferraris di Genova il 30 settembre 1984. Quel giorno, però, non riusci’ ad entrare nella contesa, pareva capitato li’ per caso.

La prima domenica di ottobre, in una giornata piovosa, Dirceu si presentò per la prima volta al Del Duca con la casacca numero undici. Avversario, la Lazio del vecchio trainer argentino Lorenzo. Ogni suo tocco parve subito avere l’impronta della classe pura, ogni suo movimento non era mai fine a se stesso, ma spesso la voce chiamava nel deserto. Contro il catenaccione laziale fini’ 0-0. Pure nella seconda gara esterna, ad Avellino, il brasiliano apparve troppo defilato per incidere in una gara che l’Avellino risolse con un gol per tempo. Novellino, Hernandez e Dirceu vennero riproposti per la terza volta insieme contro l’Atalanta. Ma i tre non riuscirono a cavar nulla dal loro cilindro tutt’altro che vuoto. Il solo Dirceu si mosse all’altezza della sua fama. Mezzala di punta, come si diceva in quel periodo, Josè evitava accuratamente la battuta di dribbling e si muoveva senza sosta con i capelli svolazzanti nelle vicinanze dell’oggetto del suo lavoro, il pallone…Ricevuto lo stesso, quasi sempre lo indirizzava convenientemente, toccandolo di prima, mirabilmente.

Nel suo repertorio c’èra anche il lancio lunghissimo per un compagno liberatosi a dettare il passaggio o in grado di spuntarla nel conflitto aereo con l’avversario per sviare opportunamente la traiettoria in spazi ideali per un compagno. Eppoi il nostro aveva soprattutto la capacità di esplodere superbi sinistri dalla media o lunga distanza. Calciava con violenza verso la porta avversaria ed il pallone, proprio in prossimità della stessa, pareva subisse un improvviso rallentamento per poi scendere – come lui stesso diceva – con un magico giro di samba. Il suo rapporto con Carlo Mazzone si concluse dopo neppure un mese. La sconfitta di Como del ventotto ottobre portò all’avvicendamento sulla panca bianconera con l’arrivo dell’ex tecnico del Real Madrid, lo jugoslavo Vujadin Boskov. E a Firenze Josè Dirceu fu il migliore in campo in assoluto nella gara d’esordio del trainer di Novi Sad. Il gol dell’1-1 di Vincenzi nacque da una punizione calciata dalla destra, con il sinistro, dal brasiliano, sempre abile a smarcarsi e a rovesciare improvvisamente tutto l’asse del discorso oltrechè concludere con traiettorie malandrine. Pure col Napoli (1-1 e Maradona espulso dall’arbitro Ciulli) apparve determinato, intelligente, sempre esemplarmente corretto. Toccò un centinaio di palloni nel tentativo, spesso risultato vano, di attivare l’impianto elettrico del vecchio Ascoli.

Il fatto di esser diventato uomo-dovunque diveniva spesso un boomerang per lui. Con la Roma al Del Duca (0-0), rimediò addirittura di testa, nella propria area di rigore, ad un tiro di Bonetti che aveva calciato con decisione, in mischia. Avrebbe dovuto triplicarsi, quadruplicarsi ogni volta e per questo non ci si poteva poi lamentare se qualche volta non c’era. Il 2 dicembre 1984, al vecchio Comunale di Torino, si elevò nuovamente su tutti, cogliendo, al 63’, il 2-2, con un sinistro da calcio di punizione ai 25 metri. Il pallone, con traiettoria beffarda, sorprese Bodini all’angolo alto di sinistra. Lo descrivevano anarchico ma generoso, con quattro polmoni e due piedi capaci di deliziare.

Ma Josè Dirceu, un metro e settanta per sessantatre chili, non era uno qualsiasi. Nel Mundial argentino del ’78 fu ritenuto il terzo miglior giocatore della manifestazione dopo Kempes e Paolo Rossi. La conclusione dai venticinque-trenta metri era sempre stata una delle sue specialità. Il tiro improvviso, forte, con uno strano effetto impresso alla palla, con quel sinistro capace di autentiche scudisciate non aveva beffato solo Zoff in quel mondiale ’78, fece due gol uguali al peruviano Quiroga. Gol sapeva farne eccome. Con l’Atletico Madrid, nel 1979-’80, ne realizzò addirittura 14. Fu soprannominato formiga al termine del Mundial di Baires, perché giocava nella zona del centro-sinistra, spesso avanzato nell’altrui metà campo ma sempre tatticamente produttivo a recuperar palla, a correre su ogni zolla se il caso lo imponeva.

A Verona, Bagnoli, che storse un po’ la bocca perché avrebbe preferito schierare nel ruolo Guidolin, lo costrinse ad arretrare il suo raggio d’azione, più lontano dalla porta nemica. Vujadin Boskov, un furbastro che levati!, lo lasciò libero di esprimere la sua fanciullesca allegria pedatoria, perché quello era il segreto di Dirceu. Come pochi, egli conosceva la magia del football. Ad Udine, dodicesima giornata, quando il mago jugoslavo conquistò il quinto pareggio consecutivo attraverso una deviazione aerea dell’ esordiente Alesi, Dirceu sbagliò qualche palla di troppo, soffrendo il pressing altrui. Venne la beffa col Milan a tre minuti dal termine eppoi lo 0-2 di Cremona, con un normalissimo tran-tran dell’ex interno del Vasco da Gama. Tutto finito? Dirceu depresso perché ritrovatosi in una squadra che non gli permetteva di imporre la sua classe? Lui rispose contro l’Inter tirando fuori la sciabola nel quarto d’ora finale, con la sua squadra in svantaggio. Proprio lui crosso’ per Cantarutti che di testa offri’ a Iachini il pallone per la sforbiciata dell’1-1. Quando arrivò il Torino, prima di ritorno, il vecchio Camin gli regalo’ una siffatta pagella: le sue giocate col sinistro che predilige e perfino col destro, hanno incantato. E’ un anarchico, ma nell’Ascoli ruota ed appoggia con prontezza. Non ha gioco da vero regista ma con quel suo numero da lontano può risolvere la partita. 7,5. Al 35’, da una sua legnata improvvisa con il sinistro finita sulla sbarra, l’Ascoli realizzò l’1-0 con Cantarutti, scattato per primo sulla ribattuta per spedire di testa in gol. Al 67’, col destro, dai 22-23 metri, sorprese Martina con un tiro arcuato: il pallone toccò la parte inferiore della traversa e rimbalzò oltre la linea bianca! Due saggi di talento balistico del globetrotter di Curitiba che vinse il duello con l’amico e connazionale Leo Junior, altro immenso talento cresciuto nel Flamengo sotto l’insegnamento paziente di un trainer che si chiamava Jobert ed un giorno, quando non aveva ancora il posto in squadra, gli disse: “Guarda, stai in un deserto pieno di sabbia, ma pian piano tu arriverai in un’oasi piena d’acqua. Stai tranquillo che la tua ora arriverà”. Leo Junior contava già 60 presenze e 6 reti nella Nazionale brasiliana in quel periodo. Dirceu 32, con 11 reti realizzate.

Ma di Dirceu si diceva che avesse già giocato oltre mille partite da quando, sedicenne, aveva disputato le prime partite ufficiali nel Curitiba. Poi era passato attraverso il Vasco da Gama, il Botafogo, il Fluminense, l’America di Città del Messico, il Verona, il Napoli eppoi l’Ascoli… Si disse addirittura che avrebbe dovuto giocare nella Roma con Falcao o che la Roma aveva pensato a lui perché temeva di perdere il divino, in crisi dopo il Mundial perduto. Voci. Frattanto gli toccò ripresentarsi a Verona, il 25 gennaio 1985. I corrispondenti veronesi scrissero che fu tradito dall’emozione, che l’ipotesi del desiderio di vendetta che lo aveva animato alla vigilia, era rimasta tale. Josè usci’ sconfitto con il suo Ascoli (0-2) ma seppe riscattarsi sette giorni dopo, contro la Sampdoria, correndo per ogni dove e mostrando di avere la nitida visione che qualifica chi è in possesso dei lumi della regia. Dopo aver strappato un importantissimo punto alla Lazio all’Olimpico, l’Ascoli ospitò l’Avellino per un match importantissimo nel discorso-salvezza. Accadde che l’Avellino si trovò sul 2-0 dopo mezz’ora di gioco, Diaz al 13’, De Napoli al 30’. Al 37’ Pairetto assegnò un alcio di punizione all’Ascoli, sulla destra, a quasi 40 metri dalla porta di Paradisi. Fu colpevolmente ridicola la barriera di quelli e Dirceu, con una spingardata di sinistro, bucò il portiere avversario vicino al paletto destro. Nella ripresa, al 34’, il capitano bianconero riusci’ a ripetersi, su una punizione con pallone toccatogli lateralmente da Marchetti. Stavolta il tiro deflagrante lo effettuò con il destro, imprendibile!

I quotidiani scrissero il giorno dopo che Dirceu aveva lanciato all’Ascoli l’ultimo salvagente per evitare di affogare nella serie cadetta. A Bergamo, condotta dal suo mobilissimo brasiliano, l’Ascoli ricacciò lo 0-0 rischiando di vincere attraverso una palla-goal confezionata proprio da Dirceu per Cantarutti. Ma il centravanti, solissimo dinnanzi a Malizia, anziche provare una finta o il dribbling aggirante, calciò addosso a quello in disperata uscita. La vittoria con il Como (1-0), riapri’ decisamente le speranze di salvezza dell’Ascoli. Giuliani, al 24’, ricacciò un mezzo miracolo su un tiro piazzato di Dirceu, un autentico gioiello. Il brasiliano aveva calciato da destra, ad un passo dalla linea del fallo laterale, da una distanza non inferiore ai trenta metri ed il pallone era diretto al paletto più lontano della porta nemica dove Giuliani, zompando da par suo, era riuscito a prodursi nella parata-goal! Assente con la Fiorentina, Dirceu rientrò al “San Paolo”, da ex più fresco rispetto al precedente di Verona. I sostenitori partenopei, che lo applaudirono calorosamente, rimasero stupefatti dinnanzi all’energia di quel brasiliano che solo l’arrivo di Diego Armando Maradona aveva allontanato dal Vesuvio. Fini’ 1-1, fu quella volta che Maradona segnò col piede sbagliato, il destro, la rete del pareggio a quattro minuti dal termine. L’inattesa mazzata di Roma (1-3), per quanto la squadra aveva mostrato nell’ultimo mese, fu addolcita dal diabolico siluro dal limite di Dirceu, col pallone spedito sotto la traversa e Tancredi a scansarsi, al 50’. L’1-1 con la Juve portò alle prime insufficienze vere per il brasiliano. Proprio Caminiti, che lo aveva apprezzato con il Torino al “Del Duca”, scrisse che probabilmente aveva risentito del troppo correre delle ultime domeniche. Il giornalista siciliano ebbe un triste presagio. Con l’Udinese, la squadra, ed il suo capitano, affondarono clamorosamente candidandosi per la retrocessione in B. l’1-2 di Milano con i rossoneri, con Hernandez a sprecare il 2-2 su un invitante pallonetto di Dirceu, ritrovatosi su livelli oltremodo discreti, rese inutile il 3-2 sulla Cremonese, 1-0 di Cantarutti venuto attraverso un centro teso con il destro di Dirceu, spostato entro l’area sulla destra, prima della goleada subita all’ultima al “Meazza” contro l’Inter. Fu l’ultima di Dirceu con la casacca bianconera.

Quella retrocessione fu ancor più triste perché privo l’Ascoli di un personaggio straordinario. “Voglio giocare il mio quarto mondiale e per farlo devo giocare ancora nel massimo campionato” – ripeteva con insistenza nell’ultima parte di quella stagione. Si trasferi’ al Como e, seppur convocato nelle prime selezioni, non disputò il mondiale messicano. Trovò però la quinta società italiana pronta ad accoglierlo, l’Avellino, stagione 1986-’87. A trentacinque anni suonati disse all’allora vice-direttore di Tuttosport Darwin Pastorin: “Non credi che potrei tornare utile alla Juventus?”. Quello, scherzando ma non troppo, gli rispose: “Dirceu, ormai sei buono per la pensione!”. Fu in quel momento che Dirceu, con una frase, mostrò tutta la propria grandezza :”Io avrò sempre vent’anni, ricordalo: avrò sempre vent’anni!”. Josè Dirceu mori’ in un incidente stradale, a Rio de Janeiro, in una di quelle notti in cui puoi sentirti il padrone del mondo ed invece il destino ti ha già teso l’ultimo agguato. Era il dicembre 1994. E’ morto con il suo sorriso a girasole, bambino. E con il viso dei vent’anni.

FONTE: SportPiceno.com


Dirceu, Josè
Il Campionato del Mondo per Nazioni disputato in Spagna, e la riapertura delle frontiere, portarono in Italia molti stranieri. Alcuni facero solo numero, altri hanno lasciato ricordi indelebili, sia a livello calcistico che umano. Uno di questi è stato senza dubbio Josè Dirceu.

Josè nasce in Brasile nel 1952, il 15 giugno, nella città di Curitiba. Dovunque abbia giocato è stato sempre apprezzato, ma una delle sue caratteristiche è sempre stata quella di non rimanere troppo a lungo nelle società di militanza. Per questo motivo fù anche soprannominato "lo zingaro del calcio". Già prima di giungere in Italia, quando già aveva 30 anni, aveva militato nel Coritiba, Botafogo, Fluminense, Vasco da Gama in Brasile; nell'America in Messico; ed infine nell'Atletico di Madrid. Come dicevamo Dirceu giunge in Italia ingaggiato dell'Hellas Verona nel campionato 1982/83.

Era un giocatore già molto conosciuto, da ricordare il gol realizzato contro l'Italia nella finale per il terzo posto ai danni di Dino Zoff e che regalò alla Nazionale verde-oro la vittoria, e per certi versi atipico. Dotato di tecnica e visione di gioco, non amava molto il dribling, non era un innamorato del pallone prediligendo il gioco di prima. Altro punto di forza era il lancio lungo, preciso e smarcante, ma la vera arma segreta (per modo di dire) di Dirceu erano i calci piazzati, potenti e ad effetto, lui stesso le definiva un "giro di samba".

La stagione veronese fù molto positiva e proprio per questo diverse società misero gli occhi sul giocatore. La spuntò il Napoli, società in piena ascesa. Anche al cospetto del Vesuvio rimarrà una sola stagione (1983/1984) per far posto al più blasonato Diego Armando Maradona.

Prima di far ritorno in Brasile, Dirceu militerà ancora in Ascoli, Como ed Avellino, sempre e solo per una stagione. Non smentendosi rimarrà in Brasile (Vasco da Gama) solo un anno, altro anno negli States al Miami, poi ancora una stagione nel campionato Brasiliano (Bangu nel 1989/90).

A questo punto Josè ritorna in Italia per accasarsi in una squadra che militava nel campionato dell'allora Serie D, l'Ebolitana. Nella sua permanenza ad Eboli Dirceu farà ovviamente la differenza essendo giocatore di categoria superiore ed è qui che forse veramente si sentirà a "casa". Una breve parentesi nel Benevento sarà da prologo alle ultime due stagioni calcistiche, prima in Turchia (Ankaragucu) e poi in Messico (Venados Yucatan).

Il 1995 segnerà, a soli 43 anni, la prematura scomparsa di Josè Dirceu, morto in un incidente stradale a Rio de Janeiro, metre era in auto insieme ad un suo grande amico italiano dai tempi di Eboli, il giocatore Pasquale Sazio, giocatore che Dirceu stava sponsorizzando nella sua nazione natale. Come dicevamo, Josè si era accasato ad Eboli pur continuando il suo girovagare per il mondo e proprio la cittadina campana, dopo la sua scomparsa, ha voluto dedicare il nuovo stadio al giocatore che tanto ha amato.

Josè Dirceu ha giocato anche 44 partite, segnando 7 reti, nella Nazionale Brasiliana, partecipando a tre mondiali (1974, 1978 e 1982). Il suo girovagare forse ha impedito a questo straordinario giocatore di dimostrare fino in fondo il proprio valore, ma lui amava fare così e probabilmente è stato anche soddisfatto di una carriera che lo ha portato a conoscere tantissime persone e a fare straordinarie esperienze. Dirceu era un campione anche fuori dal campo, sempre disponibile a qualsiasi iniziativa, specialmente nei confronti dei bambini. Una tragica fatalità ci ha privato del piacere di poter ascoltare ancora i suoi racconti ed i commenti alle sue prodezze.

FONTE: Fiorentina.info


venerdì 6 marzo 2015
Quando Dirceu si fermò a Eboli
La Pro Ebolitana 1989-90

C'è bel sole caldo, quel giorno d'estate, allo stadio "Massaioli". Ma c'è anche un filo di vento, che rinfresca la pelle e alza la polvere. E di polvere, al "Massaioli", ce ne sarebbe da vendere.
Più che un campo da calcio, sembra una steppa, dove i fili d'erba si contano sulle dita di una mano. Per uno che ha giocato tre Mondiali e tre Olimpiadi, e ha totalizzato 44 presenze e 7 gol in nazionale (col Brasile, in un ruolo dove era in concorrenza con Zico e Rivelino), ce n'è abbastanza per farsi qualche domanda. Mentre è ancora a metà del sottopassaggio, al brasiliano ne scappa una: "Armando, ma dove le giochiamo, le partite di campionato?".
Ad Armando Cicalese, capo tifoso dell'Ebolitana, invece scappa da ridere. "Hai sempre voglia di scherzare, tu, eh? Dai, dai, che sono più di 1500, lì fuori ad aspettare solo te, per darti il benvenuto".
Il brasiliano si fa il segno della croce. E si rassegna. E va bene, andiamo. E poi il presidente, Luigi Cavaliere, è un amico, un amico vero. Se ha accettato di tornare in Italia, e di venire qui, non era certo per avviare quell'attività di noleggio auto. Non ne aveva mica bisogno. Se è venuto qui, a Eboli, è perchè glielo ha chiesto lui. "Dammi un pallone, Armando". Il brasiliano entra in campo, e dalle tribune sale il tripudio di un'intera città. Perchè il brasiliano è Josè Guimaraes Dirceu. (Curitiba, 15 giugno 1952 – Rio de Janeiro, 15 settembre 1995).

Ha già compiuto 38 anni, e a dirla tutta aveva deciso che dopo l'esperienza di Miami si sarebbe ritirato a casa sua, in Brasile. Ma gli è venuta nostalgia, del calcio e dell'Italia, e il presidente dell'Ebolitana, suo amico, gli ha fatto una proposta difficile da rifiutare. "Vieni a darmi una mano un paio d'anni. Ti pago 100 milioni".
In realtà i 100 milioni sono frutto di una compartecipazione: Dirceu viene infatti tesserato sia dall'Ebolitana, di calcio a 11, che dalla Feldi Eboli, di calcio a 5, che milita in serie A. D'inverno dovrà sdoppiarsi fra i due impegni, ma nel resto della stagione, sarà tutto biancoblù, per la gioia dei tifosi, che ora sognano la C.
"Tira la bbbomba, Dirceu, tira la bbbomba!", gli grida uno dalle tribune, mettendo davanti alla parola "bbomba" un numero imprecisato di lettere b. In effetti, la 'castagna'di Dirceu è famosa in tutto il mondo.
Al "Massaioli" c'è un muretto che separa il campo dalle tribune. Dirceu gli tira il pallone contro, con tutta la forza che ha: "BOMM". La palla gli torna fra i piedi. Stop, e altra 'bbomba': "BOOOMM". Ancora il pallone ritorna. Ancora Dirceu calcia. E al terzo tiro, impattando il muretto, il pallone esplode. Ed esplode (di tifo) anche la tribuna.
Il presidente, Cavaliere, gli si avvicina. E gli dice solo poche parole: "Parti sereno ppe e'ferie. Vedrai ca quann torni dal Brasile l'erb sarà già crisciuta".
L'erba al "Massaioli", nessuno l'aveva vista mai. Ma mica si può deludere Dirceu. E allora dal giorno dopo tutti gli uomini validi del paese si trasferiscono al campo a fare da giardinieri. Rifanno il fondo, il presidente Cavaliere compra delle zolle specifiche per quel tipo di terreno e l'erba attecchìsce. Quando Dirceu torna rimane impressionato. E quel gesto lo conquista definitivamente. Decide di ricambiare. In accordo col presidente, fa aggiustare a sue spese gli spogliatoi, e poi fa arrivare dal Brasile delle maglie gialle e verdi, i colori della Selecao, che per quelle due stagioni saranno la seconda maglia dell'Ebolitana. E insieme alle maglie, per buona misura, fa venire anche un allenatore. Un certo Rubens. Gioca a zona, "futebol bailado", alla brasiliana. E ci vuole tanto coraggio, per giocare "alla brasiliana" nella serie D campana del 1989-90, fra gli stopper picareschi del Cirò Marina e i mediani truculenti della Nuova Rosarnese.
I tifosi sognano la C2. Che non arriverà, nè quell'anno, nè l'anno dopo. Un po'perchè, Dirceu a parte, l'Ebolitana non ha calciatori straordinari, e nel girone campano ci sono squadre più forti, un po'perchè l'impegno con il calcio a 5 fa perdere a Dirceu diversi allenamenti e più di qualche partita, e un po'perchè il brasiliano, come da contratto, ogni anno a dicembre se ne torna a casa per un mese e mezzo, e la squadra senza di lui regolarmente si inabissa.
Ma al "Massaioli" i tifosi si godono sprazzi di magia. Come nel big match con la Juve Stabia di mister Canè, che arriva a Eboli da capolista e proprio a Eboli perderà il campionato. Partita sullo 0-0 fino all'85°, poi c'è una punizione dai trenta metri, e Dirceu fa vedere come le batte un brasiliano. 1-0 e le 'vespe'vanno a casa.
Ma poi, conta davvero tanto, andare in C2? In piazza, in viale Amendola, per la strada, tutti lo riconoscono. D'altra parte Eboli fa 30.000 abitanti. E Dirceu si ferma a parlare con tutti. E a prendere il caffè. E a fare due palleggi. O una partita a calcetto, ai giardini.
Ma anche quando in un posto si sta bene, viene il momento di dirsi addio. I due anni finiscono, e Dirceu lascia l'Ebolitana. Si sposta di qualche chilometro, a Benevento, ma continua a frequentare la città, dove torna saltuariamente anche quando, terminata l'esperienza beneventana, apre un bar ad Ancona. E anche quando, a 42 anni, torna a giocare, accettando una proposta dalla serie A messicana. Siamo nel 1995, e nell'Ebolitana gioca un libero di ottimi mezzi tecnici, e di buone prospettive. Dirceu lo sa, l'ha visto crescere, vorrebbe dargli una chance di fare il professionista. Si chiama Pasquale Sazio. "Pasquale, vieni in Brasile con me. Giochiamo qualche torneo, ti presento qualche amico", gli dice ad agosto.
Ma per questa storia non ci sarà lieto fine.

(Adnkronos/Dpa) Rio de Janeiro, 15 set 95 - E’ morto questa mattina in un incidente automobilistico a Rio de Janeiro Dirceu Guimaraes, 43 anni, uno dei giocatori brasiliani piu’ amati e che per anni ha militato nel campionato italiano. Nell’incidente, occorso questa mattina a Barra da Tijuca, un’elegante quartiere nella zona occidentale della megalopoli brasiliana, e’ morto anche un italiano amico di Dirceu.


Eboli non dimenticherà il suo fuoriclasse. Oggi il nuovo stadio, moderno e in grado di contenere oltre 10.000 persone, porta il suo nome "Josè Dirceu" e ospita ancora le partite dell'Ebolitana, nel frattempo diventata Pro Ebolitana.
L'erba sul campo cresce che è una meraviglia. A Dirceu sarebbe piaciuta.

Pubblicato da Massimo Prosperi a 07:06

FONTE: NuncaSinFutbol.Blogspot.it


Amarcord 1912
JOSÉ DIRCEU: LO ZINGARO DEL GOL AD AVELLINO
di Stefano D'Argenio - 29 dicembre 2014

Maledetto quell’incrocio. No, non parlo di quell’incrocio che spesso infilava con il suo sinistro, ma quello sull’Aveida das Americas, lungomare di Rio de Janeiro; la fiancata della sua Porsche è presa in pieno da una Chevrolet, il brasiliano muore sul colpo così come il suo amico italiano Pasquale Lazio. Si spezza così, a quarantatré anni, la vita del brasiliano. Un fuoriclasse autentico, un fantasista dal sinistro al fulmicotone; José Guimaraes Dirceu fu soprannominato “Lo Zingaro” per le innumerevoli squadre in cui militò. Un lungo girovagare in Brasile, infatti, cresce calcisticamente nel Curitiba, poi, nel 1971, il passaggio al Botafogo, dove rimane per quattro anni. Nel 1975 è ingaggiato dal Fluminense con cui vince un campionato carioca (1976), ripetendosi la stagione seguente con la maglia del Vasco de Gama. Nel 1978 lascia il Brasile per approdare in Messico, l’Amèrica sborsa qualcosa come 600.000 mila dollari per ingaggiarlo. Nel 1979 arriva in Europa, con il trasferimento all’ Atletico Madrid dove rimane per tre anni. Nel 1982 Dirceu è ormai un calciatore affermato, avendo disputato anche tre Mondiali (1974, 1978 e 1982) e altrettanti Olimpiadi. Dopo i Mondiali di Spagna, scaduto il contratto con l’Atletico Madrid, approda in Italia. Anche nel Bel Paese non perde il vizio di mutare casacca: prima Verona (29/2; in quella squadra che stava diventando da scudetto), poi Napoli (30/5; campionato chiuso con una salvezza), Ascoli (27/5; dove non riusce a evitare la retrocessione) e Como (25/2). A settembre del 1986 approda ad Avellino.

Arriva Dirceu

Dirceu era sul punto di lasciare l’Italia dopo il no di diverse società, ma l’avvento di Vinicio (arrivato a fine agosto al posto di Robotti) sblocca la situazione, di fronte anche a un ricco contratto: 400 milioni di vecchie lire. Dirceu non è più giovanissimo, ha ormai 34 anni quando arriva in Irpinia, voluto a tutti i costi da Vinicio (brasiliano come lui) che definisce Dirceu un vero e proprio fenomeno. Il mister gli ritaglia il suo spazio affidandogli le chiavi del gioco, il numero dieci sulle spalle e la convivenza in campo con Colomba. Il brasiliano mostra subito la sua caratura, con il suo sinistro piega letteralmente le mani ai portieri. Chiedere a Landucci. L’esordio in campionato è da incorniciare, la sua doppietta contro la Fiorentina (con due punizione da trenta metri), regalano i primi due punti all’Avellino: “Non mi aspettavo un esordio così alla grande. Naturalmente sono molto soddisfatto. Ma questo è appena l’inizio”. Il brasiliano conferma il suo positivo inizio di stagione siglando altre due reti contro il Como (5°) e Verona (6°) che lo fa balzare in testa alla classifica dei marcatori insieme a Diaz e Altobelli. Per rivedere, poi, Dirceu nei tabellini dei marcatori, bisogna aspettare la 12° giornata (dopo un penalty fallito alla 9° in Avellino-Brescia); contro la Sampdoria il brasiliano realizza l’ennesima punizione con un sinistro morbido dai venti metri.

Dirceu al tiroIn azione

Sul finire del girone d’andata le prestazioni del brasiliano calano di rendimento, in concomitanza con la squadra che, dopo la vittoria contro la Sampdoria, rimane per ben sette gare (13°-19°) senza vincere. Vinicio, alla 19° contro l’Ascoli, lascia in panca l’asso brasiliano che accusa lo “smacco”, non convocandolo la giornata seguente e facendolo accomodare un’altra volta in panchina alla 21° contro il Verona. Prima della partenza per Udine (dove l’Avellino vince 6-2), il brasiliano chiede a Vinicio della sua presenza in campo; alla risposta negativa del tecnico, Dirceu preferisce non partire per la trasferta friulana, perdendo così anche il premio partita messo in palio dal Presidente Graziano. Quella fu, probabilmente, l’unica pecca della sua esperienza irpina.Dopo il periodo no, ritorna titolare nel finale di stagione, l’Avellino di Vinicio, infatti, conquista nelle ultime sei giornate nove punti, staccando il biglietto della salvezza con due giornate d’anticipo. Dirceu chiude la stagione con all’attivo 23 presenze e 6 reti (frutto di 5 punizioni e un rigore), giocando ,senza ombra di dubbio, la migliore stagione in Italia. Morì, come detto, nel 1995, ma le sue gesta e, soprattutto, le sue punizioni rimangono ancora scolpite nella storia. Il destino lo aspettava a quell’incrocio.

FONTE: Avellino-Calcio.it


StoriediCalcio. Cristo sì è fermato a Eboli, Dirceu no: il destino di un campione

Pubblicato il 29 dicembre 2014 da Giovanni Vasso
“L’ importante è arrivare alla salvezza. Sono contento di giocare un altro anno in Italia. Molti brasiliani non si sono trovati bene, ma io sono un tipo malleabile, che sta bene con tutti, non ho problemi di caldo o di freddo”.
Josè Guimaraes Dirceu.

Il sole e la terra, la brezza alza la polvere. Più che un campo di calcio sembra una prateria arida, da Far West. Il Campione è arrivato. Qualcuno non ci credeva, non ci ha voluto credere fino a che non l’ha visto di persona. Possibile che l’uomo che trafisse San Dino Zoff, ai mondiali, abbia scelto una piazza – calcisticamente – piccolissima, minuscola, dove il calcio è una poesia pasoliniana di muscoli, botte, ginocchia sbucciate e mazzate strapaesane? Sì, è possibile. Dirceu si è fermato ad Eboli.

“Ho girato mezza Spagna per il grande Ardiles, non ho paura mica di allenare i campioni”. Osvaldo Bagnoli non lo voleva. O meglio, avrebbe preferito l’argentino. E invece, alla riapertura delle frontiere, l’Hellas Verona gli portò in ritiro Josè Guimaraes Dirceu e l’oggetto misterioso Wlady Zmuda, colosso polacco fuggito dall’Est con la fama (e solo quella) di difensore più impenetrabile del Muro di Berlino. L’estate del 1982 era stata avara di soddisfazioni per lo Zingaro. Spagna, mondiali. La Seleçao più bella di sempre s’era schiantata contro l’Italia del magnifico redivivo Paolo Rossi. Fu lo splendido seppuku del calcio carioca che, da allora in poi, per vincere, dovette vendere l’anima alla colonizzazione tattica europea. Dirceu era in panchina. Telè Santana, dopo la grande paura di Siviglia contro l’Urss, gli aveva sistematicamente preferito Toninho Cerezo. Anche per questo, forse, Bagnoli lo temeva. Temeva fosse un calciatore in declino, peraltro appena scaricato dall’Atletico Madrid, che potesse spaccargli lo spogliatoio costringendolo a reinventare ogni volta la formazione. Ma il profeta venuto dalla Bovisa si sbagliava: Dirceu prese per mano la squadra conducendola alla finale di Coppa Italia contro la Juve e ad uno storico quarto posto che sembrò far da preludio a quello che, due anni dopo con lo scudetto di Elkjaer e compagni, sarebbe dovuto accadere. Verona amò Dirceu, riamata. Poi accadde l’imprevedibile: il rinnovo non arrivò ma la chiamata del Napoli sì e il brasiliano si accasò all’ombra del Vesuvio. E, come sempre accade quando chi è troppo amato va via, divenne il Nemico.


“Datemi un pallone”, sussurra. L’umiltà è autentica, è un uomo come tutti gli altri. Anche se ha disputato tre mondiali e svariate Olimpiadi. E adesso, appena arrivato al Massajoli, lo stadio nel cuore della città, chiede quasi sottovoce che gli passino la palla. “Datemi un pallone”. Baam! Baam! Buum! La sfera colpisce tre volte il muretto che divide il rettangolo verde (che, in verità, di erba ne ha poca) dalle gradinate. Al terzo tiro il pallone esplode, si schianta. A Eboli, uno così, non l’avevano ancora mai visto. E, forse, non lo vedranno mai più.

“Dirceu non sei più straniero: Napoli ti ha accolto nel continente nero”. Vederselo ritornare a casa con addosso una maglia azzurra, paladino al servizio di un condottiero nemico. A Verona, il ritorno (da avversario) di Dirceu fu un mezzo dramma. Che andò a sublimarsi in quella lotta senza quartiere, a colpi di cori, striscioni e sfottò che ha regalato all’Italia vette di goliardia tuttora ineguagliate. “Giulietta è ‘na zoccola”. Ma a Napoli le cose non vanno benissimo, manco se il cielo avesse ascoltato le maledizioni lanciate dal Veneto sul capo del (presunto) “rinnegato”. Il Ciuccio di Corrado Ferlaino si affida a Pietro Santini, che un anno prima aveva portato la piccola Cavese a disputarsi la promozione in Serie A. C’è Dirceu, ci sono giovani, certezze e qualche top player ante-litteram. E c’è Ruud Krol, talento impossibile che non imparerà mai a parlare italiano. Le cose, però, andranno male. Si pedala poco e il Napoli, a fine stagione, si piazzerà a un solo punto dalla terzultima retrocessa. Lo Zingaro, con cinque gol e caterve di assist per gli attaccanti, è l’uomo che ha salvato gli azzurri da una clamorosissima retrocessione. Per lui, però, spazio non ce n’è più. Nel calcio, spazio per la gratitudine non ce n’è. Ferlaino vola in Catalogna, a scippare al Barcellona il talento più grande. A Napoli sta cominciando la leggenda di D10s Maradona. Il brasiliano – per ragioni di limiti di tesseramenti stranieri – deve rifare le valigie. Lo chiama, per puro caso, l’ambizioso Ascoli di Costantino Rozzi.

Alla fine degli anni ’80, la Serie D (come oggi) è un megatorneo tra cittadine medio-piccole opposte, spesso, da tenacissime rivalità. Il calcio, però, sta diventando (quasi) una scienza. Josè si impegna a fondo per trasformare l’Ebolitana in un gioiellino di periferia. Dal Brasile arriva l’amico-allenatore Rubens. Zona alta, in un mondo pallonaro popolato da liberi sanguinari armati di catenaccio e machete. Fa arrivare al campo le primissime sagome, quelle che si usano per allenarsi a tirar le punizioni. Fa apportare alcune migliorie agli spogliatoi e si premura che tutti abbiano maglie, pantaloncini e tute sociali. La seconda maglia degli azzurri ebolitani diventa gialloverde, come la Seleçao. Dirceu dispensa consigli a tutti, compagni di squadra, tifosi e ragazzini: “Vuoi sapere come si fa a tirare forte come faccio io? Devi colpire il pallone dove c’è la valvola…”


Campioni tristi, già. Dirceu ad Ascoli arriva praticamente da svincolato. Lo ha chiamato Rozzi, il presidente dai calzini rossi, in fretta e furia, per sostituire Ludo Coeck, colonna dell’Anderlecht sbarcato nelle Marche nell’estate del 1984. Ma era rotto. Lo sfortunatissimo Ludo (che morirà un anno dopo in un maledetto incidente d’auto) non giocherà nemmeno una partita con la casacca bianconera. E lascerà Carletto Mazzone nei guai fino al collo, scoperto fino all’arrivo del brasiliano. Le cose, però, si mettono subito malissimo e, alla decima giornata, accade l’impossibile: il presidentissimo decide di silurare il mister. Troppe sconfitte. Per sostituirlo, una mandrakata: Mario Colaussi sarà l’allenatore ufficiale. Sì, perchè dalla Spagna arriverà un uomo destinato a diventare storia, leggenda e icona del calcio italiano ma sprovvisto di patentino federale, Vujadin Boskov. L’Ascoli, però, non si salverà. Dirceu scivola in B mentre il “suo” Verona vincerà lo storico scudetto. Lo Zingaro, di nuovo svincolato, si lascia anche le Marche alle spalle. E se ne va a Como.

Essere “nomadi” è una vocazione, più che un destino. Josè, oltre a disputare la serie D con l’Ebolitana, gioca al Futsal, in serie A, al Nord. Il Futsal è la grandissima moda del momento, il calcio a cinque, il pallone democratico che consente a tutti di poter giocare senza dover fare i conti con l’immensità di un prato verde. E poi, come ogni brasiliano, a Natale se ne torna a casa. Quando non c’è lui la squadra non gira, si affloscia e le speranze di promozione si affievoliscono insieme alla classifica. Qualcuno maligna: “S’è venuto a pigliare i soldi a Eboli”. Il suo ingaggio era di cento milioni. Ma aveva accettato l’Ebolitana per cortesia nei confronti del suo presidente, Cavaliere, di cui era buon amico e perchè aveva voglia di star tranquillo, lontano dalle pressioni delle grandi piazze. E tutti, in città, lo sapevano anche chi adesso si improvvisava suo detrattore. Chi va allo stadio lo fa per soffrire, per arrabbiarsi. Se ciò vale per l’Arsenal di Nick Hornby volete che non valga per l’Ebolitana?

“Ho una squadra giovane, la guida sarà Dirceu, che fra l’ altro è già abituato a giocare in una provinciale, visto che viene da Ascoli. Manca un giocatore esperto per il centrocampo: sono stati fatti i nomi di Casagrande, Icardi e qualcun altro, vediamo chi arriverà”. Roberto Claguna, allenatore del Como 1985-86, alla presentazione del ritiro precampionato, alla “Repubblica”. La star di quella squadra, che s’era salvata alla grande l’anno precedente grazie ai suoi gol, era il campione (sfortunato, maledettissima Sla) Stefano Borgonovo. Però, come troppo spesso accade quando si finisce a frequentare i piani bassi della classifica, l’allenatore finisce esonerato. E la società si affida a qualche espertissimo. Capitò, in Lombardia, il decano Rino Marchesi. Di cui, Dirceu, non era certo il pupillo. L’anno finirà con venticinque presenze e due gol, salvezza acquisita e valigia di nuovo in mano. Destinazione Avellino.


Per strada, in piazza, su viale Amendola, tutti lo riconoscono e tutti lo fermano. Lui non si nega a nessuno. Che sia per un caffè o per una partitella a calcetto. Ha sempre il borsone pronto, in auto. “Se potessi giocherei sempre”. Lo diceva e tutti gli credevano, perchè, sulla soglia dei 40 anni, era ancora lì pronto a calciare una palla ovunque dove glielo chiedessero. Come quando era bambino, sfondava finestre, rompeva i vasi e mamma Diva Delfina andava fuori di matto. L’ultima prova l’aveva data quando era arrivata la capolista Juve Stabia allenata dall’ex leggenda del Napoli Canè. Un gioiello su punizione, insaccato proprio sotto la curva ebolitana. Una magia preziosa, uno sgarbo alla boriosa prima della classe. Un miracolo balistico nel pallone proletario della serie D degli anni ’80. Adesso, però, è tempo di andare. Ad Eboli si è fermato già troppo, due anni, è tempo di rifare le valigie.

Non lo sa ancora nessuno, ma quello sarà il canto del Cigno. In Irpinia, il trentaquattrenne Dirceu conduce l’Avellino di Luis Vinicio, ‘o Lione, alla sua ultima, esaltante stagione in serie A. Il brasiliano prende in mano le redini della squadra e segna a ripetizione. Specialmente sui calci di punizione, la sua specialità. E’ il perno del calcio totale all’irpina secondo l’adattamento di Vinicio. Che porta l’Avellino ad un onorevolissimo ottavo posto, a cinque lunghezze dalla qualificazione in Coppa Uefa. E a togliere ai tifosi qualche soddisfazione, tipo le vittorie casalinghe contro la Roma di Sormani ed Eriksson e contro il Milan dell’alba berlusconiana. Quel campionato sarà storico per un’altra ex del brasiliano. Trascinato da Maradona, il Napoli conquista il primo scudetto della sua storia. Quell’anno sarà l’ultimo di Dirceu in A e il penultimo dell’Avellino in massima divisione.


Rio de Janeiro, 15 set 95 (Adnkronos/Dpa)- E’ morto questa mattina in un incidente automobilistico a Rio de Janeiro Dirceu Guimaraes, 43 anni, uno dei giocatori brasiliani piu’ amati e che per anni ha militato nel campionato italiano. Nell’incidente, occorso questa mattina a Barra da Tijuca, un’elegante quartiere nella zona occidentale della megalopoli brasiliana, e’ morto anche un impresario italiano amico di Dirceu.

Eboli non dimenticherà il Campione. Qualche anno dopo, il nuovo stadio, moderno e tra i più grandi della provincia di Salerno, porterà il suo nome. Perchè chi ama non dimentica, soprattutto in periferia. Soprattutto lì, dove s’è fermato Cristo.

@barbadilloit
@giovannivasso

Di Giovanni Vasso

FONTE: Barbadillo.it


Bagnoli: "Palermo, puoi farcela"
"I rosanero hanno tutto per ripetere l'impresa-scudetto del mio Verona. Guidolin? Quando lo allenavo io era una buona mezzala, ma adesso ha più temperamento"

22 settembre 2006 - Bagnoli è Bagnoli, l’icona del "Si può". Lui, l’Osvaldo, era il mondo a parte che cambiò il mondo, era un cappellino strano con sotto un cervello calcistico, è un uomo di 71 anni che adesso guarda da fuori, sempre dall’alto, sempre con profilo altissimo. Osvaldo Bagnoli è quel Verona che ce la fece. Vinse lo scudetto 1984-85, esempio e verità citata da sempre e per sempre come uno squarcio che si apre sul solito e il "già visto". Fu un’impresa, che oggi potrebbe venir clonata, forse dal Palermo. Lo dice proprio lui, l’Osvaldo, che ogni tanto va a vedersi il suo Verona, "perché altrove, ormai, bisogna fare file e con le nuove disposizioni non ho tanta voglia di mostrare la carta d’identità per farmi riconoscere". L’Osvaldo era ed è l’antidivo di sempre. Però guarda, osserva, legge. E sa. Che nel Nuovo Calcio si può.

[...]

Decisissimo è il Palermo del "suo" Guidolin.
"Bel calciatore, Francesco: lo allenai a Verona in B, giocò da mezzala, fece dieci gol, andammo in A e mi dissero 'Ti abbiamo preso Dirceu'. Come, Dirceu? dissi fra me e me. Adesso vado e do le dimissioni, pensai, poi mi fermai perché Dirceu era Dirceu, anche se per Guidolin mi dispiaceva. A lui ci tenevo. Guidolin sarebbe potuto diventare un grande se solo avesse avuto più temperamento. Quello che però mette adesso da allenatore: temperamento e bel gioco. Ha i tutti i mezzi per farcela".

[...]
Matteo Dalla Vite

FONTE: Gazzetta.it


La morte di Dirceu - Gae98.Blogspot.com

Archivio . AdnAgenzia . 1995 . 09 . 15
SPORT
CALCIO: MUORE IN INCIDENTE D'AUTO DIRCEU
Rio de Janeiro, 15 set (Adnkronos/Dpa)- E'morto questa mattina in un incidente automobilistico a Rio de Janeiro Dirceu Guimaraes, 43 anni, uno dei giocatori brasiliani piu'amati e che per anni ha militato nel campionato italiano. Nell'incidente, occorso questa mattina a Barra da Tijuca, un'elegante quartiere nella zona occidentale della megalopoli brasiliana, e'morto anche un impresario italiano amico di Dirceu.

Nato il 15 giugno 1952, Dirceu Guimaraes comincio'la sua carriera calcistica nel 1969 nella squadra del Curitiba ed in poco tempo divenne uno dei giocatori piu'promettenti del Brasile. ''Hormiguita'', formica, come era stato definito dal pubblico per il suo instancabile impegno durante le partite, divenne titolare della formazione olimpica ai giochi di Monaco del 1972 e venne poi convocato nella nazionale ''verdeoro''che partecipo'nel 1974 ai mondiali in Germania, nel 1978 a quelli in Argentina e nel 1982 in Spagna. In 44 partite disputate con la maglia del brasile mise a segno sette reti. Dopo aver conquistato per due volte il titolo del campionato di Rio del Janeiro -nel 1976 con il Fluminenese e del 1977 con il Vasco de Gama- Dirceu gioco'per l'America di Citta'del Messico e l'Atletico Madrid prima di approdare in Italia e giocare per il Napoli, il Como, l'Avellino, il Verona e L'Ascoli. Dopo aver lasciato l'Italia e chiuso la carriera professionistica con l'America di Citta'del Messico, Dirceu era rimasto nel mondo del calcio diventando procuratore di alcuni giocatori brasiliani.
(Neb/Pe/Adnkronos)

FONTE: Adnkronos.com


OGGI A NAPOLI UN GRAN GALA PER DIRCEU
NAPOLI - Partita d' addio questa sera a Napoli di Josè Guimaraes Dirceu. Per festeggiare il campione sudamericano scenderanno in campo gli All Stars e una rappresentativa di calciatori che hanno giocato nel Napoli dal 1983 al 1990. Ci saranno anche fuoriclasse come Futre, Boban, Taffarel, Casagrande e vecchie conoscenze dei tifosi napoletani: da Bagni a Giordano, da Bruscolotti a Fusi. Al fianco di Dirceu, che giocherà con la maglia numero dieci del Napoli, scenderanno in campo anche Careca, De Napoli e Alemao. Trentanove anni, Dirceu ha avuto una carriera lunga e prestigiosa, ha partecipato a quattro campionati del mondo. Ha giocato in Brasile (Botafogo e Vasco da Gama), Spagna (Atletico Madrid), Stati Uniti (Miami Shark) e in Italia con le maglie di Verona, Napoli, Ascoli, Como, Avellino e Benevento.
25 settembre 1991

LO ZINGARO RICOMINCIA DALL'INTERREGIONALE
AVELLINO Lo zingaro si ferma quest'anno a Castellammare di Stabia. Ha rinviato a data da stabilire il ritiro dall'attività agonistica. A 36 anni suonati José Dirceu continuerà a calcare i campi di calcio. Si è accordato con l'A.C.I. Stabia, una formazione che milita nel girone M del campionato interregionale. Il contratto prevede anche un'opzione per il prossimo anno qualora la società venga promossa in serie C2. L'età che conta è quella che si dimostra in campo dichiara senza falsa modestia Dirceu non quella che figura sul passaporto.

Se a 36 anni riesco ancora ad esprimermi ad alti livelli significa che fisicamente sono integro. Ho sperato fino all'ultimo di trovare una formazione di serie superiore, un grosso club. Ho avuto contatti con il Sant Etienne, con una formazione brasiliana di serie B, con qualche club italiano. Alla fine, per non lasciare l'Italia, ho deciso di accettare le proposte dello Stabia. Significa aprire un nuovo capitolo della mia vita calcistica, ritornare indietro per giocare con ragazzi che vogliono fare esperienza, mettersi in mostra. Sarò la loro chioccia, sempre pronto a dare consigli e suggerimenti.

L'accordo con la nuova società l'ha raggiunto anche grazie all'interessamento di Pier Paolo Marino: il presidente dell'Avellino gli aveva anche proposto di appendere le scarpette al chiodo e dedicarsi alla scuola di calcio e alla squadra Primavera. Ma Dirceu giocherà sino a cinquant'anni dice Marino con quella voglia e quell'entusiasmo da fare invidia ai ragazzini. Dirceu nella sua lunga carriera ha preso parte a tre Mondiali, ha giocato con Napoli, Como, Verona, Ascoli ed Avellino segnando gol a decine. Le sue punizioni al fulmicotone, con quell'effetto strano (per beffare i portieri spiegava ai giornalisti che lo intervistano dopo ogni gol occorre riuscire a far ballare la samba al pallone) rimangono nella storia del calcio. Sentirete parlare ancora di me assicura anche nel campionato interregionale. Con lo Stabia inizieremo la grande scalata verso l'olimpo del calcio italiano è la promessa dello zingaro.
l v
29 ottobre 1988

DIRCEU TROVA UNA SQUADRA
AVELLINO - Lo zingaro del calcio italiano, Josè Dirceu, giocherà nel campionato Interregionale con la maglia del Solofra. Un primo accordo è già stato sottoscritto: 40 milioni annui l' ingaggio del calciatore ex nazionale brasiliano. Dirceu, che l' anno scorso ha giocato in serie A con l' Avellino, ha acquistato un appartamento nel capoluogo irpino: una circostanza che conferma la sua intenzione di restare in Italia. Nel Solofra milita anche un altro ex dell' Avellino, l' allenatore jugoslavo Tom Ivic (attuale allenatore del Porto) come supervisore per il settore giovanile.
L V
08 dicembre 1987

E TRA LE LACRIME DIRCEU E CEREZO TORNANO A CASA
CITTA'DEL MESSICO - Come piange Josè Guimaraes Dirceu da Curutiba nel Paranà che il 15 giugno compirà 34 anni; esce dal piccolo campo del Centro de Capacitation di Santa Ursula, la maglia verde intrisa di sudore, ansimante perchè lo smog del venerdì, a Città del Messico, è il più velenoso della settimana. Ma non è colpa dell'anidride solforosa, dell'ossido di azoto e dell'anitride carbonica scaricata dalle 130 mila fabbriche della città e dagli scappamenti malandati di tre milioni d'auto se gli occhi dell'attaccante brasiliano, regista del Como, sono arrossati. Piange Dirceu perchè ormai Santana, l'allenatore, gli ha fatto capire che non riuscirà più ad eguagliare il record di Pelè, quattro mondiali. Maledetto quell'infortunio ai legamenti del ginocchio destro di dieci giorni fa. Santana non ha voluto rischiare: e il vecchio Dirceu lascia il posto al giovane Edivaldo Martin da Fonseca, 21 anni. Una vera, grande, assolutamente imprevista scelta. Il Brasile sta giocando contro gli studenti del Pumas, bravi ragazzi dell'Università nazionale autonoma del Messico. Tengono duro questi dilettanti, non danno tregua e per sessantadue minuti non si vedono gol...

Dirceu se ne va e subito dopo Zico infila, al 17'del secondo tempo, la rete di Rios, il portiere dei Pumas, con un tiro sulla sinistra. Anche Falcao, che ha giocato solo il primo tempo, non riesce a dire quel che tutti, ormai, nella squadra, hanno capito, sanno: e cioè che il tempo di certi grandi vecchi campioni fuori condizione è finito. Due erano infatti gli uomini del Brasile in sovrappiù, rispetto alla quota dei ventidue previsti dalla lista ufficiale per questi Mundial. Ha prevalso il buon senso, non il sentimento nè alcuna mozione d'affetto. Dopo l'amichevole vinta contro la squadra dell'Unam (2-0) Santana ha consegnato la lista ufficiale dei 22 giocatori. Fuori Dirceu, fuori Toninho Cerezo, avvilito più che mai per la spietata scelta del ct: "Il Mundial per noi altri calciatori è fondamentale per strappare una buona contrattazione, per ottenere trasferimenti adeguati - confida Cerezo - bisogna compensare i sacrifici affrontati nella nostra professione...". Ora che la Roma lo ha scaricato, ora che nemmeno il Brasile gli ha concesso di rimanere nella "seleao", il mercato del calcio si fa più difficile per il disperato Antonio Carlos Cerezo, classe 1955. "Sono momenti duri - commenta Falcao che si sente un po'il padre nobile della situazione - a luglio, per esempio, mi scade il contratto col San Paolo. Cosa farà dopo? Beh, continuerò a giocare. Forse in Europa. Chissà, mi andrebbe bene Montecarlo... E'da febbraio che stiamo preparando questo Mundial, uscire dal giro è perciò duro. Specie per quei giocatori che hanno fatto storia, che hanno carisma". Falcao guarda l'amico Dirceu. Non se la sente di anticipare lui il verdetto di Santana. Che ci pensi - come è giusto, come impone il ruolo - l'allenatore a svelare il mistero della lista finale: "Aspettate ancora qualche ora...", la partita si chiude alle due con un gol di Junior, la conferenza stampa di Santana è alle cinque e mezzo.

Fino a quell'ora, quindi, le lacrime amare del povero Dirceu, sono e devono restare lacrime d'emozione: "Piango non perchè ho paura d'essere rimandato a casa, ma perchè ho giocato bene, senza problemi per la gamba". Piccole, orgogliose bugie tradite dallo sguardo del perdente. Falcao lo capisce, aggiunge: "C'era troppa tensione psicologica oggi, per via di questo ultimo definitivo test, dopo tre mesi di polemiche, di incidenti, di giocatori allontanati e di altri chiamati all'ultimo momento. O dentro o fuori. E tutti ne abbiamo risentito, perchè in fondo tutti abbiamo lo stesso obiettivo, disputare il Mundial, vincere". Parla bene Falcao, e con serenità. Lui è nato il 16 ottobre, bilancia. Segno dell'arte, della bellezza, dell'armonia. Nel calcio - assicura il milanese Marco Pesatori che mettendo insieme football ed astrologia ha scritto un libro - la bilancia è soprattutto stile. Il segno dei grandi giocatori. Nessun ruolo puù essere precluso. Qualche nome? Eccoli: Pelè, Meazza, Liedholm, Nordhal, Charlton, Sivori, Rummenigge, Briegel. Uomini adatti a guidare una squadra di calcio. "C'è un tempo per tutti", bisogna capire la rabbia di chi deve chiudere ad un passo dalla meta. "Se una cosa deve essere fatta - ragiona Falcao - è cercare di evitare quello che è accaduto proprio oggi. La tensione provoca brutti scherzi. Tutto quello che può servire per migliorare lo stato psicologico di un giocatore deve essere fatto. Ci si deve avvicinare alla vita normale". La vita normale, la vita di tutti i giorni abitua ad accettare le vittorie quanto le sconfitte. Troppe volte l'uscita di scena d'un campione è stata verticale. Meglio parlare d'altro, ormai il rito è concluso. nemmeno l'espulsione dal campo di Walter Casagrande, centravanti ventitreenne del Corinthians, perchè voleva menare uno dei Pumas, distrae gli osservatori dal problema di chi resterà titolare della Nazionale carioca. Contro i Pumas non hanno giocato Valdo ed Edivaldo: ma l'astuto Santana voleva disorientare la "torcida", la tifoseria, e mantenere, fino a la cinco de la tarde, un po'di suspense...
dal nostro inviato LEONARDO COEN
25 maggio 1986

"C'ERAVAMO TROPPO AMATI SENZA CALCIO ALLA PELE'"
COMO - "Ero a Rio in compagnia di amici italiani. In spiaggia c'erano i soliti ragazzi che tiravano calci al pallone. Interessante, dicono gli amici, che squadra è? Non ho avuto il coraggio di dire che erano dei muratori nell'intervallo di lavoro". Uno vede la scheda anagrafica di Guimares Josè Dirceu (nato il 15-6-1952) e s'immagina d'incontrare un giocatore stanco, sfiancato da 18 anni di carriera e di polemiche, invece trova un tipo allegro, per nulla stressato. Nonostante il tanto calcio dietro le spalle: tre mondiali disputati, un quarto alle porte, vari passaggi in Sudamerica e in Europa dal Brasile al Messico, dalla Spagna all'Italia. Un totale di nove maglie, ultima quella del Como.

Una vita piena di approdi, un punto di partenza: Curitiba, Brasile vero, anche se a sud, anche se poco da cartolina, tra San Paolo e Porto Alegre. Saudade sì ma discreta. "Giocavo a pallone in casa e rompevo molti vetri. Mia madre mi sgridava, mio padre m'incoraggiava. Lavorava il cuoio e mi fabbricava delle scarpette speciali che calzavano come un guanto. Ero invidiatissimo. Bei tempi quelli. Giocavo per sentimento. Per provare emozioni. Me ne fregavo dei soldi e anche degli altri. Nel senso che non facevo mai paragoni, non ero in grado, pensavo solo a calciare bene la palla. Infatti per due anni il Curitiba nemmeno mi ha pagato, dicevano di non avere i soldi. E io non protestavo, non ci badavo: era la squadra della mia città, era tutto. Zagalo, che mi aveva notato alle Olimpiadi di Monaco (c'era anche Falcao nel '72) mi chiamò per una tournèe. Giocavo 11, tornante. A Berlino nel giugno '73 contro la Germania vincemmo 1-0: mio il gol, un tiro da 30 metri che sorprese Sepp Maier. Avevo 21 anni. Quando tornai in Brasile mi fecero vedere i giornali, c'era il mio nome in tutti i titoli. Sembrava che da solo contro i tedeschi avessi vinto la seconda guerra mondiale. Si sa, da noi esagerano. La gente non ha lavoro, a casa picchia la moglie, poi va allo stadio per dimenticare. Intanto mi ero trasferito a Rio, nel Botafogo".

Bel posto e bella squadra. "Bah, per me che venivo da un piccolo centro è stato un trauma. Avevo in squadra grandi campioni come Jairzinho, quanto a prendere l'esempio lasciamo perdere... Bevevano, fumavano, si divertivano, dormivano poco, non lui in particolare, ma tutti gli altri e io sì, li prendevo come esempio, ma ripetendomi sempre che non sarei diventato come loro. Volevo salvarmi io. Ricordo che le donne mi prendevano in giro: dai un bicchiere di latte a questo montanaro, dicevano al barista dei nights. Lì a Rio la vita girava in fretta: soldi, donne, locali, amici. Beveva molto anche Pelè, ma lui è stato sempre furbo. Non si faceva mai cogliere sul fatto, mica come Socrates che si è presentato alla tv brasiliano ubriaco. Altri tempi, altro stile".

Ecco, parliamo di stile. "Sì, ma Pelè lasciamolo da parte. E'di un altro mondo: aveva destro, sinistro e una gran testa, in tutti i sensi. E aveva anche una specie di fluido magico proprio dei grandi campioni: la palla tornava sempre a lui, non si sa come. Lo marcavano in due, uno dietro e uno davanti, beh, dopo un batti e ribatti aveva il pallone sempre sui piedi. Adesso forse tra feste e bel mondo ha un po'esagerato. Ma in un certo senso continua a fare del bene: la fotomodella diciottenne che stava con lui lo ha appena lasciato dopo aver firmato un contratto molto vantaggioso. In pratica ha sfruttato la fama di Pelè per i suoi comodi. Ho letto che Djalma Santos dice che Zico, Falcao e noi brasiliani di oggi non valiamo quelli di ieri, forse parla così perchè come tecnico è stato poco apprezzato. Io dico solo che non si possono fare confronti, anche se sono sicuro che un Meazza oggi non avrebbe sfigurato".

Torniamo al Brasile. "Nel '74 ero nella nazionale che partì per la Germania. Eravamo i mostri sacri. Lo si poteva avvertire da come la gente ci guardava, la maglia gialla faceva un grande effetto su tutti. Ci portarono a Dortmund a giocare contro l'Olanda dopo una preparazione massacrante. Ricordo come fosse oggi i tanti medici al seguito, i test psico-fisici, sembrava quasi che noi fossimo i nordici e gli olandesi intanto... lasciamo perdere gli olandesi... se la spassavano, arrivarono con mogli e lattine di birra e la sera li trovavi sempre fuori. Sembravano brasiliani. Ci misero a giocare in un campo strettissimo, adatto al loro pressing e perdemmo. Anche il loro tifo in un catino così piccolo faceva paura. Sono sicuro che da noi li avremmo travolti, in un campo normale avrebbero finito la partita sfiatati. Dopo la partita mi misi a piangere, ci avevano abituato a considerarci i più forti, non sapevo accettare l'idea contraria. Pensavo ai milioni di brasiliani che avevo deluso, a quelli della mia città... Poi capii. Il Brasile che avevamo in testa noi non esisteva più. Era scomparso nel '70, per sempre. Ora il calcio era diventato un'altra cosa: tantissimo agonismo, meno tecnica, meno fenomeni; era un calcio nato per distruggere, non per costruire. E per gente come noi, abituata a far correre la palla, non c'era più tanto spazio. Se facevi un bello stop di petto ora ti erano addosso in quattro, subivi raddoppi...".

Poi ci fu il mondiale in Argentina. "Sì, fui nuovamente convocato, anche se il precedente selezionatore Brandao mi aveva tenuto fuori squadra perchè voleva un numero 11 esclusivamente offensivo. Strano mondiale quello. Dentro di noi non avevamo più molta certezza eppure fummo estromessi senza perdere una partita. Fu anche il mondiale delle polemiche. I giornali scrissero che avevo criticato, Coutinho, l'allenatore, e il presidente federale e che di Rivelino avevo detto: "ormai è così vecchio che per correre deve prendere il tassì". Non era vero. Ma da quel giorno nessuno dei giornalisti brasiliani mi rivolse più la parola. Segnai un gol a Zoff da lontano. E anche voi subito a criticare Zoff, a dire che non ci vedeva più. Dovete spiegarmi come ha fatto uno che per voi era cieco a vincere nell'82 il mondiale".

Parlando di portieri, è vero che il Brasile non riesce a trovarne uno efficace? "A questa storia non ci credo, anche se molti pensano che in Spagna abbiamo perso per colpa di Waldier Peres. Cretinate. E l'Italia, che si vanta sempre di avere un'ottima tradizione in porta, come la devo giudicare? Trovo da terzo mondo il fatto che ancora pochissimi vostri portieri sappiano parare le punizioni. Sono troppo indecisi, troppo terrorizzati, si sbilanciano verso la parte della porta coperta dalla barriera. un errore. Lo diceva anche Bagnoli a Garella: tu preoccupati del tuo spazio di porta, se non pari da quella parte è colpa tua, ma se vieni battuto sull'altro palo allora applaudi l'avversario. merito suo, non demerito tuo. Lo dico con sincerità: rispetto i portieri italiani, ma non mi piacciono molto. In classifica comunque metterei Bordon, Galli, peccato sia sfortunato, e Tancredi, l'unico capace nelle uscite. Ma a me avere un portierino che a fatica tocca la traversa non dà sicurezza, preferisco avere un bell'omone tra i pali, uno che sappia anche dirigerti. Il migliore in questo senso è il russo Dasaev".

Manca il mondiale di Spagna. "Ah, volevo dimenticarmene. stato un altro campionato strano. Tele Santana aveva modificato un po' il mio ruolo, convergevo di più al centro. In pratica però sono stato sempre in panchina. Qualcuno, anzi molti ci davano per favoriti. Questo ci ha pesato, anche perchè avevamo perso la voglia di vincere, al contrario dell'Italia. Non avevamo più nè la sicurezza dei forti, nè la forza dei deboli. Eravamo qualcosa a metà strada e non è bastato, anche se tra noi c'era un buon affiatamento e nessuna polemica. Ancora adesso nessuno riesce a capire come l'Italia abbia potuto vincere, eppure veniva da una prima fase non bella, eppure era dilaniata dalle critiche. Ancor oggi il Brasile non vuole capire. La Spagna è rimasta un tabù".

Adesso c'è il Messico e c'è un Brasile stanco, diviso. "Meglio. Così una volta tanto partiremo con un po'di umiltà, con la voglia di superare le polemiche e di tornare qualcuno. Io ho 34 anni e anche gli altri non scherzano, ma in circolazione non credo ci sia di meglio. Questi anni italiani inoltre ci hanno cambiato, lo so che per i brasiliani qui non è un gran momento, ma bisogna anche dire la verità: Zico meritava una grande squadra e non l'avuta, inoltre ha sempre sofferto il freddo, tra l'altro lui ha un fisico costruito in palestra, quindi delicato. Cerezo è un grande incompreso eppure è un fenomeno, forse è troppo modesto; Junior si è ambientato bene, Edinho fa la sua parte, io anche. L'unico che ha sbagliato è stato Socrates, ma anche la Fiorentina ha le sue colpe. Socrates non ha cambiato faccia in Italia, chi lo ha comprato aveva il dovere d'informarsi. E non è vero come dice Maradona che qui marcate con molta ferocia, in Spagna era anche peggio e in Brasile picchiano altrettanto, anzi sanno farlo meglio, senza farsi vedere. Maradona insiste troppo nei dribbling e in Spagna dopo che ne ha saltati uno, due, tre trovi sempre un basco pronto a falciarti. Platini a questo proposito è intelligente, non insiste mai troppo e dà via la palla con un certo anticipo".

Una conclusione? "Racconto una storia, senza nome. Un giorno alle sei di mattina mi ha chiamato il portiere dell'albergo che ci ospitava: venga giù subito, c'è qui il suo compagno di stanza, sbronzo; è arrivato in macchina sfasciando la vetrina, che devo fare? Cercando di tenere la cosa nascosta portammo il tipo in stanza e lo mettemmo a letto. L'indomani segnò quattro gol. Gli bastava dormire per recuperare. Ecco: il calcio è un grande mistero, senza nessun punto fermo. I ragazzini di Bahia hanno messo a giocare in porta Bruno Conti, per loro non era abbastanza forte. Conti, il campione del mondo".
dal nostro inviato EMANUELA AUDISIO
22 febbraio 1986

SI RADUNA IL COMO 'E' DIRCEU LA GUIDA'
COMO - Si è radunata ieri la terza squadra di serie A, dopo Napoli e Avellino. Per il Como appuntamento in sede, poi la partenza per Chiavenna, una località della Valtellina, dove si svolgerà il ritiro fino al 3 agosto. Il nuovo allenatore è Clagluna: "Ho una squadra giovane, la guida sarà Dirceu, che fra l' altro è già abituato a giocare in una provinciale, visto che viene da Ascoli. Manca un giocatore esperto per il centrocampo: sono stati fatti i nomi di Casagrande, Icardi e qualcun altro, vediamo chi arriverà". Il giocatore più anziano è Centi, che probabilmente sarà il nuovo capitano: "Mi dispiace se ne sia andato Matteoli, comunque vedo bene questo nuovo Como". Dirceu è stato il più festeggiato dai tifosi: "L' importante è arrivare alla salvezza. Sono contento di giocare un altro anno in Italia. Molti brasiliani non si sono trovati bene, ma io sono un tipo malleabile, che sta bene con tutti, non ho problemi di caldo o di freddo". Corneliusson è stato confermato: "L' anno scorso non ho reso come potevo, una serie di infortuni mi ha bloccato. Spero di riscattarmi".
16 luglio 1985

PER DIRCEU LIQUIDAZIONE MILIARDARIA
NAPOLI (a.m.) - Con 462 mila dollari il Napoli ha liquidato Dirceu, terzo straniero, evitando il rischio di perdere d' ufficio le partite di campionato. Poteva infatti risultare irregolare la presenza in campo di Maradona e Bertoni, i due nuovi stranieri. Dirceu probabilmente lascerà l' Italia per il Brasile; è richiesto dal Corinthians, l' ex-squadra di Socrates. Anche l' Ascoli, che non ha più Coeck, è comunque interessato al suo ingaggio.
15 settembre 1984

NO DELLA CREMONESE DIRCEU RIMARRA' DISOCCUPATO D' ORO
NAPOLI (a.m.) - La Cremonese non cede al timore di tornare in B. Rimarrà senza stranieri. "Tutta italiana", corregge serissimo Luzzara, l' industriale che da ragazzo recitava in teatro. "Tutta italiana", si sarà probabilmente inorgoglito Luzzara ancora una volta ieri sera, quando ha deciso di troncare la trattativa con il Napoli per Dirceu. La Cremonese rimane senza stranieri, Dirceu senza squadra. Il cassintegrato più ricco del calcio italiano (mezzo miliardo per un anno chiede, senza giocare) continua a lanciare i suoi messaggi polemici. Ma pochi lo ascoltano, l' attenzione è tutta rivolta a Maradona. I tifosi a Perugia l' hanno applaudito anche quando ha perso una scarpetta, poco male che la squadra non abbia segnato e rischiato la sconfitta dal Perugia, fino a mercoledì sempre battuto in Coppa Italia e ancora senza gol.

"Io alla Cremonese non andrei. Io sono del Napoli. Ho un contratto", ripeteva nel pomeriggio il trentaduenne brasiliano, presente in tre campionati del mondo. Eviterà anche il rifiuto: la Cremonese ha lasciato cadere la trattativa. Maradona dovrà far incassare al Napoli tanto da pagare anche Dirceu, messo in cassa integrazione, straniero con contratto e senza più la squadra.

"Io sento di impazzire, non mi aspettavo questo trattamento". Non poteva aspettarselo: appena un anno prima, il Napoli aveva impegnato varie commissioni federali per la vertenza con il Verona. Per un cavillo, era riuscito a tesserarlo, il Verona sconfitto rimediò tuttavia 375 milioni di indennizzo. Dirceu, per l' impegno del Napoli in quella lite con il Verona, sembrava fosse l' unico campione al mondo.

"Non avevo conosciuto bene il Napoli, purtroppo...". Neanche i tifosi, aveva conosciuto bene. Erano andati ad accoglierlo in cinquemila all' aeroporto, fracassando auto, transenne, bagagli. Vi furono scene deliranti. Ed ora?

"Quando dico che potrei impazzire, potete capire perchè. Sono stato strappato al Verona, lusingato, portato quaggiù come il Messia. Ed ora sono fuori. Neanche una buona sistemazione mi è stata trovata. E dire che ho giocato bene, sono stato tra i migliori...". Dirceu, che sembrava un freddo giramondo, prima Brasile, poi Messico quindi Spagna e Italia, cova l' ultima illusione.

"Io voglio giustizia. Quindi, un posto nel Napoli". Il sindacato calciatori lo sostiene come può, ed è stato fatto sapere che il Napoli potrebbe perdere d' ufficio, 2-0, tutte le partite se schierasse Bertoni. Il secondo straniero acquistato. Quel posto, toccherebbe infatti a Dirceu.

"Qui non hanno capito nulla. Maradona non rende perchè gli manca uno come me. Purtroppo c' è ingiustizia ma anche poca competenza. Maradona gioca di punta, io negli ultimi trenta metri dell' azione sarei l' ideale compagno di Maradona".

Il 4 settembre la Commissione Tesseramenti deciderà su Bertoni: poteva essere tesserato l' argentino dal Napoli che aveva già Maradona e Dirceu? Anche Bertoni si sente in bilico: ha un posto in squadra, ma non ancora la casa. Nessuno ha il coraggio di dirgli che l' avrà, appena sarà sfrattato Dirceu.
31 agosto 1984

FONTE: Ricerca.Repubblica.it

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Sito stùfo? ...Ma proprio sgionfo? Bon! lora rilàsate n'attimo co' 'stì zugheti da bar dei bèi tempi: ghè PACMAN, ghè SPACE INVADERS, ghè SUPER MARIO BROS e tanti altri! Bòn divertimento ;o)

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